Cybersecurity in Italia: il nuovo reato di ”estorsione informatica”

Negli ultimi anni, la cybersicurezza ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano, spinta dalla crescente digitalizzazione e dall’aumento degli attacchi informatici. L’Italia si trova ad affrontare una sfida cruciale: proteggere le proprie istituzioni e imprese dagli hacker, investendo in formazione e potenziando le misure di contrasto.

Il quadro allarmante del Rapporto Clusit

L’ultimo Rapporto Clusit ha fornito dati preoccupanti sulla sicurezza informatica, evidenziando un incremento significativo degli attacchi globali. Se nel 2019 si registravano in media 139 attacchi gravi al mese, nel primo semestre del 2024 questo numero è salito a 272. Anche l’Italia non è rimasta immune: nei primi sei mesi del 2024 si sono verificati 124 attacchi informatici gravi, con una crescita del 35% tra il primo e il secondo semestre.

Nel nostro Paese, il 71% degli attacchi ha avuto finalità di cybercrime, un dato in aumento rispetto al 63% del 2023. Preoccupa anche il fatto che un terzo degli attacchi registrati sia riconducibile all’“hacktivism”, ovvero azioni di pirateria informatica con scopi ideologici o politici.

Le vittime non sono solo le grandi istituzioni pubbliche, ma anche le imprese private, spesso prive di adeguate difese. Secondo il Rapporto Clusit, l’80% delle piccole aziende non ha personale specializzato in informatica e si affida a consulenti esterni solo in caso di necessità. Nelle microimprese, il 90% non offre alcuna formazione in materia di cybersecurity ai propri dipendenti.

Le nuove misure legislative: la Legge 90/2024

Il governo italiano ha risposto all’emergenza con la Legge 28 giugno 2024, n. 90, che introduce nuove misure per rafforzare la cybersicurezza nazionale e contrastare i reati informatici. Il provvedimento si divide in due parti: la prima mira a potenziare la resilienza delle pubbliche amministrazioni e del settore finanziario, la seconda si concentra sulla prevenzione e repressione degli attacchi informatici.

Tra le novità più rilevanti spicca l’introduzione del reato di “estorsione informatica”. L’articolo 629 del Codice Penale è stato modificato per punire chi, attraverso accesso abusivo a sistemi informatici, intercettazioni illecite o sabotaggi digitali, costringe qualcuno a compiere o omettere un’azione per ottenere un profitto illecito. Le pene previste vanno dai 6 ai 12 anni di reclusione, con aggravanti fino a 22 anni nei casi più gravi.

Il futuro della cybersicurezza in Italia

L’evoluzione normativa rappresenta un passo avanti, ma non basta. La cybersicurezza richiede investimenti strutturali, formazione continua e una stretta collaborazione tra istituzioni, aziende e mondo accademico. Senza un ecosistema digitale sicuro, l’Italia rischia di restare vulnerabile agli attacchi informatici, con conseguenze economiche e strategiche potenzialmente devastanti.

Sicurezza aziendale e AI: cresce la richiesta di specialisti contro gli attacchi informatici

L’Associazione Italiana dei Professionisti della Sicurezza Aziendale (AIPSA) lancia l’allarme: le aziende italiane necessitano sempre più di esperti in cybersecurity capaci di sfruttare l’intelligenza artificiale per prevenire attacchi informatici sempre più sofisticati. Il settore della sicurezza informatica sta cambiando volto, con un progressivo allontanamento dal tradizionale esperto in sicurezza IT a favore di specialisti capaci di integrare tecnologie avanzate nei sistemi di difesa aziendali.

A livello normativo, due sono i fronti attivi che le imprese devono affrontare. Dal 28 febbraio, tutte le aziende operanti in settori critici devono completare l’iscrizione alla piattaforma digitale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. Inoltre, da ottobre è in vigore il decreto legislativo 138/2024, che recepisce la direttiva europea NIS2 sulla sicurezza dei sistemi informativi. “Il primo scoglio – commenta Alessandro Manfredini, presidente di AIPSA – è far capire all’imprenditore che la sicurezza cyber ha molto a che fare con la difesa della competitività e della capacità di restare sul mercato. Ma non basta tutelarsi da eventuali rischi e minacce: è necessario che anche clienti e fornitori rispettino standard di sicurezza adeguati”.

