Evasori: solo uno su 8 è una partita IVA. Flop della lotteria degli scontrini

I contribuenti italiani con debiti fiscali non ancora riscossi dalle nostre Agenzie fiscali ammontano a circa 22,8 milioni, di cui 3,6 milioni sono rappresentati da persone giuridiche (società di capitali, enti commerciali, cooperative, ecc.) e i restanti 19,2 milioni da persone fisiche. Tra queste ultime, 16,3 milioni sono lavoratori dipendenti, pensionati e percettori di altre forme di reddito (da beni mobili, immobili, ecc.), mentre i rimanenti 2,9 milioni, corrispondenti al 12,7 per cento del totale, svolgono un’attività economica come artigiani, commercianti o liberi professionisti.  In sintesi, i dati ufficiali forniti dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione confermano quanto sostenuto costantemente dalla CGIA: i lavoratori autonomi non sono un popolo di evasori, come spesso vengono descritti dall’opinione pubblica. È indubbio che in questa categoria vi sia anche chi non adempie ai propri obblighi fiscali; tuttavia, secondo le statistiche ufficiali dell’Agenzia delle Entrate, solo un debitore col fisco su otto è una partita IVA.

·        Mancano 1.274 miliardi, ma incassabili sono solo 100. Il 76% delle cartelle sono di importo inferiore ai 1.000 euro

Tra il 2000 e il 2024 le tasse, contributi, imposte, bollette, multe, etc., non riscosse dal fisco italiano o da altri enti sono pari a 1.274,5 miliardi di euro. Al netto delle persone nel frattempo decedute, delle imprese cessate, dei nullatenenti e dei contribuenti già sottoposti ad azione cautelare/esecutiva, l’importo potenzialmente aggredibile si riduce a poco più di 100 miliardi di euro (7,9 per cento del totale). Va altresì segnalato che il cosiddetto magazzino residuo è composto da 175 milioni di cartelle per un numero complessivo di 291 milioni di crediti. Gli avvisi di addebito e di accertamento esecutivo sono mediamente di importo molto contenuto: il 76 per cento dei singoli crediti, infatti, sono di importo inferiore a 1.000 euro e cubano complessivamente 59 miliardi di euro.

·        Il 58% dei mancati incassi è concentrato nel Centrosud

Sebbene al Nord sia concentrata la stragrande maggioranza della ricchezza prodotta nel Paese e la parte più dinamica delle attività economiche e produttive, dei 1.274 miliardi di euro di tasse non riscosse negli ultimi 25 anni, il 58 per cento, pari a 739,3 miliardi di euro sono riconducibili alle regioni del Centrosud. Il rimanente 42 per cento, invece, è in capo alle regioni del Nord che cubano 535.1 miliardi di euro non versati. Prendendo come riferimento il dato pro capite, la situazione più critica si verifica nel Lazio, dove i debiti fiscali da riscuotere sono pari a 39.673 euro. Seguono la Campania con 27.264 euro pro capite, la Lombardia con 25.904 euro, il Molise con 20.469 euro e le Marche con 20.078 euro. In valore assoluto, l’importo record non pagato è in capo alla Lombardia con 259,4 miliardi di euro. Seguono il Lazio con 226,7 miliardi di euro, la Campania con 152,5 miliardi, l’Emilia Romagna con 87,9 miliardi e la Sicilia con 87,8 miliardi di euro.

