25 aprile, Festa della Liberazione. UNCC: “L’Avvocatura presidio di libertà e diritti”

In occasione del 25 aprile, Festa della Liberazione, l’Unione Nazionale delle Camere Civili desidera ribadire il valore fondante di questa data per il nostro Paese, scolpita nella memoria collettiva come momento di rinascita e di riconquista della dignità civile, dei diritti fondamentali e della libertà.
Di seguito il messaggio del presidente UNCC Alberto Del Noce:
Il 25 aprile rappresenta per il nostro Paese una data fondante, scolpita nella memoria collettiva come momento di rinascita e di riconquista della dignità civile, dei diritti fondamentali, della libertà.
Come Avvocatura, siamo quotidianamente chiamati a dare significato concreto a quei principi di legalità, giustizia e tutela delle libertà individuali che proprio la Liberazione ha reso nuovamente possibili e che la nostra Costituzione, figlia di quella stagione storica, ha consacrato.
Lontani da ogni retorica e fuori da ogni divisione ideologica, in questa giornata desideriamo soffermarci sul valore profondo dell’impegno civile e professionale che la nostra funzione comporta: essere garanti del diritto, custodi delle tutele, voce di chi chiede giustizia.
Il 25 aprile ci ricorda che la libertà non è mai un punto d’arrivo, ma un cammino da percorrere con responsabilità e consapevolezza. E che il ruolo dell’Avvocatura è, oggi come allora, quello di presidiare i diritti, difendere la persona, sostenere la democrazia attraverso l’esercizio indipendente della funzione forense.
Con questo spirito, l’Unione Nazionale delle Camere Civili celebra questa giornata, rendendo omaggio a tutti coloro che hanno reso possibile il ritorno alla libertà, e rinnovando il proprio impegno nella difesa quotidiana dei valori costituzionali e del diritto di tutti a essere ascoltati, rappresentati, tutelati.

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Niente assegno di mantenimento se manca la comunione di vita

La Corte di Cassazione torna a fare chiarezza sul delicato tema del diritto al mantenimento tra coniugi in caso di separazione. Con la sentenza n. 9207 dell’8 aprile 2025, i giudici di legittimità hanno confermato che se tra i coniugi non si è mai instaurata una comunione di vita reale, il diritto all’assegno di mantenimento non può sorgere per la prima volta in occasione della separazione.

Il caso: matrimonio di pochi mesi e nessuna vera vita insieme

Nel caso esaminato, il Tribunale e poi la Corte d’Appello avevano respinto la richiesta di assegno da parte di un marito separato, rilevando che i coniugi avevano convissuto solo per pochi mesi senza mai costruire una comunione affettiva e materiale. Il ricorrente aveva tentato di ribaltare la decisione in Cassazione, sostenendo che il diritto al mantenimento dipendesse esclusivamente dalla mancanza di addebito della separazione e dal divario reddituale tra i coniugi.

La decisione della Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, affermando che il diritto all’assegno di mantenimento presuppone la concreta attuazione del vincolo coniugale attraverso la condivisione della vita familiare e degli obblighi reciproci previsti dall’art. 143 del codice civile. In assenza di questa comunione di vita, il solo matrimonio formale non basta a far sorgere l’obbligo di assistenza materiale.

Inoltre, la Corte ha escluso anche il diritto all’assegno alimentare, rilevando che il marito non aveva dimostrato l’impossibilità di provvedere autonomamente al proprio sostentamento.

Principi ribaditi dalla sentenza

  • La breve durata del matrimonio non preclude di per sé il diritto al mantenimento, ma in mancanza di comunione spirituale e materiale il diritto non sussiste.
  • Il solo vincolo legale del matrimonio, privo di affectio coniugalis concretamente vissuta, non fonda alcun obbligo di assistenza economica in sede di separazione.
  • Per il riconoscimento degli alimenti occorre dimostrare non solo lo stato di bisogno, ma anche l’impossibilità oggettiva di mantenersi.

Un orientamento consolidato

Questa decisione si inserisce nel solco di una giurisprudenza costante che distingue tra vincolo formale e contenuto sostanziale del matrimonio, valorizzando la reale condivisione di vita come requisito imprescindibile per far sorgere diritti economici post-separazione.


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Falsa mail dal Servizio Sanitario Nazionale promette rimborsi: è una truffa

Una nuova insidiosa truffa online sta colpendo i cittadini italiani: si tratta di una falsa mail che promette un rimborso economico da parte del Servizio Sanitario Nazionale. Il Ministero della Salute ha diramato un’allerta ufficiale, invitando tutti a prestare la massima attenzione.

