IA e professioni: quali lavori a rischio e quali in crescita

L’avanzata dell’Intelligenza Artificiale (IA) nel mondo del lavoro sta generando un panorama a due facce in Italia. Da un lato, emerge il rischio concreto di sostituzione per alcune professioni, in particolare quelle con mansioni ripetitive e automatizzabili. Dall’altro, si aprono nuove opportunità di crescita e integrazione, soprattutto per i lavoratori con competenze digitali avanzate.

Secondo un recente focus Censis-Confcooperative, l’IA è destinata a trasformare profondamente il mercato del lavoro italiano. Si stima che il 27% delle ore lavorate in Europa potrebbe essere automatizzato, con settori come la ristorazione (37%), il supporto d’ufficio (36%) e la produzione (36%) particolarmente vulnerabili.

Tuttavia, l’IA non è solo una minaccia. Può anche supportare e migliorare il lavoro umano, soprattutto in professioni che richiedono competenze complementari, come avvocati, magistrati, dirigenti e psicoterapeuti. In questi casi, l’IA può assumere compiti di routine, consentendo ai lavoratori di concentrarsi su attività a maggior valore aggiunto.

Il problema principale per l’Italia è il ritardo nell’adozione dell’IA. Secondo i dati, solo il 2% delle imprese italiane utilizza l’IA, contro il 13% della Germania e la media europea del 13,5%. Questo ritardo è dovuto a diversi fattori, tra cui la carenza di competenze digitali, la resistenza al cambiamento e la mancanza di investimenti.

Per affrontare questa sfida, è necessario un cambio di paradigma. Come sottolinea il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, “la persona va messa al centro del modello di sviluppo con l’intelligenza artificiale al suo servizio”. È fondamentale investire nella formazione, nella riqualificazione dei lavoratori e nella creazione di un ecosistema favorevole all’innovazione.

Inoltre, è importante affrontare il divario di genere nell’adozione dell’IA. Le donne, infatti, sembrano essere più esposte al rischio di sostituzione rispetto agli uomini. È necessario promuovere l’accesso delle donne alle professioni STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e garantire pari opportunità di formazione e sviluppo professionale.

Corte d’Appello di Napoli, un protocollo per la creazione di un Osservatorio contro la violenza di genere e domestica

È stato firmato ieri a Napoli il protocollo d’intesa tra la Corte d’Appello di Napoli, la Procura Generale presso la Corte d’Appello e la Cooperativa Sociale E.V.A., con l’obiettivo di realizzare un Osservatorio distrettuale sul fenomeno della violenza di genere e della violenza domestica.

L’iniziativa mira a creare un sistema integrato e più efficace di protezione per le donne e i minori che si rivolgono alla giustizia, alle forze dell’ordine o ai servizi territoriali. L’intento è prevenire la vittimizzazione secondaria e tutelare i diritti delle vittime, rafforzando la prevenzione del fenomeno.

L’Osservatorio avrà tra i suoi compiti il monitoraggio costante della normativa e delle sue applicazioni, la raccolta e la diffusione di buone pratiche, l’incremento delle competenze specifiche e la promozione della formazione pluridisciplinare.

Uno degli obiettivi principali dell’intesa è il coinvolgimento di enti e organizzazioni al fine di costituire un coordinamento permanente tra tutti gli attori territoriali che operano nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere. Tra le iniziative previste, anche l’istituzione di un Tavolo tecnico permanente di concertazione.

La Presidente della Corte d’Appello di Napoli, Maria Rosaria Covelli, ha commentato: “La violenza si manifesta in molte forme: fisica, psicologica, economica, domestica. Nessuna di queste può essere tollerata o giustificata. Le vittime restano intrappolate in situazioni di paura e isolamento, convinte di non avere alternative o supporto. Questo protocollo rappresenta un importante punto di partenza a difesa delle donne che, purtroppo, sempre più spesso, sono vittime di situazioni che ne segnano irrimediabilmente l’esistenza. È fondamentale creare una rete efficace a livello distrettuale, in grado di intercettare tempestivamente le situazioni di malessere e difficoltà che si manifestano principalmente in contesti familiari e affettivi.”