·        La lotteria degli scontrini è stata un flop

Il cashback e la lotteria degli scontrini sono state tra le misure messe in campo in questi ultimi anni per contrastare l’evasione fiscale che non hanno ottenuto i risultati sperati. Se nel primo caso lo scopo era quello di favorire l’utilizzo dei mezzi di pagamento elettronici a scapito dell’uso del contante, nel secondo si puntava ad incentivare il consumatore a chiedere lo scontrino fiscale. I risultati sono stati fallimentari. Il cashback, introdotto dal governo Conte II a luglio 2020, è diventato operativo dal primo gennaio 2021. A seguito della sua regressività e all’eccessivo costo per le casse dello Stato, il provvedimento è stato sospeso il primo luglio 2021 dal governo Draghi e con la manovra di Bilancio 2022 è stato definitivamente soppresso. La lotteria degli scontrini, invece, è ancora in vigore, anche se il numero dei richiedenti per partecipare alle estrazioni è crollato. Se nel 2021 la trasmissione al sistema ha interessato 137 milioni di scontrini, nel 2022 lo stock è diminuito a 41 milioni, nel 2023 è sceso a 33,5 milioni e nei primi undici mesi del 2024 la soglia è leggermente risalita a 38,8 milioni. Tra il 2021 e il 2024, comunque, la contrazione è stata del 72 per cento. A titolo puramente indicativo, si segnala che solo di alimentari e bevande analcoliche, nel 2023 le famiglie italiane hanno speso 182 miliardi di euro.  

·        Per contrastare l’evasione serve un fisco più efficiente

I risultati ottenuti nella lotta contro l’evasione fiscale indicano l’opportunità di continuare a seguire il percorso intrapreso negli ultimi anni, intensificando gli sforzi verso la semplificazione del sistema tributario e il conseguente miglioramento della relazione tra fisco e contribuente. È fondamentale sfruttare in modo sempre più efficiente i dati detenuti dall’Amministrazione fiscale, al fine di ottimizzare i controlli su fenomeni che, secondo le valutazioni dell’Agenzia delle Entrate, presentano elevati livelli di rischio. Tra questi si annoverano: le frodi IVA; l’uso improprio di crediti inesistenti e/o aiuti economici non dovuti; la fittizia dichiarazione di residenza fiscale all’estero; e l’occultamento di patrimoni al di fuori dei confini nazionali. Sono modalità di evasione che, a differenza di quelli imputabili agli artigiani e ai piccoli commercianti, sono ascrivibili quasi esclusivamente ai grandi contribuenti.

Cartella Clinica, il Garante Privacy chiarisce: “La copia integrale dipende dal titolare del trattamento”

Il Garante per la protezione dei dati personali ha fornito un’importante guida riguardante il diritto di accesso alla propria cartella clinica, specificando le modalità per ottenere copia integrale dei documenti medici. In particolare, l’Autorità ha chiarito che l’interessato ha il diritto, ai sensi dell’articolo 15 del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (RGPD), di richiedere l’accesso alla propria cartella clinica (o a quella di un defunto, come previsto dall’art. 2-terdecies del Codice Privacy), con la possibilità di ricevere una copia dei dati personali trattati.

Secondo quanto stabilito dal Garante, se è necessario garantire l’esattezza, la completezza e l’intelligibilità delle informazioni richieste, il titolare del trattamento ha l’obbligo di fornire una copia integrale dei documenti che contengono tali dati.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata su questo aspetto con la sentenza 307-22 del 26 ottobre 2023, affermando che nel contesto di un rapporto medico-paziente, il diritto di ottenere una copia dei dati personali implica che l’interessato riceva una riproduzione fedele e comprensibile dell’intero insieme di tali dati. Questo include, tra l’altro, le informazioni riguardanti diagnosi, esami, opinioni dei medici e dettagli su terapie o interventi.

Tuttavia, la richiesta di accesso non implica un immediato rilascio della documentazione completa. Come sottolineato nel regolamento, la prima copia dei dati è gratuita, ma non necessariamente comprendente tutti i documenti della cartella clinica. La decisione se fornire una copia integrale dei documenti spetta al titolare del trattamento, che deve valutare se questa sia necessaria per garantire all’interessato la possibilità di verificare l’esattezza e la comprensibilità dei dati richiesti.

In linea con le Linee guida del Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB), il Regolamento non prevede requisiti formali per la presentazione delle richieste, consigliando ai titolari di essere indulgenti nei confronti dei richiedenti, i quali potrebbero non essere a conoscenza delle complessità della normativa. In caso di dubbi, il titolare del trattamento è invitato a chiedere chiarimenti direttamente all’interessato.

