Giustizia riparativa, al via 36 nuovi centri su tutto il territorio nazionale

Saranno 36 i Centri per la Giustizia Riparativa che verranno attivati nei prossimi giorni sull’intero territorio nazionale, segnando un passaggio operativo di grande rilievo nel percorso di attuazione della riforma della giustizia. L’annuncio arriva dal Ministero della Giustizia, che ha convocato una conferenza stampa di presentazione per mercoledì 11 febbraio 2026, alle ore 12, presso la Sala Livatino di via Arenula, a Roma.

All’incontro prenderà parte il viceministro Francesco Paolo Sisto, chiamato a illustrare obiettivi, articolazione territoriale e prospettive di sviluppo di una forma di giustizia che si affianca al modello retributivo tradizionale, senza sostituirlo, ma integrandolo.

La giustizia riparativa si fonda su un approccio che coinvolge attivamente la vittima, l’autore del reato e la comunità di riferimento, con l’obiettivo di favorire la riparazione del danno, la riconciliazione e il rafforzamento del senso di sicurezza collettivo. Un modello che punta non solo alla risposta sanzionatoria, ma anche alla ricostruzione delle relazioni spezzate dal reato e alla responsabilizzazione del reo.

Non a caso il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha definito la giustizia riparativa una vera e propria “rivoluzione copernicana”. Così l’aveva descritta nell’ottobre 2023, in occasione della prima riunione della Conferenza nazionale sulla giustizia riparativa, organismo composto da esperti degli uffici ministeriali, rappresentanti delle Regioni e docenti universitari, incaricato di dare concreta attuazione al decreto legislativo 150/2022.

Il decreto legislativo n. 150 del 10 ottobre 2022 rappresenta infatti l’atto normativo fondante della giustizia riparativa nell’ordinamento italiano, adottato in recepimento della Direttiva UE 2012/29, che rafforza i diritti, il sostegno e la protezione delle vittime di reato.

L’apertura dei 36 Centri segna dunque un passaggio cruciale dalla dimensione normativa a quella applicativa, offrendo a magistrati, avvocati e operatori del sistema giustizia nuovi strumenti per una gestione dei conflitti penali più attenta alle persone coinvolte e alle ricadute sociali del reato. Un’evoluzione che, per l’avvocatura, apre anche nuovi spazi di competenza e di interlocuzione in un settore destinato a incidere in modo crescente sulla prassi giudiziaria.

Idonei AUPP 2024: “Chiediamo proroga e scorrimento integrale della graduatoria”

Con un comunicato diffuso nelle scorse ore, il C.I.C.U.P.P. 2024 – Comitato Idonei Addetti all’Ufficio per il Processo chiede formalmente al Governo e al Ministero della Giustizia la proroga della graduatoria del concorso pubblico bandito nel giugno 2024 per l’assunzione di Addetti all’Ufficio per il Processo (AUPP), nonché il suo utilizzo integrale.

La richiesta si fonda sulle più recenti programmazioni del fabbisogno di personale dell’Amministrazione giudiziaria. Dalla documentazione ufficiale, inclusa la pianificazione triennale 2026–2028, emerge infatti come l’Ufficio per il Processo non sia più una misura transitoria legata esclusivamente al PNRR, ma una componente strutturale e stabile dell’organizzazione giudiziaria, inserita a pieno titolo nella pianta organica degli uffici.

Secondo il Comitato, il quadro attuale registra una scopertura di circa mille posti a livello nazionale nell’ambito dell’Ufficio per il Processo, con conseguenze dirette sull’efficienza e sull’efficacia del sistema giustizia. A confermare la gravità della situazione sono anche le prese di posizione di autorevoli vertici giudiziari. La presidente della Corte d’Appello di Napoli, Maria Rosaria Covelli, ha definito “drammatica” la condizione degli uffici del Giudice di Pace in Campania, parlando di una vera e propria emergenza, con carenze di personale che arrivano al 65% e un carico di centinaia di migliaia di procedimenti pendenti. Analoghe preoccupazioni sono state espresse dal Procuratore generale presso la Procura Generale di Napoli Nord, Domenico Airoma, che ha giudicato inadeguata l’attuale pianta organica rispetto al bacino di utenza del tribunale.