Un problema chiave resta la carenza di professionisti qualificati nel settore. La formazione diventa quindi un elemento cruciale, su cui AIPSA sta puntando con eventi e corsi di aggiornamento. Nuove figure professionali stanno emergendo, tra cui esperti in ingegneria della cybersecurity e specialisti nell’applicazione dell’AI alla sicurezza. Il settore richiede competenze sempre più multidisciplinari, capaci di adattarsi a un contesto in continua evoluzione.

Le aziende e l’IA: nuovi uffici e ruoli per la gestione dell’intelligenza artificiale

L’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese richiede una riorganizzazione strutturale con l’istituzione di nuovi uffici e organi tecnici specializzati. Secondo le “Linee guida per l’adozione dell’IA” dell’AgID, in consultazione pubblica fino al 20 marzo 2025, le aziende dovranno dotarsi di figure professionali dedicate alla gestione e supervisione dei sistemi IA.

Al vertice, il Responsabile dell’IA aziendale coordinerà l’uso delle tecnologie intelligenti, garantendo la conformità normativa e la sicurezza dei processi. Accanto a lui, un ufficio di gestione dati dovrà assicurare il trattamento sicuro delle informazioni, mentre un ufficio di addestramento dell’IA si occuperà della formazione e del miglioramento continuo degli algoritmi.

Un ruolo chiave sarà svolto dall’ufficio di supervisione umana, responsabile del monitoraggio delle decisioni prese dall’IA, con la possibilità di intervenire o interrompere il funzionamento dei sistemi in caso di anomalie. Per proteggere i sistemi da attacchi informatici, le aziende dovranno inoltre istituire un ufficio di cybersicurezza, con esperti dedicati alla protezione delle infrastrutture IA.

Le linee guida dell’AgID sottolineano anche l’importanza di un comitato etico, incaricato di valutare l’impatto sociale e morale delle applicazioni IA, prevenendo eventuali conflitti di interesse. Inoltre, figure come il giurista informatico e l’AI ethicist saranno cruciali per garantire un uso responsabile delle tecnologie, rispettando la privacy e i diritti degli individui.

Questa trasformazione rappresenta una sfida per le imprese, ma anche un’opportunità per innovare in modo consapevole, integrando l’intelligenza artificiale nei processi aziendali con un approccio etico e regolamentato.

Magistratura, più vincitrici di concorso donne con picchi del 69%

ROMA, 10 marzo 2025 – Una forbice tra il 56% e il 69%; è il range percentuale di donne vincitrici dei concorsi in magistratura banditi tra il 2016 e il 2022, che certifica una presenza femminile prevalente nella professione. I dati, della Direzione generale dei magistrati del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi del Ministero, sono ancora parziali per i concorsi più recenti e in via di espletamento, in particolare quelli banditi con i decreti ministeriali del 9 ottobre 2023, dell’8 aprile 2024 e del 10 dicembre 2024.

La percentuale di vincitrici supera stabilmente quella dei vincitori dal 1996, e raggiunge il picco con il concorso bandito con decreto ministeriale del 19 ottobre 2019: su 209 idonei, sono 145 le donne, pari al 69,3%.

Secondo i dati del Consiglio superiore della magistratura, sui 9.662 magistrati presenti in Italia, inclusi quelli fuori ruolo e i magistrati ordinari in tirocinio, le donne rappresentano il 56.7%. Percentuali simili si registrano sul territorio: le magistrate al Centro, al Nord e al Sud rappresentano rispettivamente il 56%, il 59% e il 58% sul totale in servizio. Tuttavia, se si guarda agli uffici con giurisdizione nazionale (Corte di Cassazione, Direzione e Procura nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Tribunale superiore delle acque pubbliche), il personale femminile di magistratura scende al 37%.

Nei distretti, picchi di presenza di magistrate si registrano a Milano (65%), Napoli (63%), Catanzaro (61%), ma anche a Torino, Sassari, Catania (60 %). Solo nelle tre sedi di Trento, Bolzano e Cagliari i colleghi uomini superano le donne.

Per quanto riguarda i 416 magistrati con incarichi direttivi, 3 su 4 sono uomini. Ma dal 2008 si registra stabilmente una crescente assunzione di funzioni direttive da parte delle donne.

Nel distretto di Napoli si guarda al futuro con la Presidente della Corte d’Appello. “Sicuramente, rispetto a quando sono entrata in magistratura, quella forchetta che viene chiamata gender gap si è assottigliata”, dice Maria Rosaria Covelli, già alla guida dell’Ispettorato generale del Ministero. Che ricorda i passi avanti delle donne verso l’apice: “È stata nominata una donna Presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia – prosegue – e una donna Prima Presidente della Corte di Cassazione, Margherita Cassano. Anche nel distretto di Napoli le donne ai vertici degli Uffici giudiziari sono in netta maggioranza”.