Forze dell’Ordine e pratica forense: via libera all’iscrizione nel Registro dei Praticanti

Gli appartenenti alle Forze dell’Ordine possono iscriversi nel Registro dei Praticanti avvocati, anche se successivamente non potranno accedere all’Albo degli Avvocati. Lo ha stabilito il Consiglio Nazionale Forense con la sentenza n. 327 del 21 settembre 2024, ribadendo che la norma generale (art. 41, co. 4, L. n. 247/2012) non prevede incompatibilità tra il tirocinio forense e l’attività di lavoro subordinato, anche per chi svolge funzioni di polizia.

Accorgimenti per evitare conflitti di interesse

Tuttavia, per evitare conflitti di interesse legati al dovere di denuncia della notitia criminis, gli aspiranti avvocati appartenenti alle Forze dell’Ordine dovranno circoscrivere la loro pratica a determinati settori del diritto, preventivamente valutati dal dominus, ossia l’avvocato affidatario. Questo accorgimento è necessario per garantire che l’obbligo di segretezza e fedeltà del praticante avvocato non entri in conflitto con i doveri istituzionali legati al ruolo nelle Forze dell’Ordine.

La decisione del Consiglio Nazionale Forense

La sentenza ha accolto il ricorso di un appartenente all’Arma dei Carabinieri contro il provvedimento del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati (COA) che gli aveva negato l’iscrizione al Registro dei Praticanti. Il CNF, nel decidere, ha seguito l’orientamento già espresso nella sentenza n. 248/2021, in linea con quanto affermato dalla Cassazione a Sezioni Unite nella sentenza n. 28170/2008, chiarendo così una volta per tutte che l’incompatibilità scatta solo al momento della richiesta di iscrizione all’Albo.

Riforma della magistratura onoraria: novità su compensi e tutele

La riforma della magistratura onoraria avanza in Parlamento, con l’approvazione al Senato del disegno di legge già licenziato dalla Camera lo scorso dicembre. La norma, attesa da anni, introduce un inquadramento economico e previdenziale più stabile per i magistrati onorari del contingente a esaurimento, ossia coloro che operano secondo le regole del decreto legislativo n. 116 del 2017.

Il provvedimento prevede stipendi aggiornati, tutele previdenziali, trattamento di fine rapporto (TFR) e ferie retribuite. Tuttavia, resta irrisolta la questione previdenziale per i magistrati onorari non esclusivisti, che continuano a esercitare altre professioni, come l’avvocatura. Per loro, la frammentazione dei contributi tra diverse casse previdenziali rende complessa e costosa la gestione delle pensioni.

Un nodo cruciale è la competenza dei giudici onorari di tribunale (Got), che continueranno a occuparsi di cause civili minori, come i risarcimenti per incidenti stradali fino a 100 mila euro. Tuttavia, potranno essere assegnati loro anche procedimenti più rilevanti, in assenza di giudici togati disponibili.

La riforma introduce anche cambiamenti nell’applicazione dei magistrati onorari ai collegi giudicanti: sarà possibile solo per necessità temporanee o emergenziali. Dal 31 ottobre 2025, entrerà in vigore un nuovo assetto organizzativo per gli uffici del giudice di pace, come previsto dalla riforma Orlando.

L’iter legislativo non è ancora concluso, ma il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro delle Vedove (FdI), ha confermato l’impegno del governo a portare a termine questa riforma tanto attesa, riconosciuta come necessaria da tutte le forze politiche.

Fuga dal pubblico impiego: dimissioni record e concorrenza tra enti

Il pubblico impiego non è più sinonimo di stabilità e sicurezza. Nel 2023, secondo i dati dell’Inps, le dimissioni dalle amministrazioni pubbliche hanno raggiunto quota 92.878, segnando un incremento del 33% rispetto al 2019. Il fenomeno è particolarmente evidente nelle regioni del Nord-Ovest, dove le uscite sono passate da 22.306 a 35.008, mentre nel Nord-Est sono aumentate da 14.622 a 19.491.