Il comunicato richiama inoltre l’allarme lanciato in sede parlamentare dalla Anna Rossomando, che ha parlato di un “vero e proprio collasso dei Tribunali”, con scoperture di organico stimate tra il 50 e il 60 per cento nei Palazzi di Giustizia.

Alla luce di questo scenario, il Comitato sottolinea come le recenti previsioni normative che autorizzano l’incremento delle dotazioni organiche e nuove assunzioni nell’Area Funzionari rendano lo scorrimento della graduatoria AUPP 2024 una soluzione coerente e immediatamente praticabile. Una scelta che consentirebbe di valorizzare professionalità già selezionate tramite regolare procedura concorsuale, evitando tempi e costi di nuovi bandi.

Particolare rilievo assume anche la prospettiva di ricondurre l’Addetto all’Ufficio per il Processo nella famiglia professionale del Funzionario Giudiziario, con estensione dell’impiego a Procure, Tribunali di Sorveglianza e Uffici del Giudice di Pace, ambiti nei quali oggi tali figure non sono previste. In questa ottica, lo scorrimento distrettuale della graduatoria ancora capiente consentirebbe di rafforzare in modo omogeneo l’organizzazione giudiziaria.

Gli idonei chiedono dunque che la graduatoria sia prorogata oltre la naturale scadenza di giugno 2026 e utilizzata integralmente per coprire i posti che si renderanno disponibili a seguito di pensionamenti, rimodulazioni degli organici e ampliamento delle funzioni degli uffici giudiziari, anche in una logica di razionalizzazione della spesa pubblica. L’indizione di nuovi concorsi, come quelli banditi nell’ambito delle procedure Ripam, viene definita contraddittoria e in contrasto con il principio di economicità della Pubblica Amministrazione, in presenza di graduatorie di idonei ancora utilizzabili.

La valorizzazione integrale degli idonei AUPP – conclude il Comitato, presieduto dall’Stefania De Luca – rappresenterebbe una scelta di buon andamento amministrativo, coerente con i principi costituzionali di efficienza, economicità e imparzialità dell’azione pubblica.

Servizio civile, primo progetto del DAP approvato e finanziato

Per la prima volta il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ottiene l’approvazione e il finanziamento di un proprio progetto di Servizio Civile Universale. L’iniziativa, promossa dal Ministero della Giustizia, sarà realizzata in undici istituti penitenziari distribuiti su tutto il territorio nazionale e prevede l’impiego di 33 giovani operatori volontari a supporto dell’Amministrazione penitenziaria.

A darne notizia è il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, che sottolinea il valore strategico del progetto: la presenza dei volontari del Servizio Civile consentirà di rafforzare le attività di rieducazione e reinserimento sociale dei detenuti, con l’obiettivo di ridurre la recidiva e favorire concrete opportunità di riscatto.

Secondo Delmastro, l’esperienza rappresenterà anche un’importante occasione formativa per i giovani coinvolti. Operare all’interno degli istituti penitenziari permetterà loro di conoscere da vicino il funzionamento dell’Amministrazione penitenziaria e di vivere un percorso dal forte impatto umano e civile, che potrebbe trasformarsi, per alcuni, anche in una futura scelta professionale.

Il progetto è stato finanziato tramite il decreto del Dipartimento per le Politiche giovanili e il Servizio Civile Universale, pubblicato il 4 febbraio, e sarà inserito nel prossimo bando per la selezione degli operatori volontari, la cui pubblicazione è attesa nelle prossime settimane.

La decisione di accreditare il DAP e di presentare, per la prima volta, un progetto di Servizio Civile in ambito penitenziario si fonda – conclude Delmastro – sul valore educativo e di crescita personale e professionale che un’esperienza di questo tipo può offrire ai giovani, chiamati a confrontarsi con una realtà complessa, dove le difficoltà quotidiane della detenzione si intrecciano con le opportunità di recupero e reinserimento che la pena deve sempre garantire.