Nonostante questi esempi felici, le donne con incarichi direttivi sono ancora troppo poche. “Ancora oggi la maternità o l’assistenza ai familiari in difficoltà vengono considerate un problema per la funzionalità dell’Ufficio”, dice ancora Covelli. “Sul piano dello svolgimento concreto del lavoro, molto è stato fatto anche grazie ai Comitati pari opportunità e alle indicazioni del CSM”.

Molto bisogna ancora fare – conclude la Presidente – per un’autentica e piena parità di genere nel Paese e anche nell’ambito della nostra categoria, per la completa attuazione del secondo comma dell’art.3 della Costituzione”.

Italia maglia nera in Europa per i debiti commerciali della PA

Si tratta di un risultato di cui non possiamo essere affatto orgogliosi. Tra i 27 Paesi dell’UE, l’Italia presenta lo stock di debiti commerciali in rapporto al Pil più elevato di tutti. Se nel 2023 la nostra Pubblica Amministrazione (PA) ha accumulato mancati pagamenti ai propri fornitori pari a 2,8 punti percentuali di Pil, al secondo posto scorgiamo il Belgio con il 2,7 e al terzo il Lussemburgo con il 2,4. Tra i nostri principali concorrenti commerciali segnaliamo che la Spagna registra una incidenza dello 0,9 per cento del Pil, la Francia dell’1,6 e la Germania dell’1,9. In valore assoluto, i mancati pagamenti della nostra PA ammontano a 58,6 miliardi di euro e sono in costante crescita dal 2020.  La denuncia è sollevata dall’Ufficio studi della CGIA.

  • Persiste l’abuso di posizione dominante

I ritardi/mancati pagamenti della nostra PA sono un malcostume che ci trasciniamo da molti decenni. Va comunque segnalato che negli ultimi anni la situazione è migliorata; le Amministrazioni dello Stato sono diventate più tempestive nel saldare le fatture entro i termini previsti dalla legge. Tuttavia, faticano a smaltire lo stock accumulato negli anni precedenti, penalizzando soprattutto le piccole imprese che, a differenza delle grandi, hanno un potere negoziale molto contenuto. Anzi, spesso sono vittime predestinate dell’abuso della posizione dominante di cui dispongono i dirigenti/funzionari degli organi costituzionali, degli enti, degli istituti, delle autorità e delle fondazioni dello Stato con cui sono costrette a rapportarsi.

  • Nel 2023 non pagate fatture per 10,6 miliardi. Nei primi 6 mesi del 2024 altri 5,8. Colpa del PNRR?

Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato (RGS), nel 2023, ad esempio, a fronte di quasi 30,5 milioni di fatture ricevute da tutte le nostre Amministrazioni Pubbliche, per un valore economico pari a 185,1 miliardi, l’importo pagato è stato di 174,5 miliardi di euro. Vuol dire che i mancati pagamenti hanno toccato i 10,6 miliardi di euro. Nel 2022, invece, erano stati 9 e nel 2021 8,2. Sebbene, le transazioni commerciali pagate entro i termini siano in aumento, in valore assoluto le cifre rimangono in crescita e spaventosamente elevate. Anche nei primi 6 mesi del 2024, a fronte di 15,3 milioni di fatture ricevute per un importo dovuto di 95 miliardi di euro, entro settembre dello scorso anno ne sono state pagate per un importo di 89,2 miliardi; pertanto non sono state onorate fatture per un importo di 5,8 miliardi di euro[3].  Non è da escludere che con la messa a terra delle opere pubbliche legate al PNRR, la situazione sia destinata a peggiorare. Senza contare che è sempre più diffusa la richiesta, avanzata dai funzionari/dirigenti pubblici alle imprese esecutrici delle opere, di ritardare l’emissione degli stati di avanzamento dei lavori o l’invio delle fatture.

  • Chi ritarda o non paga? Soprattutto lo Stato centrale

Le Amministrazioni pubbliche sono composte dalle Amministrazioni dello Stato, dalle Regioni e le Province autonome, dal Servizio sanitario, dagli Enti locali, dagli Enti pubblici nazionali e da Altri Enti.  Sempre secondo i dati della RGS, nel 2023 tra tutte le divisioni pubbliche lo Stato centrale è quello che ha registrato la performance peggiore. Ha saldato “solo” il 92,8 per cento delle fatture ricevute, non ha pagato 1,4 miliardi di euro e ha onorato gli importi entro i termini solo nel 69,3 per cento del totale.