Il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello, Aldo Policastro, ha aggiunto: “Al di là delle funzioni di vigilanza degli uffici giudiziari, riteniamo strategica la possibilità di strutturare un intervento globale attraverso il confronto, la cooperazione e la formazione degli operatori. L’Osservatorio sarà il punto di coordinamento stabile con le otto Procure, i Tribunali, le forze dell’ordine e gli altri attori dei servizi pubblici e dei centri specializzati privati che si occupano della violenza di genere.”

Infine, Daniela Santarpia, presidente della Cooperativa E.V.A., ha sottolineato: “Quando le donne denunciano gli abusi e chiedono aiuto, si trovano spesso in una condizione di grande criticità. Nonostante i cambiamenti normativi, chi le ascolta non sempre ha le competenze adeguate per accoglierle, rischiando così di spostare inconsapevolmente la responsabilità dall’autore della violenza alla vittima, con il rischio di attivare comportamenti che causano vittimizzazione secondaria.”

Giustizia tributaria, il CNF si oppone alla revisione delle sedi

Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) esprime forte preoccupazione per la revisione della geografia della giustizia tributaria prevista dalla Legge Delega n. 111/2023. In una delibera ufficiale, l’Avvocatura istituzionale ha manifestato “ferma contrarietà” a qualsiasi modifica dell’attuale distribuzione delle Corti di giustizia tributaria che non garantisca il pieno rispetto del diritto di accesso alla giustizia per i contribuenti.

L’iniziativa del CNF, guidato da Francesco Greco, è scaturita dalle notizie secondo cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze starebbe elaborando un piano di accorpamento delle Corti di giustizia tributaria di primo grado, con la riduzione da 103 a 39 sedi e la soppressione di tutte le sezioni distaccate di secondo grado.

L’allarme dell’Avvocatura

Secondo il CNF, il progetto di riorganizzazione potrebbe avere pesanti ripercussioni sia per gli avvocati sia per i cittadini, penalizzando l’accesso alla giustizia e comprimendo alcuni diritti costituzionalmente garantiti. L’assetto territoriale delle Corti verrebbe ridefinito senza un confronto con le categorie professionali coinvolte e senza un’adeguata valutazione dell’impatto sui territori, con disagi considerevoli per tutti i soggetti interessati.

Nel documento deliberato, il CNF sottolinea che qualsiasi ridefinizione delle sedi dovrebbe rispettare l’articolo 19, lettera l) della Legge Delega n. 111/2023, ponendo come priorità non solo l’efficienza degli uffici finanziari, ma soprattutto il diritto dei cittadini all’accesso alla giustizia. “Ogni processo deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”, si legge nella delibera, che richiama anche i principi sanciti dalla European Commission for the Efficiency of Justice.

Le richieste al Ministero

Il CNF chiede trasparenza sulle modalità di elaborazione del progetto e invita il Ministero dell’Economia e delle Finanze a rendere noti i criteri adottati per la ridefinizione delle sedi, i dati relativi ai carichi di lavoro e alla distribuzione territoriale, nonché a convocare tutte le parti coinvolte nel processo tributario per un confronto sul tema.

Anche la presidente del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, Carolina Lussana, condivide le preoccupazioni dell’Avvocatura: “Ogni Corte di giustizia è un presidio di legalità. Il loro futuro non può essere deciso senza coinvolgere i professionisti del settore”. Lussana sottolinea inoltre come l’attuale assetto delle Corti risalga a oltre vent’anni fa e sia ormai inadeguato rispetto all’evoluzione del contenzioso tributario.

L’Avvocatura resta in attesa di risposte, ma la posizione è chiara: la riforma non può tradursi in una mera operazione di tagli, sacrificando il diritto dei cittadini a una giustizia tributaria efficiente e accessibile.