Apple Ads e Apple Maps fuori dal perimetro del Digital Markets Act

La Commissione europea ha stabilito che Apple Ads e Apple Maps non debbano essere designati come servizi rilevanti ai sensi del regolamento sui mercati digitali (DMA). La decisione arriva al termine dell’istruttoria avviata dopo la notifica presentata da Apple il 27 novembre 2025, con cui l’azienda di Cupertino aveva illustrato le ragioni per cui tali servizi non dovrebbero essere considerati “punti di accesso importanti” tra utenti commerciali e utenti finali.

Secondo la valutazione della Commissione, né il servizio pubblicitario Apple Ads né il servizio di intermediazione online Apple Maps raggiungono la soglia richiesta dal DMA per configurare una posizione di gatekeeper. In particolare, l’analisi evidenzia che Apple Maps registra un tasso di utilizzo complessivo relativamente basso nell’Unione europea, mentre Apple Ads ha una portata estremamente limitata nel mercato della pubblicità online UE.

Alla luce di questi elementi, Bruxelles ha concluso che Apple, con riferimento a questi due servizi, non esercita un ruolo tale da condizionare in modo significativo l’accesso degli utenti commerciali agli utenti finali. Una conclusione che, tuttavia, non chiude definitivamente il dossier: la Commissione ha chiarito che continuerà a monitorare l’evoluzione dei mercati interessati, riservandosi di intervenire in caso di cambiamenti sostanziali nelle dinamiche di utilizzo o di crescita dei servizi.

La decisione non incide sulle precedenti designazioni di Apple come gatekeeper per altri servizi di piattaforma di base, già adottate nel settembre 2023 e nell’aprile 2024. Il quadro regolatorio delineato dal Digital Markets Act resta dunque pienamente operativo, confermando un approccio selettivo e basato su dati concreti nel valutare il reale impatto dei grandi operatori tecnologici sul mercato digitale europeo.

Cavi sottomarini, l’Europa alza lo scudo: 347 milioni per la sicurezza delle reti globali

I cavi di dati sottomarini sono una delle colonne portanti della società digitale: attraverso queste infrastrutture passa quasi la totalità del traffico internet globale e, con esso, una parte essenziale dell’economia europea. Proprio per questo, di fronte all’aumento dei rischi legati a incidenti, danneggiamenti e possibili atti di sabotaggio, la Commissione europea ha deciso di rafforzare in modo significativo il livello di protezione e resilienza di queste reti strategiche.

Il nuovo pacchetto presentato a Bruxelles introduce un insieme articolato di strumenti per la sicurezza dei cavi sottomarini, affiancato da un importante impegno finanziario. La Commissione ha infatti aggiornato il programma di lavoro digitale del Meccanismo per collegare l’Europa (MCE), destinando 347 milioni di euro a progetti strategici sui cavi sottomarini. Tra le misure più immediate figura anche un invito a presentare proposte da 20 milioni di euro, pensato per potenziare le capacità europee di riparazione rapida delle infrastrutture danneggiate.

Il pacchetto si fonda sulla valutazione dei rischi condotta nell’ottobre 2025, che ha messo in luce vulnerabilità, dipendenze critiche e scenari di minaccia lungo le principali dorsali sottomarine. In questo quadro, vengono definite sei misure strategiche e quattro misure tecniche e di supporto, con l’obiettivo di prevenire interruzioni dei servizi e garantire la continuità delle comunicazioni digitali.

Un ruolo centrale è affidato all’elenco dei Progetti di Interesse Europeo sui Cavi (CPEI): tredici aree prioritarie che potranno beneficiare di finanziamenti pubblici articolati su tre cicli quinquennali, fino al 2040. L’obiettivo è rafforzare nel lungo periodo la resilienza della rete europea dei cavi, riducendo i punti di fragilità e migliorando la capacità di risposta alle emergenze.

Particolare attenzione è rivolta alle operazioni di riparazione. Il bando da 20 milioni di euro appena aperto punta a finanziare moduli adattabili di ripristino, da installare in porti e cantieri navali, per intervenire rapidamente in caso di guasti. È il primo tassello di un’iniziativa più ampia che interesserà tutti i principali bacini marittimi dell’Unione: Baltico, Mediterraneo e Atlantico.