Il meccanismo della truffa

Il messaggio arriva via mail con oggetto accattivante, come “Ti spetta un rimborso di 234 euro dal SSN”. Al suo interno, una comunicazione apparentemente ufficiale, completa di logo istituzionale, linguaggio tecnico e una cifra precisa da ricevere. Il testo informa di una presunta verifica contabile che avrebbe rilevato un pagamento in eccesso e invita l’utente a cliccare su un link per ottenere il rimborso.

In realtà, si tratta di un sofisticato tentativo di phishing: cliccando sul collegamento si finisce su una pagina fraudolenta, progettata per sottrarre dati personali e bancari.

L’allerta del Ministero della Salute

In una nota ufficiale, il Ministero avverte: “Stanno circolando false mail a nome del Ministero della Salute che promettono rimborsi economici. Non si tratta di comunicazioni ufficiali”. Le autorità consigliano di non interagire con il contenuto della mail, non cliccare sui link e cancellare immediatamente il messaggio.

Le tecniche di persuasione dei truffatori

Gli esperti di cybersecurity spiegano che il testo della falsa mail è costruito ad arte per sembrare credibile. Utilizza un linguaggio rassicurante e fa leva sulla riservatezza e sulla protezione dei dati personali, concludendo con la frase: “Tutte le informazioni fornite verranno trattate con la massima riservatezza e nel rispetto delle normative vigenti”.

Questa tecnica di social engineering punta a generare urgenza e fiducia nella vittima, inducendola a fornire dati riservati senza sospetti. La truffa si sta diffondendo rapidamente anche sui social network, dove circolano screenshot della finta comunicazione.

Come proteggersi

Il Ministero ha già coinvolto i Carabinieri del NAS per indagare sull’origine e la diffusione della frode. Il consiglio per i cittadini è chiaro:

  • Non rispondere alla mail
  • Non cliccare su link o allegati
  • Non fornire dati personali o bancari
  • Segnalare l’episodio alla Polizia Postale
  • Cancellare immediatamente il messaggio

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Il licenziamento via PEC all’avvocato del lavoratore è legittimo

È legittimo il licenziamento comunicato via PEC all’indirizzo di posta elettronica certificata dell’avvocato del lavoratore, se quest’ultimo ha indicato tale recapito per la ricezione delle comunicazioni ufficiali. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione civile, con la sentenza n. 7480 del 20 marzo 2025, in un caso in cui il datore di lavoro aveva trasmesso l’atto di licenziamento all’indirizzo PEC del legale presso il cui studio il dipendente aveva eletto domicilio nell’ambito di un procedimento disciplinare.

La Suprema Corte ha chiarito che, attraverso l’elezione di domicilio, il lavoratore individua la PEC del proprio avvocato come sede idonea a ricevere gli atti, ritenendola indirettamente nella propria disponibilità, grazie al rapporto fiduciario con il legale. Inoltre, la normativa professionale attribuisce alla PEC dell’avvocato valore di domicilio digitale privilegiato, accessibile ai terzi tramite l’indice nazionale degli indirizzi PEC.

Il caso ha avuto origine da una contestazione disciplinare, seguita da un licenziamento notificato inizialmente via PEC al difensore, poi con raccomandata presso lo studio del medesimo e infine all’indirizzo di residenza del lavoratore. Quest’ultimo aveva impugnato il provvedimento, eccependo la nullità per difetto di comunicazione. Tuttavia, il ricorso era stato respinto sia dal Tribunale che dalla Corte d’Appello di Bologna.

In Cassazione, il dipendente aveva contestato due punti: l’omessa motivazione sulla nullità del licenziamento e la presunta illegittimità della notifica via PEC all’avvocato, sostenendo che all’epoca dei fatti tale modalità non fosse prevista dalla normativa. La Cassazione ha respinto il ricorso, rilevando che il lavoratore aveva eletto domicilio presso lo studio del legale e che, già allora, la legge riconosceva la PEC dell’avvocato quale domicilio digitale privilegiato.


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Agenzia delle Entrate, maxi concorso entro l’estate: oltre 4.500 assunzioni in arrivo

Entro l’estate 2025 l’Agenzia delle Entrate pubblicherà i nuovi bandi di concorso per il reclutamento di oltre 4.500 funzionari. Un maxi piano di assunzioni che punta a rafforzare l’organico dell’amministrazione finanziaria, in linea con il Piano Triennale 2025-2027.