L’American Bar Association contro le intimidazioni a giudici e avvocati

L’American Bar Association (ABA), l’associazione forense più influente degli Stati Uniti, ha preso una netta posizione contro i tentativi di intimidazione ai danni di magistrati e avvocati, ribadendo l’importanza dello Stato di diritto e della separazione dei poteri. Secondo l’ABA, il governo starebbe esercitando pressioni indebite sui giudici e sulla professione legale, minacciando l’equilibrio democratico e il diritto alla difesa.

In una dichiarazione ufficiale, il presidente dell’ABA, William R. Bay, ha denunciato un “chiaro e sconcertante schema” di attacchi a giudici che emettono sentenze sgradite all’amministrazione e ad avvocati che rappresentano clienti ritenuti scomodi dal governo. Secondo l’associazione, alti funzionari statali avrebbero più volte invocato l’impeachment di magistrati senza alcuna prova di condotte illecite, minando l’indipendenza del potere giudiziario.

Il Presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti ha evidenziato nel suo rapporto annuale come le pressioni sui giudici siano un fenomeno in crescita e debbano essere contrastate con fermezza. “Non possiamo accettare un sistema in cui il governo cerca di rimuovere i giudici solo perché le loro decisioni non coincidono con la linea politica dell’amministrazione”, ha ribadito l’ABA.

Ma l’offensiva non si ferma ai tribunali: anche gli avvocati sarebbero nel mirino del governo. La dichiarazione denuncia tentativi di marginalizzare studi legali che difendono parti contrapposte all’amministrazione, oltre a pressioni su avvocati del Dipartimento di Giustizia attraverso intimidazioni e licenziamenti. In un recente caso, uno studio legale di Washington sarebbe stato preso di mira per aver rappresentato un cliente sgradito al governo, con la prospettiva di azioni punitive contro altri professionisti.

L’ABA sottolinea che l’accesso alla giustizia deve essere garantito senza interferenze politiche e che il diritto di ogni cittadino a un’adeguata difesa legale è un pilastro fondamentale della democrazia. “Respingiamo i tentativi di trasformare la professione legale in uno strumento al servizio del governo, premiando chi si allinea e punendo chi dissente”, ha dichiarato Bay.

L’American Bar Association invita tutta la comunità legale a opporsi a queste derive e a difendere con determinazione lo Stato di diritto. “Se l’ABA e gli avvocati non parlano ora, chi lo farà? È il momento di alzare la voce, insieme”.

Scontro tra governo e magistrati: il vertice si chiude senza accordo

ROMA – L’attesissimo incontro tra il governo e l’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) si è concluso senza alcun passo avanti. Due ore di confronto serrato a Palazzo Chigi non hanno portato a un avvicinamento delle posizioni, ma hanno piuttosto messo in evidenza una frattura insanabile. Il nodo principale resta la riforma della giustizia voluta dall’esecutivo, in particolare la separazione delle carriere tra pm e giudici, su cui la premier Giorgia Meloni è stata chiara: “Andremo avanti spediti, senza modifiche sostanziali”.

Uno scenario che ha lasciato delusi i rappresentanti dell’Anm, guidati dal presidente Cesare Parodi. “Abbiamo espresso la nostra preoccupazione per l’aggressività subita da alcuni magistrati per le loro sentenze, ma la risposta della premier è stata che anche la politica si sente attaccata”, ha riferito Parodi all’uscita dal vertice. Il riferimento è alle polemiche scatenate da decisioni giudiziarie scomode e ai post di alcuni magistrati, che Meloni ha definito “politici”.

Una partita giocata sul referendum

Le tensioni si sono concentrate soprattutto sulla prospettiva del referendum sulla riforma, che entrambe le parti vedono come una battaglia decisiva. Da un lato, il governo insiste sulla necessità di un cambiamento radicale nella magistratura, dall’altro l’Anm denuncia un attacco all’indipendenza della giustizia.

Il segretario dell’Anm, Rocco Maruotti, ha incalzato la premier sul punto più controverso: il rischio che la riforma sottoponga la magistratura all’influenza politica. Meloni ha respinto l’accusa, ma ha anche bollato come “provocatorio” un emendamento che mirava a garantire l’autonomia del pubblico ministero.