Gli interventi annunciati rientrano nel piano d’azione dell’Unione europea sulla sicurezza dei cavi sottomarini. Nel complesso, il programma pluriennale MCE Digitale 2024-2027 prevede 533 milioni di euro dedicati a queste infrastrutture, di cui 186 milioni sono già stati assegnati a 25 progetti. Un segnale chiaro: la sicurezza delle reti digitali passa anche – e sempre di più – dai fondali marini.

Pagamenti contactless e paure digitali: quanto è reale il rischio del “furto invisibile”

Negli ultimi mesi sono tornati a circolare racconti inquietanti su presunti furti elettronici messi a segno con Pos portatili nascosti in borse o tasche. Storie che rimbalzano sui social e nei video virali, alimentando l’idea che basti sfiorare una persona per sottrarle denaro grazie ai pagamenti contactless. Ma quanto c’è di vero in questo scenario da “furto 2.0”?

Secondo gli esperti di sicurezza digitale, la risposta è meno allarmante di quanto sembri: il rischio esiste, ma più sul piano teorico che nella vita reale.

La tecnologia non è magia

I pagamenti contactless si basano sulla tecnologia NFC (Near Field Communication), progettata per funzionare solo a distanza ravvicinata. Questo significa che una transazione può avvenire esclusivamente quando la carta o il dispositivo sono a pochi centimetri dal terminale. Non parliamo quindi di operazioni a distanza o di “prelievi fantasma” nel mezzo di una folla.

Nel caso delle carte fisiche, la possibilità di attivare un pagamento senza PIN è limitata a importi ridotti e richiede condizioni molto specifiche: una sola carta nel portafogli, assenza di oggetti metallici che schermino il segnale e una vicinanza estrema al Pos. Basta la presenza di più carte o di una semplice moneta per rendere la transazione instabile o impossibile.

Smartphone: un livello di protezione in più

Ancora più robuste sono le difese quando si utilizza lo smartphone. I sistemi di pagamento mobile, sia su iPhone sia su Android, richiedono nella quasi totalità dei casi un’autenticazione biometrica o lo sblocco del dispositivo. Solo su modelli molto datati erano previste modalità più permissive, ormai superate dagli aggiornamenti di sicurezza.

In pratica, attivare un pagamento all’insaputa del proprietario del telefono è estremamente difficile, se non in contesti sperimentali da laboratorio.

Tracciabilità e controlli

C’è poi un aspetto spesso trascurato: quello normativo. Ogni Pos è associato a un soggetto identificabile e a un conto corrente tracciabile. Le transazioni sospette vengono analizzate da sistemi automatici e, in ambito europeo, sono previste tutele e rimborsi per i consumatori in caso di frode accertata. L’idea di un furto anonimo e impunito non regge alla prova dei fatti.

Il vero pericolo non è in tasca

Paradossalmente, il rischio maggiore per il denaro digitale non arriva da un Pos nascosto, ma da link fraudolenti, messaggi ingannevoli e finte comunicazioni bancarie. Phishing e truffe via email, SMS o app di messaggistica restano la principale minaccia per utenti e imprese.

Le buone pratiche restano semplici ed efficaci: notifiche attive, software aggiornato, attenzione ai messaggi sospetti e consapevolezza degli strumenti che utilizziamo ogni giorno.

Processo telematico, allarme sui giudici di pace: accessi incrociati ai fascicoli e rischio paralisi

Il processo telematico, anziché semplificare il lavoro degli uffici del giudice di pace, sta producendo nuovi e inattesi disagi. A denunciarlo è Movimento Forense, che ha trasmesso una nota al Ministero della Giustizia dopo aver rilevato ulteriori criticità nel funzionamento del Portale del Giudice di Pace.

Alle difficoltà già note — dal mancato completamento degli organici alla carenza di strumentazioni adeguate — si aggiunge ora una disfunzione informatica di particolare gravità. In alcuni uffici, infatti, si sarebbero verificati casi di sovrapposizione dei dati: accedendo al portale, i magistrati si sarebbero trovati davanti non ai fascicoli di propria competenza, ma a quelli assegnati ad altri giudici, talvolta appartenenti persino a distretti diversi.