Il concorso prevede una prova unica a quiz, della durata di 60-70 minuti, su materie giuridico-tributarie, civili e amministrative. Per i candidati alle posizioni di esperti di cooperative compliance, è prevista anche una sezione in lingua inglese, fondamentale per gestire le relazioni con imprese e consulenti in ambito internazionale.

I profili ricercati includono:

  • 3.954 funzionari tributari
  • 1.350 esperti per cooperative compliance
  • 260 professionisti tecnici per il catasto

Il bando sarà pubblicato sul sito dell’Agenzia delle Entrate e sul Portale InPA, con le domande da presentare esclusivamente online.

Le prove si svolgeranno in modalità semplificata, sul modello del concorso del novembre 2023, con test a risposta multipla e gestione informatizzata della selezione. Il calendario delle prove sarà reso noto il 23 giugno 2025.

Per alcune categorie di personale, come gli esperti di cooperative compliance, sono previste sedi dedicate e possibilità di smart working, in linea con il nuovo contratto collettivo della pubblica amministrazione. Il trattamento economico partirà da una base di circa 1.800 euro netti mensili.

Con questo nuovo piano di reclutamento, l’Agenzia intende recuperare i posti rimasti scoperti dal precedente concorso e affrontare la forte necessità di personale specializzato, soprattutto nelle grandi città come Roma e Torino, dove sono in corso le selezioni di nuove sedi operative.

Il concorso rappresenta un’importante occasione per diplomati e laureati interessati a intraprendere una carriera nella pubblica amministrazione, in un momento in cui il ricambio generazionale e il rafforzamento dell’organico sono tra le priorità del fisco italiano.


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Apple e Meta multate dall’Unione Europea per violazioni al Digital Markets Act

Bruxelles ha colpito duro contro due dei principali colossi digitali mondiali. La Commissione europea ha inflitto una multa da 500 milioni di euro ad Apple e una da 200 milioni a Meta per violazioni del Digital Markets Act (DMA), la normativa che mira a garantire maggiore concorrenza e tutela dei consumatori nel mercato digitale europeo.

Secondo l’Ue, Apple avrebbe infranto l’obbligo di non orientamento previsto dal DMA, limitando la possibilità per gli sviluppatori di app di informare i clienti sulle offerte alternative disponibili fuori dall’App Store. Le restrizioni imposte dalla multinazionale di Cupertino, infatti, avrebbero impedito agli utenti di accedere facilmente a offerte più vantaggiose, ostacolando la concorrenza e consolidando il controllo di Apple sul proprio ecosistema.

Parallelamente, Meta è finita nel mirino della Commissione per il suo modello pubblicitario “Consenso o pagamento” introdotto su Facebook e Instagram, che obbligava gli utenti europei a scegliere tra acconsentire alla combinazione dei propri dati personali per ricevere pubblicità personalizzata oppure pagare un abbonamento per evitare gli annunci. Secondo Bruxelles, questa modalità non offriva agli utenti una reale alternativa meno invasiva dal punto di vista della raccolta dati, come richiesto dal DMA.

Le sanzioni arrivano al termine di un dialogo serrato tra la Commissione e le due società, che hanno avuto l’opportunità di difendersi e presentare le proprie ragioni. Mentre Apple è stata obbligata a eliminare le restrizioni e adeguarsi alle regole entro 60 giorni, Meta ha avviato modifiche al proprio modello pubblicitario, ma resta sotto osservazione per verificarne l’effettiva conformità.

A margine delle decisioni, la Commissione ha anche accettato di rimuovere Facebook Marketplace dall’elenco dei servizi di intermediazione online regolati dal DMA, dopo aver accertato che nel 2024 la piattaforma non raggiungeva più la soglia dei 10.000 utenti commerciali attivi.

In risposta alla sanzione, Joel Kaplan, chief global affairs officer di Meta, ha criticato la decisione, accusando Bruxelles di penalizzare le aziende americane a favore di competitor europei e cinesi e di ostacolare il modello di business fondato sulla pubblicità personalizzata.

Le multe comminate a Apple e Meta — prime in assoluto sotto il nuovo regime del Digital Markets Act — segnano un punto di svolta nella politica digitale europea, confermando l’intenzione di Bruxelles di far rispettare con rigore le nuove regole per i gatekeeper del web.

Un alto funzionario Ue ha infine precisato che queste decisioni non hanno nulla a che vedere con eventuali cambiamenti politici oltreoceano: «Da parte nostra c’è solo la volontà di applicare le leggi», ha dichiarato.