Botta e risposta senza esiti concreti

Il faccia a faccia ha toccato anche altri temi, come le assunzioni, la digitalizzazione della giustizia e la depenalizzazione di alcuni reati. L’Anm ha lasciato sul tavolo un dossier con otto proposte per migliorare il sistema giudiziario, ma dal governo non è arrivata alcuna apertura concreta, se non la promessa di un “tavolo di confronto sulle leggi ordinarie”.

Alla fine, la sensazione generale è stata quella di un nulla di fatto. Parodi ha parlato di un incontro “fallimentare”, ma ha assicurato che i magistrati continueranno a spiegare ai cittadini i rischi della riforma. L’Anm si riunirà nel fine settimana per decidere le prossime mosse, mentre il governo tira dritto sulla sua linea. Il braccio di ferro, insomma, è tutt’altro che finito.

CyberSec 2025: allarme sicurezza informatica, “Colmare i vuoti normativi”

ROMA – La quarta edizione della conferenza internazionale CyberSec 2025 ha acceso i riflettori sulle minacce informatiche globali e sulle sfide legate alle tecnologie emergenti. Un evento di punta per la cybersecurity italiana, che ha riunito istituzioni, forze dell’ordine, esperti del settore e rappresentanti della NATO per affrontare il tema sempre più pressante della sicurezza informatica in un contesto geopolitico instabile.

Dall’intelligenza artificiale alla crittografia post-quantistica, dallo spionaggio alla disinformazione online, le nuove frontiere del rischio cyber richiedono strumenti legislativi più efficaci. Questo il monito lanciato da Vittorio Rizzi, Direttore Generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), che ha sottolineato la necessità di colmare il gap normativo esistente:

“Abbiamo costanti vuoti nella legislazione in materia di cybersecurity che ci costringono a interpretazioni giuridiche acrobatiche. Il cambiamento nel dominio cyber è rapidissimo e il nostro ordinamento fatica a tenere il passo”.

La minaccia cyber: un rischio trasversale

Le istituzioni italiane sono nel mirino degli hacker: gli attacchi informatici contro enti governativi e infrastrutture critiche sono in costante aumento. La necessità di un’azione coordinata è stata ribadita da Lorenzo Guerini, Presidente del Copasir, che ha parlato dell’importanza di una strategia condivisa per la sicurezza nazionale:

“Le nostre democrazie sono sotto minaccia costante, interna ed esterna. Serve una visione strategica per proteggere l’interesse nazionale”.

Dello stesso avviso anche il Procuratore Nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, che ha denunciato il ritardo del sistema giudiziario nell’adottare strumenti tecnologici adeguati:

“La criminalità organizzata cibernetica si è strutturata con modelli simili a quelli delle grandi aziende. Se non sviluppiamo sistemi di intelligence basati sull’IA, resteremo indietro”.

I nuovi scenari di rischio: IA, criptovalute e social media

La conferenza ha evidenziato come le tecnologie emergenti, se non adeguatamente regolamentate, possano diventare strumenti per il crimine e il terrorismo. Tra i principali vettori di rischio citati dagli esperti:

  • Intelligenza Artificiale: utilizzata per attacchi informatici sofisticati e per la manipolazione delle informazioni.
  • Criptovalute e blockchain: mezzi sempre più diffusi per il riciclaggio di denaro e il finanziamento di attività illecite.
  • Social media: terreno fertile per la radicalizzazione, la propaganda e la diffusione di fake news.

“Il dominio cyber è ormai centrale in tutti gli ambiti della nostra vita. Non possiamo più considerarlo solo una questione tecnica: è un tema politico, economico e di sicurezza nazionale”, ha concluso Rizzi.

Il futuro della cybersicurezza: serve più Europa

Uno degli aspetti più discussi è stata la necessità di un coordinamento internazionale. Come sottolineato dal Direttore del Servizio di Polizia Postale, Ivano Gabrielli, la pervasività degli attacchi informatici è aumentata in modo esponenziale, colpendo non solo istituzioni, ma anche sanità, finanza e industria.