Una situazione che, secondo l’associazione, rischia di compromettere seriamente l’operatività degli uffici. L’accesso improprio ai fascicoli può determinare un blocco dell’attività giudiziaria, incidendo sull’esercizio del diritto di difesa da parte dell’avvocatura e producendo, a cascata, un danno diretto per i cittadini che attendono risposte dalla giustizia di prossimità.

Movimento Forense sollecita quindi un intervento deciso e tempestivo da parte degli uffici competenti del Ministero, affinché la disfunzione venga risolta senza indugi. Il protrarsi di tali anomalie — avverte la nota — mette a rischio la tenuta complessiva di un settore già fortemente provato da anni di criticità strutturali.

L’appello si estende anche al profilo della tutela dei dati personali. L’associazione chiede al Ministero e, per suo tramite, alla Direzione generale per i sistemi informativi automatizzati (DGSIA), di intervenire con urgenza per scongiurare possibili e gravi violazioni della privacy, che potrebbero derivare dall’accesso non corretto ai fascicoli digitali.

La segnalazione è stata formalmente trasmessa al Ministero della Giustizia, nella richiesta che il processo di digitalizzazione non si traduca in un ulteriore fattore di instabilità per i giudici di pace, ma torni a essere uno strumento di efficienza e garanzia per l’intero sistema.

Processo penale telematico: proroghe, deroghe e un sistema ancora a doppio binario

Con il decreto ministeriale n. 206 del 30 dicembre 2025, il Ministero della Giustizia interviene nuovamente sul percorso di attuazione del processo penale telematico, introducendo ulteriori deroghe all’utilizzo esclusivo del canale digitale. L’obiettivo dichiarato resta quello di una giustizia più efficiente e accessibile, ma il quadro che emerge è ancora caratterizzato da regimi differenziati e da un sistema che procede, di fatto, su due binari.

Le nuove scadenze

Il decreto consente, fino al 31 marzo 2026, il deposito anche con modalità non telematiche degli atti relativi alle impugnazioni in materia di misure cautelari e sequestri, sia per gli uffici giudiziari sia per gli avvocati.
Per magistrati e cancellerie è inoltre prorogata fino al 30 giugno 2026 la possibilità di utilizzare modalità tradizionali per gli atti legati alle intercettazioni, ritenuti particolarmente sensibili e non ancora adeguatamente tutelati sotto il profilo informatico.

Una scelta comprensibile sotto il profilo della sicurezza, ma che riporta in primo piano una questione strutturale: mentre per gli uffici interni le deroghe risultano ampie e reiterate, per i difensori restano limitate, nonostante l’urgenza e i termini di decadenza che spesso caratterizzano gli atti difensivi.

Un percorso a tappe

Il processo penale telematico nasce nel periodo pandemico come leva di modernizzazione collegata agli obiettivi del PNRR. Già il primo regolamento attuativo aveva però introdotto un sistema non uniforme, prevedendo obblighi stringenti per la difesa e maggiori margini di flessibilità per magistrati e cancellerie.

L’esperienza applicativa ha mostrato presto i limiti tecnologici del sistema, imponendo una serie di correttivi e regimi transitori. Dal 1° gennaio 2025 il deposito telematico è divenuto formalmente obbligatorio per la maggior parte degli atti diretti a Procure e tribunali, ma accompagnato da deroghe selettive che hanno mantenuto il doppio canale operativo.

L’obbligo generalizzato per tutti gli uffici giudiziari resta ora fissato al 1° gennaio 2027.

Il processo penale telematico non entra ancora a regime: il Ministero della Giustizia proroga le deroghe, conferma il doppio binario e rinvia l’obbligo pieno al 1° gennaio 2027.

L’impatto per la difesa

Dal punto di vista degli avvocati, il passaggio al digitale non è stato neutro. Il rischio tecnologico – malfunzionamenti, ritardi di accettazione, incertezze sul momento perfezionativo del deposito – ricade prevalentemente sulla parte privata. Un errore informatico può tradursi in una perdita definitiva di diritti, aggravata da orientamenti giurisprudenziali particolarmente rigorosi.

Non mancano però segnali di riequilibrio: la Corte di Cassazione ha recentemente valorizzato il corretto invio dell’atto da parte della difesa, riconducendo le disfunzioni del sistema informatico alla sfera di responsabilità dell’amministrazione.