Crisi nella sanità e negli enti locali

La situazione è particolarmente critica nel settore sanitario. Negli ultimi tre anni, circa 12 mila medici hanno abbandonato il Servizio sanitario nazionale, con un picco di dimissioni a Milano, dove solo nel 2024 circa 6 mila dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio incarico. Nei Pronto soccorso e negli ospedali universitari, gli specializzandi si trovano spesso a dover coprire turni estenuanti, talvolta doppi rispetto alle ore previste, svolgendo mansioni che spetterebbero al personale strutturato.

Questa pressione lavorativa spinge molti professionisti verso il settore privato, creando un circolo vizioso che, come sottolinea il segretario della Uil, Santo Biondo, “aumenta il carico di lavoro per chi rimane”. La fuga dal pubblico non riguarda solo la sanità: gli enti locali come Comuni e Regioni sono sempre meno competitivi rispetto agli enti centrali come Inps e Inail, che offrono migliori possibilità di carriera e stipendi più alti.

Contratti bloccati e stipendi inadeguati

Una delle cause principali è il mancato rinnovo dei contratti. Il governo ha proposto un aumento del 5,78% per il triennio 2022-2024, mentre l’inflazione ha raggiunto quasi il 17%. La Funzione Pubblica Cgil e la Uil Fpl hanno rifiutato l’offerta, chiedendo maggiori risorse, e le trattative per i comparti sanità e funzioni locali sono ferme.

L’unico contratto rinnovato è quello delle funzioni centrali, grazie all’accordo con la Cisl e altri sindacati, ma la situazione generale rimane critica. Secondo la Funzione Pubblica Cgil, il blocco delle assunzioni e della contrattazione ha reso il lavoro pubblico sempre meno attrattivo, aumentando il carico di lavoro in uffici già sottodimensionati.

Il paradosso della concorrenza tra enti pubblici

Un fenomeno tutto italiano è la concorrenza tra enti pubblici per accaparrarsi i migliori dipendenti. Molti lavoratori, infatti, lasciano un’amministrazione per un’altra che offre migliori condizioni di lavoro e stipendi più alti. Questo porta a un continuo ricambio di personale, che svuota gli organici senza risolvere il problema strutturale della carenza di risorse umane.

Un futuro incerto per il pubblico impiego

Il “posto fisso” non è più considerato sacro, come raccontava Lino Banfi nel film Quo vado?. Al contrario, sempre più persone scelgono di abbandonarlo per trovare condizioni lavorative migliori nel settore privato o in altri enti pubblici più competitivi. Senza un intervento strutturale su stipendi, carichi di lavoro e condizioni contrattuali, il pubblico impiego rischia di diventare sempre meno attrattivo, aggravando ulteriormente la crisi del settore.

ANM: per avere un giudice terzo non occorre andare a Berlino

ROMA, 21 febbraio – “Per dimostrare l’inutilità della separazione delle carriere, basta osservare la vicenda processuale che si è conclusa con la condanna in primo grado del sottosegretario Delmastro. Alla richiesta di archiviazione del pm un giudice ha ordinato l’imputazione, ed alla richiesta di assoluzione di un pm il Tribunale ha pronunciato condanna. Questo dimostra, come l’Anm sostiene da sempre, che il pm può chiedere l’assoluzione, nonostante la sua carriera non sia separata da quella del giudice, e che il giudice non è succube del pm”. Ad affermarlo è la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati.

“Siamo, invece, sconcertati – prosegue la Giunta – nel constatare che ancora una volta il potere esecutivo attacca un giudice per delegittimare una sentenza. Siamo disorientati nel constatare che il ministro della Giustizia auspica la riforma di una sentenza di cui non esiste altro che il dispositivo. Sono dichiarazioni gravi, non consone alle funzioni esercitate, in aperta violazione del principio di separazione dei poteri, che minano la fiducia nelle istituzioni democratiche”.