“Serve un nuovo approccio investigativo e una legislazione europea più forte, perché nessun Paese può affrontare questa sfida da solo”, ha dichiarato Gabrielli.

L’appello lanciato dagli esperti di CyberSec 2025 è chiaro: senza un aggiornamento normativo e una strategia condivisa, il Paese rischia di trovarsi impreparato di fronte alle minacce del futuro.

Maruotti (CdS): “Meno formalismi, più accesso alla giustizia”

“La Giustizia amministrativa è centrale nel Paese. Noi siamo quell’arbitro indispensabile per la regolarità della partita, e l’infrazione è fisiologica, ma tutti devono credere nelle regole”. Con queste parole, il Presidente del Consiglio di Stato, Luigi Maruotti, ha aperto il suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025 del Tar Lazio, sottolineando il ruolo fondamentale della magistratura amministrativa nel garantire equità e trasparenza.

Maruotti ha voluto chiarire che il compito della giustizia amministrativa non è quello di “smentire” l’amministrazione, ma di correggerne eventuali errori: “Annullare un atto non significa sconfessare l’amministrazione, ma indicare che potrebbe essere migliorato”. Ha poi ricordato che i tribunali amministrativi non sono solo giudici dell’economia, ma anche dei diritti, come dimostrato dalla loro centralità durante la pandemia da Covid-19 e nelle decisioni sulla tutela degli alunni disabili.

Semplificazione e chiarezza: sentenze più accessibili

Uno dei punti chiave toccati dal Presidente ha riguardato la necessità di una maggiore sintesi e chiarezza negli atti giudiziari. “Dobbiamo essere più sintetici noi magistrati, non solo gli avvocati. A volte leggo sentenze di pagine e pagine, ma per capire la ratio decidendi devi arrivare alle ultime 10 righe finali. Non è possibile. La sentenza deve essere chiara, rispondere ai motivi e poter essere facilmente spiegata al cliente. Deve rivolgersi alla comunità, non solo agli addetti ai lavori”.

Maruotti ha auspicato che le decisioni amministrative possano essere scritte con maggiore immediatezza, affinché l’amministrazione stessa possa comprenderle e applicarle più facilmente. “Se miglioriamo le sentenze, semplifichiamo l’azione amministrativa e soddisfiamo meglio gli interessi della comunità”.

Contributo unificato troppo alto: servono interventi

Maruotti ha poi rivolto un messaggio agli avvocati, riconoscendo le difficoltà economiche legate al contributo unificato: “Sono consapevole che l’entità del contributo unificato è particolarmente elevata. Spero che nelle sedi competenti le proposte che anch’io ho sollevato per una sua riduzione vengano prese in considerazione. Troppi cittadini rinunciano al ricorso perché la legislazione è oscura o perché i costi sono eccessivi”.

Il Presidente del Consiglio di Stato ha anche esortato i giudici amministrativi a non essere troppo rigidi nell’applicazione delle norme sui ricorsi, specialmente quelle che incidono sulla difesa dei cittadini: “Ho visto sentenze molto formalistiche che non vorrei più rivedere. Bisogna sempre consentire il più ampio esercizio del diritto alla difesa, tenendo conto della complessità del caso concreto, e non solo del suo valore economico”.

Un dialogo aperto con gli avvocati

Infine, Maruotti ha assicurato che le voci degli avvocati saranno ascoltate nelle riforme che riguardano il sistema giudiziario amministrativo: “Chi teme che ci sarà un decreto frettoloso sbaglia. Sono sempre in contatto con le associazioni e gli enti che rappresentano gli avvocati, e le loro indicazioni saranno tenute nella massima considerazione”.

Tar Lazio: nel 2024 giacenze ridotte del 25%, un risultato senza precedenti

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha chiuso il 2024 con un risultato straordinario: la riduzione del 25,22% delle giacenze di ricorsi, un traguardo senza precedenti nell’ultimo decennio. A confermarlo è stato il Presidente del Tar Lazio, Roberto Politi, nel corso della Cerimonia di inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2025.