Il monitoraggio

Il decreto di dicembre introduce anche un meccanismo di controllo continuo: il direttore generale per i servizi applicativi dovrà trasmettere con cadenza mensile al Comitato tecnico-scientifico una relazione sull’andamento dei depositi, sull’operatività dei sistemi e sulle criticità riscontrate.

Un passaggio cruciale, che potrebbe trasformare la fase transitoria in un’occasione di reale assestamento del processo penale telematico, evitando che l’innovazione digitale si traduca in un ulteriore fattore di diseguaglianza tra gli attori del processo.

Meno carte, più dati: la Pa accelera sul principio once only

La Pubblica amministrazione non potrà più chiedere due volte le stesse informazioni. Con l’ultimo decreto collegato al Pnrr, il principio dell’“once only” entra in una fase operativa più stringente: i dati forniti una volta da cittadini e imprese diventano patrimonio condiviso del sistema pubblico, destinato a circolare digitalmente tra gli enti che ne hanno titolo.

Il meccanismo è semplice nella sua logica, ma impegnativo nella realizzazione. Le amministrazioni dovranno acquisire le informazioni necessarie ai procedimenti esclusivamente attraverso canali telematici interni, evitando duplicazioni, modulistica ripetitiva e richieste ridondanti. Il fulcro di questo scambio è la Piattaforma digitale nazionale dati, che diventa l’infrastruttura obbligata per la cooperazione informativa tra uffici.

Il decreto rafforza un principio che non nasce oggi. Già da decenni l’ordinamento impone alle amministrazioni di acquisire d’ufficio ciò che è già in loro possesso. La differenza è che, mentre in passato il riferimento era ai documenti cartacei, oggi il sistema ruota intorno a dati strutturati, interoperabili e riutilizzabili in tempo reale. È un cambio di paradigma che sposta l’attenzione dalla singola pratica al patrimonio informativo pubblico nel suo complesso.

Il nuovo assetto non riguarda solo l’efficienza amministrativa. Al centro c’è anche il delicato equilibrio con la tutela della riservatezza. La norma chiarisce che lo scambio diretto di dati tra enti pubblici, gestori di servizi e società a controllo pubblico risponde a un interesse pubblico qualificato. Questo consente il trattamento anche di informazioni particolarmente sensibili, ma solo entro confini rigorosi e con adeguate misure di sicurezza.

Proprio per evitare derive, il legislatore ha rafforzato il sistema dei controlli. Gli accessi alla piattaforma non sono liberi né discrezionali: ogni consultazione deve essere tracciata, verificabile e riconducibile a finalità istituzionali. Su questo fronte assume un ruolo centrale AgID, chiamata a vigilare sull’alimentazione della piattaforma, sul corretto utilizzo dei servizi digitali e sul rispetto delle regole tecniche da parte delle amministrazioni.

La risposta ai bisogni informativi dovrà essere immediata e automatica. Gli uffici che interrogano le banche dati pubbliche non dovranno più giustificare ogni richiesta, perché la legittimazione è presunta nell’esercizio delle funzioni istituzionali. Questo incide direttamente sui tempi dei procedimenti, riducendo passaggi intermedi e colli di bottiglia burocratici. Resta però ferma la possibilità di controlli successivi sulla legittimità degli accessi, affidati sia all’AgID sia all’Autorità garante per la protezione dei dati personali.

Il decreto interviene anche sul fronte della responsabilità dirigenziale. Non alimentare la piattaforma, ritardare l’abilitazione dei servizi o continuare a chiedere dati già disponibili non è più una semplice inefficienza organizzativa. Le conseguenze si riflettono sulla retribuzione di risultato dei dirigenti e possono arrivare a sanzioni pecuniarie, con verifiche periodiche affidate all’Agenzia per l’Italia digitale.

In questo quadro si inserisce anche l’evoluzione dei portafogli digitali, destinati a diventare uno strumento complementare per la gestione e la condivisione dei documenti personali in formato elettronico. La direzione è chiara: costruire un ecosistema in cui le informazioni circolano all’interno della Pubblica amministrazione, senza gravare su cittadini e imprese e senza sacrificare la sicurezza dei dati.