“Siamo, tuttavia, confortati dalla consapevolezza che i magistrati del Tribunale di Roma hanno semplicemente applicato la legge con onore e responsabilità, come fanno ogni giorno i magistrati italiani”, conclude la nota Anm.

Delmastro condannato per rivelazione di segreto d’ufficio: “Non mi dimetto”

I giudici dell’ottava sezione del tribunale di Roma hanno condannato a otto mesi di reclusione Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia, per rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso dell’anarchico Alfredo Cospito. La sentenza arriva nonostante la richiesta di assoluzione avanzata dalla procura, che aveva escluso l’intenzionalità della violazione. La condanna ha subito scatenato un acceso dibattito politico: la maggioranza fa quadrato attorno a Delmastro, mentre le opposizioni chiedono le sue dimissioni.

La vicenda giudiziaria

Andrea Delmastro è stato accusato di aver rivelato informazioni riservate sui colloqui in carcere di Alfredo Cospito, detenuto al 41 bis. Il caso era esploso il 31 gennaio 2023, quando Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, aveva rivelato alla Camera dettagli sui contatti tra Cospito e alcuni boss mafiosi. Donzelli aveva poi ammesso di aver ricevuto quelle informazioni direttamente da Delmastro, il quale si era difeso sostenendo che i documenti non fossero classificati.

Nonostante la procura di Roma avesse inizialmente chiesto l’archiviazione, ritenendo che Delmastro non fosse consapevole dell’esistenza del segreto, la gip Emanuela Attura aveva disposto l’imputazione coatta. I giudici hanno ora stabilito la condanna a otto mesi di reclusione per il sottosegretario, che era presente in aula assistito dall’avvocato Giuseppe Valentino.

Le reazioni politiche

Delmastro ha subito dichiarato che non si dimetterà: “Spero ci sia un giudice a Berlino, non mi dimetto”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha espresso “disorientamento e dolore” per la condanna, confermando “totale fiducia” nel sottosegretario e ribadendo l’impegno per le riforme della giustizia.

Dura la reazione delle opposizioni. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha chiesto alla premier Giorgia Meloni di far dimettere Delmastro, definendo “inadeguata” l’attuale classe dirigente. Giuseppe Conte, leader del M5S, ha attaccato direttamente Meloni, definendola “la principale responsabile di questo grave andazzo”. Anche Matteo Renzi (Iv) ha criticato Delmastro, pur sottolineando che il problema risiede “in quello che dice, non nelle condanne che prende”.

Lo scontro in Parlamento

Il caso Delmastro ha riportato l’attenzione sull’intervento di Donzelli alla Camera, da cui è partita l’inchiesta. Il deputato di Fratelli d’Italia aveva reso pubbliche informazioni sui colloqui di Cospito con esponenti mafiosi durante l’ora d’aria nel carcere di Bancali a Sassari. In quei dialoghi, boss come Francesco Presta e Francesco Di Maio avevano incoraggiato Cospito a proseguire lo sciopero della fame contro il 41 bis.

Secondo l’accusa, la divulgazione di quei dati, contenuti in una relazione del gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, avrebbe violato il segreto d’ufficio. Delmastro ha sostenuto che, in qualità di sottosegretario con delega al Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), avesse legittimamente accesso a quei documenti.

Conseguenze e scenari futuri

La condanna di Delmastro apre ora scenari complessi per il governo Meloni, che si trova sotto pressione per le richieste di dimissioni del sottosegretario. La premier dovrà decidere se mantenere la linea difensiva della maggioranza o se cedere alle richieste dell’opposizione. In ogni caso, il caso Delmastro rischia di influenzare l’agenda politica nei prossimi mesi, con inevitabili ripercussioni sulle riforme della giustizia annunciate dal ministro Nordio.