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Registrazione atti privati, online la nuova guida dell’Agenzia delle Entrate per il servizio “Rap Web”

Roma — Novità per i contribuenti e i professionisti che devono registrare atti privati: l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la versione aggiornata della guida al servizio “Rap Web”, la procedura telematica che consente di registrare online alcune tipologie di atti senza doversi recare fisicamente negli uffici.

Attraverso la piattaforma è possibile gestire direttamente la registrazione di contratti preliminari di compravendita, contratti di comodato e verbali di distribuzione utili delle società. Il sistema permette di inserire le informazioni richieste, calcolare automaticamente le imposte di registro e di bollo e versarle contestualmente tramite addebito su conto corrente.

Il Modello di Registrazione Atti Privati (RAP), disponibile nella propria area riservata del sito dell’Agenzia, può essere inviato dal contribuente, da un mediatore o da un intermediario abilitato. Alla richiesta devono essere allegati l’atto, i relativi allegati e le copie dei documenti di identità in corso di validità delle parti coinvolte, il tutto in un unico file nei formati TIF, TIFF o PDF/A (nelle versioni PDF/A-1a o PDF/A-1b).

Una procedura semplice e veloce, che consente di evitare code e tempi di attesa agli sportelli, offrendo un’alternativa sicura e trasparente per i cittadini e i professionisti del settore immobiliare e societario.

La guida aggiornata e il servizio “Rap Web” sono accessibili direttamente dal portale dell’Agenzia delle Entrate. Per ulteriori dettagli è possibile consultare la sezione dedicata sul sito istituzionale.


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Diritto all’oblio, arriva una proposta di legge per proteggere la reputazione online dopo proscioglimenti e archiviazioni

Roma — Una legge per tutelare il diritto alla buona fama e alla riservatezza nella rete internet nei casi di proscioglimento o archiviazione dei procedimenti penali: è la proposta annunciata nei giorni scorsi dalla deputata leghista Simonetta Matone, ex magistrato e attuale componente della Commissione Giustizia della Camera. Il testo, ancora non disponibile, prevede anche l’obbligo di pubblicazione delle sentenze di proscioglimento, per ristabilire l’onore di chi è stato coinvolto in vicende giudiziarie poi concluse senza condanna.

Il tema è tutt’altro che nuovo nel panorama giuridico italiano. La recente riforma Cartabia del processo penale ha già introdotto, con l’articolo 64-ter delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, il diritto per gli assolti o per coloro a cui è stata archiviata l’indagine di chiedere la deindicizzazione dei propri dati dai motori di ricerca. Una misura però, che — come segnalano numerosi esperti — non cancella la notizia dalla rete, limitandosi a renderla meno visibile se associata al nome dell’interessato.

In pratica, è sufficiente una ricerca alternativa, magari collegata al nome di un coimputato o di un magistrato, per far riemergere la notizia deindicizzata. La situazione è ulteriormente complicata dalla crescente capacità dei sistemi di intelligenza artificiale, in grado di collegare dati e informazioni al di là dei filtri applicati.

Il dibattito resta quindi aperto tra diritto alla riservatezza e diritto all’informazione. Sul punto era intervenuto anche il deputato forzista Enrico Costa, sottolineando l’impossibilità di cancellare davvero una notizia relativa a un personaggio pubblico. La posizione dei colossi del web, come Google, è chiara: una notizia può essere deindicizzata solo se aggiornata con i successivi sviluppi giudiziari, e comunque va valutato l’interesse pubblico alla reperibilità delle informazioni, soprattutto quando riguardano figure di rilievo.

A stabilirlo sono anche le indicazioni della Corte di Giustizia UE e del Comitato europeo per la protezione dei dati, che riconoscono una prevalenza dell’interesse generale alla conoscenza delle vicende giudiziarie di politici, alti funzionari, imprenditori e professionisti.

In questo scenario si inserisce il nuovo Codice deontologico dei giornalisti italiani, approvato lo scorso anno e in vigore dal prossimo giugno. Per la prima volta viene normato il diritto all’oblio, precisando che il giornalista deve rispettare l’identità personale ed evitare riferimenti inutili al passato, aggiornando le notizie e valutando le richieste di deindicizzazione.

Ma, come denunciano molti osservatori, si è ancora lontani da una reale tutela. La proposta Matone punta a colmare questo vuoto, tentando di risolvere una questione che ciclicamente si ripresenta, tra esigenze di giustizia mediatica e il rischio di una rete che conserva tutto, per sempre.