“Alla data del 31 dicembre 2023, risultavano in attesa di definizione 38.400 ricorsi, mentre alla stessa data dello scorso anno il numero si è ridotto a 28.717”, ha dichiarato Politi, evidenziando il significativo progresso compiuto. Il Presidente ha inoltre sottolineato l’importanza della riorganizzazione strutturale del tribunale, ora composto da venti sezioni con 90 magistrati, 5 dirigenti e 176 unità di personale amministrativo.

Programma di smaltimento 2025 e arretrati

Nel corso del 2024, il Tar Lazio ha affrontato con determinazione l’arretrato, fissando in udienza di smaltimento migliaia di ricorsi. “Sono stati fissati 3.836 ricorsi depositati fino al 2019, 5.743 relativi al 2022 e pubblicate oltre 5.100 sentenze”, ha spiegato Politi. Il Programma di smaltimento per il 2025 prevede 35 udienze con la partecipazione di 137 Collegi giudicanti e oltre 3.000 ricorsi già calendarizzati fino a maggio, con l’obiettivo di abbattere fino al 60% dei ricorsi pendenti al 31 dicembre 2022.

Non mancano però le criticità, come il contenzioso relativo al pay-back sanitario, che ha raggiunto quasi 2.000 unità e rappresenta il 6,93% del totale delle controversie giacenti. “La rilevanza macrofinanziaria e occupazionale di queste cause impone soluzioni rapide”, ha sottolineato Politi. Altro nodo critico riguarda i ricorsi contro il silenzio amministrativo sul riconoscimento dei titoli di insegnamento conseguiti all’estero, che da oltre 6.000 nel 2022 si sono ridotti a poco più di 1.000, con l’obiettivo di azzerarli entro il 2025.

L’Intelligenza Artificiale e il futuro della giustizia amministrativa

Nel suo intervento, Politi ha affrontato anche il tema dell’Intelligenza Artificiale nel settore giudiziario, riconoscendone le potenzialità senza però sminuire il ruolo centrale del giudice. “L’AI può rappresentare un valido ausilio nella gestione dell’attività giudiziaria, velocizzando l’analisi e la raccolta di informazioni, ma senza sostituire il fattore umano nella decisione finale”, ha affermato.

A questo proposito, Politi ha definito “sovradimensionate” le preoccupazioni sollevate da più parti in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario in Cassazione. “L’AI non deve essere vista come una minaccia, ma come uno strumento che può migliorare l’efficienza del sistema giustizia”, ha concluso.

Giudici di Pace, illegittima l’esclusione per chi compie 60 anni durante il concorso

Una recente sentenza del TAR Lazio ha stabilito che l’esclusione dal concorso per la nomina a Giudice di Pace per chi supera i 60 anni nel corso della procedura è illegittima. La decisione (sentenza n. 2727 del 6 febbraio 2025) segna un’importante inversione di rotta rispetto ai precedenti pronunciamenti dello stesso tribunale, che avevano sempre ritenuto legittimo il limite anagrafico.

Il caso: esclusione per un requisito anagrafico mobile

Il requisito dell’età per diventare Giudice di Pace è fissato dal decreto legislativo 116/2017, che stabilisce un intervallo compreso tra i 27 e i 60 anni. Tuttavia, nel caso esaminato dal TAR, il candidato aveva presentato domanda quando ancora rientrava nei limiti, ma aveva superato i 60 anni durante l’iter concorsuale. Nonostante fosse primo in graduatoria, veniva quindi escluso dalla selezione.

Il TAR ha ritenuto questa esclusione ingiustificata, sottolineando come il limite anagrafico non debba valere per l’intera durata della procedura, pena la creazione di un vincolo incerto e variabile, dipendente dai tempi amministrativi della selezione.

La procedura di nomina: un iter lungo e senza tempi certi

L’iter per la selezione dei Giudici di Pace è articolato in diverse fasi:

  1. Valutazione delle domande, gestita dalla Sezione autonoma per i magistrati onorari del Consiglio giudiziario presso le Corti d’Appello, che redige le graduatorie.
  2. Proposta di ammissione al tirocinio da parte del Consiglio Superiore della Magistratura.
  3. Nomina finale, che avviene solo dopo il tirocinio semestrale, su delibera del CSM e con decreto del Ministro della Giustizia.