Mediazione civile in crescita nel 2023: sempre più accordi, soprattutto nelle controversie di basso valore

Il ricorso alla mediazione civile continua a crescere in Italia. Secondo la Relazione annuale del Ministero della Giustizia 2025, presentata dal Ministro Nordio all’inaugurazione dell’anno giudiziario, nel 2023 sono state iscritte circa 178.182 mediazioni, segnando un incremento del 15% rispetto al 2022. Le definizioni dei procedimenti sono aumentate dell’11%. Rispetto al 2019, ultimo anno pre-pandemia, le iscrizioni sono cresciute del 21%, ma le definizioni solo del 7,5%, segno di un recupero dell’attività ancora lento.

La mediazione obbligatoria domina, ma cresce l’uso di quella volontaria

La maggior parte delle mediazioni iscritte nel 2023 (74%) è stata avviata come “obbligatoria”, ossia necessaria per legge come condizione di procedibilità. Le mediazioni “volontarie” rappresentano il 13% del totale, mentre quelle demandate dal giudice sono circa il 14%. In particolare, dall’entrata in vigore della Riforma Cartabia (30 giugno 2023), le mediazioni demandate dai giudici sono state circa 11.170, con il 56% dei casi riguardanti contratti bancari e locazioni.

La presenza degli avvocati resta molto elevata anche nelle mediazioni volontarie, dove non c’è obbligo di assistenza legale: l’89% dei proponenti e il 76% degli aderenti hanno comunque scelto di farsi assistere da un legale.

Accordi più frequenti nelle liti di basso valore

La probabilità di raggiungere un accordo è risultata più alta nei procedimenti con un valore della lite compreso tra i 1.000 e i 5.000 euro. In questi casi, il tasso di accordo è del 34%, che sale al 57% quando le parti accettano di proseguire la mediazione dopo il primo incontro informativo.

Tra le materie più trattate in mediazione figurano quelle non espressamente previste dall’articolo 5 co.1-bis del Dlgs 28/2010 e le questioni volontarie (18,30% delle iscrizioni), seguite da Diritti reali (15,4%), Condominio (13,8%), Contratti bancari (12,54%) e Locazione (10,14%).

Si riducono gli Organismi di mediazione

Nonostante la crescita del ricorso alla mediazione, si registra un calo nel numero di Organismi attivi: da 580 nel 2020 a 550 nel 2023. Le regioni del Nord-Ovest e del Centro-Sud sono quelle in cui l’istituto della mediazione è maggiormente utilizzato.

Mediazione telematica ancora limitata

Nel secondo semestre del 2023, la mediazione telematica ha riguardato il 34% dei procedimenti definiti, confermando che la modalità in presenza rimane la più utilizzata.

Ingiuste detenzioni: risarcimenti milionari ma poche sanzioni per i magistrati

Nel 2024 lo Stato italiano ha pagato 26,9 milioni di euro in risarcimenti per ingiusta detenzione. Dal 2018 al 2024, la cifra complessiva ha superato i 220 milioni di euro, con 4920 persone finite in carcere per errore. Tuttavia, nello stesso periodo, solo nove magistrati sono stati sanzionati per gli errori commessi.

È quanto emerge dalla Relazione al Parlamento del ministero della Giustizia su “Misure cautelari personali e riparazione per ingiusta detenzione” per l’anno 2024. I distretti di Corte di Appello con il maggior numero di richieste di risarcimento sono quelli di Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro e Roma. Mancano però i dati sulle riparazioni per errori giudiziari, cioè per chi è stato riconosciuto innocente dopo un processo di revisione successivo a una condanna definitiva.

Una giustizia che pesa sulle tasche dei cittadini

Quasi il 75% delle richieste di risarcimento viene accolto per “accertata estraneità ai fatti contestati”. Solo il 25% riguarda l’illegittimità della misura cautelare. Nel 2024, su 1293 domande presentate, il 46,6% è stato accolto, il 49,4% respinto e il 4% dichiarato inammissibile.