Il principio dell’unicità dell’invio, dunque, smette di essere una formula astratta e si trasforma in un obbligo concreto. La sfida ora non è più normativa, ma organizzativa e culturale: far funzionare davvero la circolarità dei dati significa ripensare processi, responsabilità e controlli in una Pubblica amministrazione che, finalmente, dovrebbe chiedere meno e sapere di più.

Giustizia al bivio: o accelera o perde il Pnrr

Il tempo stringe e la giustizia italiana è chiamata all’ultimo scatto. Entro il 30 giugno il sistema dovrà dimostrare di saper ridurre in modo significativo la durata dei procedimenti civili, unico obiettivo del Pnrr ancora da centrare per intero. I numeri dicono che il percorso è avviato, ma per restare nei parametri europei serve un’accelerazione decisiva nei prossimi mesi.

Secondo i dati più recenti, la durata media delle cause civili è già diminuita di oltre un quarto rispetto al 2019. Tuttavia, per rispettare l’impegno assunto con Bruxelles, occorre un ulteriore passo in avanti. Su questo fronte il Ministero della Giustizia punta sulle misure straordinarie introdotte nell’ultimo anno: dall’impiego flessibile dei magistrati, anche da remoto, all’ingresso immediato dei tirocinanti nelle Corti d’appello, fino al rafforzamento degli organici attraverso concorsi coordinati su scala nazionale.

L’obiettivo dichiarato è ambizioso: arrivare entro il 2026 a una copertura integrale delle piante organiche della magistratura, un traguardo mai raggiunto prima. Parallelamente, si lavora per chiudere una partita storicamente critica come quella degli indennizzi per la durata irragionevole dei processi. Il progetto dedicato alla liquidazione delle cosiddette “cause-lumaca” mira a smaltire l’arretrato accumulato negli anni passati, riducendo un peso strutturale che grava da tempo sui bilanci pubblici.

Sul versante penale, invece, i risultati sono già andati oltre le attese: i tempi medi di definizione dei procedimenti risultano ridotti ben oltre la soglia concordata in sede europea. Una performance che consente di concentrare ora l’attenzione sul civile, dove l’aumento delle nuove iscrizioni – in particolare in materie sensibili come immigrazione e cittadinanza – rischia di rallentare il percorso.

Un ruolo centrale è giocato dalla trasformazione digitale. La quasi totalità dei fascicoli giudiziari è ormai informatizzata e il primo grado penale è entrato in una fase di piena digitalizzazione, con nuovi portali per la gestione degli atti e delle notizie di reato. Restano però alcune criticità operative: aggiornamenti tecnologici non sempre coordinati hanno provocato difficoltà nei depositi telematici, segnalate anche dall’avvocatura, evidenziando la necessità di una maggiore sincronizzazione tra sistemi e uffici.

Il Piano nazionale non riguarda solo processi e tecnologia. Grande attenzione è riservata anche al personale. Le risorse Pnrr hanno consentito l’assunzione di migliaia di lavoratori a supporto degli uffici giudiziari e il Ministero ha annunciato l’intenzione di avviare percorsi di stabilizzazione, affiancando fondi nazionali agli investimenti europei per garantire continuità e competenze nel medio periodo.

Accanto alle riforme organizzative, proseguono gli interventi strutturali: cantieri aperti per l’edilizia giudiziaria, nuovi padiglioni carcerari e programmi mirati a migliorare le condizioni di vita negli istituti di pena. Un tema, quello del carcere, che resta delicato, come ricordato dal Guardasigilli Carlo Nordio, che ha parlato di una responsabilità collettiva nel prevenire il disagio e ridurre fenomeni drammatici come i suicidi tra i detenuti.

Il quadro che emerge dalla relazione al Parlamento è quello di una macchina in movimento, con risultati concreti già certificati dall’erogazione delle ultime tranche di fondi europei. Ma la vera prova si gioca ora: nei prossimi mesi si deciderà se la giustizia italiana riuscirà a trasformare l’emergenza Pnrr in un cambiamento strutturale o se l’occasione verrà solo parzialmente colta.

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