Non esistendo limiti temporali rigidi per ciascuna fase, il rischio di superare i 60 anni prima della nomina è concreto. Il TAR ha quindi evidenziato come il requisito dell’età, se imposto fino alla fase finale, possa trasformarsi in un ostacolo ingiustificato, influenzato dalle tempistiche della pubblica amministrazione e non dalla volontà del candidato.

Magistrati ordinari e onorari: una disparità da colmare?

Il tema del limite anagrafico per i Giudici di Pace si inserisce in un dibattito più ampio sulla disparità di trattamento tra magistratura ordinaria e onoraria. Mentre per la prima non esiste un limite di età per l’accesso, per la seconda viene imposto il tetto dei 60 anni, ora contestato. Inoltre, i magistrati ordinari possono restare in servizio fino a 70 anni, mentre quelli onorari devono cessare l’attività a 65 anni.

Un primo passo verso un’equiparazione è stato compiuto con la legge di bilancio 2022, che ha innalzato a 70 anni il limite di permanenza per alcuni magistrati onorari già in servizio. Tuttavia, la disparità resta evidente, soprattutto considerando il ruolo cruciale che i Giudici di Pace svolgono nel sistema giudiziario, sia in ambito civile che penale.

La Corte Costituzionale, già nel 1993, aveva riconosciuto che la magistratura onoraria esiste per rispondere all’esigenza di una giustizia più efficiente e accessibile. Di conseguenza, il TAR Lazio ha evidenziato come le differenze nei limiti di età possano risultare irragionevoli, visto che l’attività di giudicare richiede imparzialità e competenza, indipendentemente dallo status del magistrato.

Una sentenza destinata a fare scuola?

La decisione del TAR Lazio potrebbe avere conseguenze rilevanti sul futuro dei concorsi per la magistratura onoraria. Se confermata in sede di appello, potrebbe aprire la strada a un’interpretazione più elastica del limite anagrafico, evitando esclusioni basate su ritardi burocratici piuttosto che su reali requisiti di merito.

Giudici onorari, tra precariato e riforme: il nodo delle nuove retribuzioni

Per anni i magistrati onorari sono stati la spina dorsale della giustizia italiana, gestendo fino al 90% dei dibattimenti penali e circa la metà del contenzioso civile. Tuttavia, il loro ruolo è sempre stato segnato dal precariato: pagati a cottimo, senza contribuzione né copertura per malattia, e privi di una selezione tramite concorso.

L’Unione Europea ha aperto una procedura d’infrazione per questa situazione, spingendo il governo Draghi a varare dei concorsi ad hoc per stabilizzarli. Tuttavia, con la riforma voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, attualmente in discussione al Senato, si rimettono in discussione le retribuzioni previste, con il rischio di creare nuove discriminazioni.

Il provvedimento introduce due categorie: gli “esclusivisti”, che rinunciano ad altre professioni e percepiranno 58 mila euro lordi all’anno, e i “non esclusivisti”, che continueranno a svolgere altre attività (come l’avvocatura o l’insegnamento) e saranno penalizzati con un tetto retributivo di 25 mila euro lordi annui.

“È un sopruso inaccettabile” commenta Maria Giovanna Miceli, viceprocuratore onorario e membro del direttivo dell’Associazione Magistrati Onorari Non Effettivi (AMNNE). “Prima si bandisce un concorso, poi, una volta che i vincitori hanno rinunciato ai loro contenziosi, si cambiano le condizioni in peggio.”

Il rischio è che questa riforma non risolva il problema della precarietà, ma lo aggravi, introducendo nuove disparità di trattamento tra chi sceglie il tempo pieno e chi, per necessità, deve mantenere un’attività parallela. I magistrati onorari, che da anni garantiscono il funzionamento della giustizia italiana, si trovano così di fronte a un bivio: accettare condizioni peggiorative o continuare la battaglia per il riconoscimento dei loro diritti.

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