Valentino Maimone e Benedetto Lattanzi, giornalisti e fondatori di Errorigiudiziari.com, spiegano: “Anche se i casi di ingiusta detenzione sono in diminuzione (619 nel 2023, 552 nel 2024), non bisogna lasciarsi ingannare. Le istanze respinte sono in aumento e dal 1991 a oggi lo Stato ha speso oltre 900 milioni di euro”.

I due avvertono inoltre che lo Stato potrebbe cercare di limitare le istanze di accoglimento per mancanza di fondi e sostengono la proposta del deputato Enrico Costa di rendere accessibili tutte le ordinanze, sia accolte che rigettate, per analizzare le motivazioni dei giudici.

Responsabilità (quasi) inesistenti per i magistrati

Dal 2017 al 2024 sono state avviate 89 azioni disciplinari contro magistrati per ingiuste detenzioni, ma solo in 9 casi ci sono state sanzioni (0,15% degli errori). La maggior parte dei procedimenti si è conclusa con assoluzioni o archiviazioni. Le condanne includono 8 censure e 1 trasferimento.

Secondo Enrico Costa (Forza Italia), “il magistrato che sbaglia non paga mai, neanche quando toglie la libertà a persone innocenti. Paga solo lo Stato”. Costa denuncia anche il calo delle azioni disciplinari promosse dal ministro della Giustizia: da 11 nel 2017 a zero nel 2024.

Il parlamentare accusa i magistrati fuori ruolo presso il ministero di non voler avviare azioni disciplinari contro i colleghi e critica il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) per aver emesso solo nove sanzioni su 89 procedimenti. “La politica è complice di questo status quo conservativo – conclude Costa – accettando che gli errori giudiziari restino impuniti”.

Guerra cibernetica: nuova ondata di attacchi hacker all’Italia

Quarto giorno consecutivo ieri di attacchi DDoS contro l’Italia. Hacker filorussi del gruppo NoName057 hanno preso di mira diversi settori strategici, tra cui giustizia, finanza e trasporti, in un’azione dimostrativa e propagandistica che, al momento, non ha causato disservizi significativi. Il gruppo aveva già colpito nei giorni scorsi circa 20 siti web italiani legati alla finanza e alla produzione di armi.

L’intervento dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale

L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn) è intervenuta prontamente, intercettando il traffico anomalo e verificando l’effettiva natura dell’attacco. Una volta valutato il possibile impatto, l’Agenzia ha informato i bersagli e fornito supporto e consigli per mitigare i rischi.

Frattasi: “Attacchi a scopo ideologico”

Secondo Bruno Frattasi, direttore generale dell’Acn, gli attacchi hacker sono motivati da ragioni ideologiche. “Non posso dire se ci sia un mandante politico, perché nessuno lascia impronte digitali riconoscibili. Tuttavia, l’ispirazione ideologica è evidente: le stesse gang criminali la dichiarano apertamente”, ha spiegato Frattasi in un’intervista a La Stampa.

Gli attacchi sembrano coincidere con importanti interventi istituzionali, come nel caso delle recenti dichiarazioni del Presidente Sergio Mattarella. Oltre a provocare disagi, gli attacchi mirano a inquinare il discorso pubblico e a mostrare la presunta vulnerabilità di un Paese occidentale fedele alla linea europea.

La minaccia di NoName057 e la risposta italiana

NoName057 non è un gruppo improvvisato. Frattasi ha rivelato che l’Italia lo conosce bene da almeno due anni. “Nel 2023, poco dopo il mio arrivo all’Agenzia, mi hanno accolto pubblicando una mia foto con uno scolapasta in testa, insinuando che la sicurezza informatica dell’Italia fosse un colabrodo. Oggi, grazie al lavoro dell’Acn, l’impatto dei loro attacchi DDoS è calato dal 19 al 15%, nonostante gli episodi siano aumentati da 319 a 519”.

Pur riconoscendo che NoName057 non è una minaccia da sottovalutare, Frattasi ha chiarito: “Non si tratta di un gruppo che agisce da uno scantinato, ma nemmeno di una minaccia così pericolosa”.

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