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Ministero della Giustizia, cambia la PEC per le notifiche degli atti giudiziari

Roma — Cambia l’indirizzo di posta elettronica certificata (PEC) al quale dovranno essere inviate le notifiche di atti giudiziari destinati al Ministero della Giustizia. A renderlo noto è stato lo stesso dicastero di Via Arenula, con un avviso ufficiale pubblicato sul portale istituzionale giustizia.it.

A partire dal 14 aprile 2025, tutte le notifiche dovranno essere indirizzate esclusivamente al nuovo indirizzo notificheattigiudiziari.mingiustizia@giustiziacert.it. La disposizione è stata comunicata anche tramite il sistema Reginde-Sezione PP.AA., come previsto dalla Legge 179/2012.

Si tratta di un aggiornamento importante per gli operatori del settore legale, poiché — come stabilito dalla normativa vigente — le notificazioni effettuate ai sensi della Legge 53/1994 inviate a indirizzi PEC diversi da quello indicato saranno considerate nulle.

Restano invece invariati gli indirizzi per le notifiche relative al contenzioso di competenza del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), che continueranno ad essere inviate ai recapiti già in uso, specifici per le pratiche riguardanti personale civile, militare e popolazione detenuta.

Il Ministero ha inoltre aggiornato, sempre al 14 aprile 2025, l’elenco completo degli indirizzi PEC relativi ai propri uffici centrali e territoriali. L’elenco completo comprende i recapiti dei dipartimenti per gli Affari di giustizia, per l’Organizzazione giudiziaria, per l’Innovazione tecnologica, per la Giustizia minorile e di comunità, oltre a quelli del DAP e dell’Ufficio centrale archivi notarili.

Un’apposita pagina web raccoglie anche gli indirizzi PEC degli uffici dell’amministrazione decentrata — Tribunali, Corti d’appello, Procure, Uffici spese di giustizia e Uffici esecuzione penale esterna — comprensivi di codice univoco e codice fiscale per eventuali pratiche di fatturazione.

Una modifica tecnica ma fondamentale, che mira a garantire una gestione più ordinata e centralizzata delle notificazioni digitali, in linea con il progressivo processo di digitalizzazione della giustizia.


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Acconti Irpef, arriva il decreto correttivo: esclusi dipendenti e pensionati a basso reddito

Roma — Un intervento urgente per evitare che lavoratori dipendenti e pensionati con redditi medio-bassi si trovassero a pagare un acconto Irpef non dovuto nel 2025. È questo l’obiettivo del decreto legge “Acconti”, approvato dal Consiglio dei ministri su proposta del viceministro dell’Economia Maurizio Leo, per correggere un difetto di coordinamento tra le norme fiscali.

Il decreto interviene sulla normativa prevista dalla legge di Bilancio 2025, che ha ridisegnato gli scaglioni Irpef portandoli da quattro a tre. Tuttavia, nella formulazione precedente, il calcolo degli acconti per il prossimo anno non teneva conto di queste modifiche, con il rischio di far pagare importi maggiorati a molti contribuenti.

«Era un’anomalia che rischiava di trasformarsi in un aggravio fiscale per chi invece avrebbe dovuto beneficiare di un risparmio», ha spiegato Leo. Con la nuova norma, i lavoratori dipendenti e pensionati con redditi fino a 15.000 euro annui non dovranno versare alcun acconto Irpef per il 2025.

A beneficiare del provvedimento sarà una platea ristretta di contribuenti, circa 2,5 milioni di persone, secondo le stime del Ministero dell’Economia. Resteranno esclusi i lavoratori autonomi, la maggior parte dei quali ha già aderito alla flat tax incrementale fino a 85.000 euro di reddito.

Soddisfazione espressa dai sindacati. Giovanni Angileri, presidente del Caf Uil e coordinatore della consulta nazionale dei Caf, ha definito il decreto «una misura importante per tutelare i contribuenti più fragili», sottolineando però la necessità di «un’impostazione normativa più stabile, per evitare situazioni simili in futuro».

Il decreto arriva in vista delle dichiarazioni precompilate, che l’Agenzia delle Entrate renderà disponibili nelle prossime settimane, e servirà a garantire la correttezza dei calcoli nei versamenti di giugno e novembre.

Una soluzione tecnica e necessaria, ma anche un segnale politico in un momento in cui il governo punta a ridurre la pressione fiscale sui redditi medio-bassi e a semplificare il sistema tributario.


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