  • Quasi la metà dei Ministeri è in ritardo

Ancorchè negli ultimi anni la situazione generale stia migliorando, dall’analisi dell’Indice di Tempestività dei Pagamenti (ITP) del 2024 riferito ai ministeri italiani abbiamo notato che 7 su 15 hanno pagato mediamente oltre i termini di legge. La situazione più critica ha interessato il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale che ha pagato con un ritardo medio annuo di 13,13 giorni. Seguono il Ministero della Cultura con 10,94 giorni, il dicastero dell’Interno con 10,71, il Turismo con 10,45, la Salute con 4,51, la Giustizia con 4,06 e le Infrastrutture e i Trasporti con 2,46. Per contro, i dicasteri più efficienti nel pagare sono stati l’Ambiente con 20,91 giorni di anticipo, l’Università e la Ricerca con 15,45 e il Made in Italy con 13,85. Sempre nel 2024, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pagato con un anticipo medio di 8,48 giorni.

  • Male anche ANSFISA, ANAS ed ARAN

Sempre nel 2024, tra le Amministrazioni centrali che registrano un comportamento non conforme alla legge, segnaliamo, in particolare,  l’ANSFISA che ha onorato le fatture ricevute con 20,64 giorni di ritardo, l’ANAS – che presenta un fatturato di 3,9 miliardi – con 15, l’ARAN con 13,12 e l’ANBSC con 7,41. Infine, è alquanto singolare che un soggetto come GSE Spa non abbia ancora aggiornato il dato medio 2024. Gli ultimi dati resi disponibili da questo gestore, infatti, sono riferiti al III e al II trimestre entrambi del 2024, con l’ITP rispettivamente del +0,54 e del +13,17. Da “deplorare” anche il comportamento tenuto dall’ANCI che nel proprio sito internet ha come ultimo dato disponibile medio annuo quello ascrivibile al 2018 (con 13,16 giorni medi di ritardo).

  • Ma per la Cassazione se la PA non paga non è un problema

Secondo la Corte di Cassazione, il ritardato pagamento della PA rappresenta un evento prevedibile e ricorrente. Pertanto, l’imprenditore che non dispone di liquidità non può non versare le imposte all’erario, imputando questa decisione alla omessa/ritardato pagamento da parte dell’Amministrazione pubblica per cui lavora. Anche nel caso, come quello giudicato dalla Cassazione l’anno scorso, in cui l’azienda interessata operi solo ed esclusivamente per committenti pubblici. Insomma, una sentenza choc che “viola” uno dei principi cardine del nostro stato di diritto: la legge deve essere osservata da tutti, sia dai soggetti privati sia da quelli pubblici.

  • Perché la PA fatica a pagare 

Le principali cause che hanno originato a questa cattiva abitudine che ci trasciniamo da decenni sono le seguenti:

  • la mancanza di liquidità da parte del committente pubblico;
  • i ritardi intenzionali;
  • l’inefficienza di molte amministrazioni a emettere in tempi ragionevolmente brevi i certificati di pagamento;
  • le contestazioni che allungano la liquidazione delle fatture.

A queste cause ne vanno aggiunte almeno altre due che, tra le altre cose, hanno indotto, nel gennaio del 2020, la Corte di Giustizia europea a condannarci. Esse sono:

  • la richiesta, spesso avanzata dalla PA nei confronti degli esecutori delle opere, di ritardare l’emissione degli stati di avanzamento dei lavori o l’invio delle fatture;
  • l’istanza rivolta dall’Amministrazione pubblica al fornitore di accettare, durante la stipula del contratto, tempi di pagamento superiori ai limiti previsti per legge senza l’applicazione degli interessi di mora in caso di ritardo.
  •  Bisogna consentire la compensazione tra debiti fiscali e crediti commerciali

Per risolvere questa annosa questione che sta mettendo a dura prova la tenuta finanziaria di tantissime Pmi, per la CGIA c’è solo una cosa da fare: prevedere per legge la compensazione secca, diretta e universale tra i crediti certi liquidi ed esigibili maturati da una impresa nei confronti della PA e i debiti fiscali e contributivi che la stessa deve onorare all’erario. Grazie a questo automatismo risolveremmo un problema che ci trasciniamo appresso da decenni. Senza liquidità a disposizione, infatti, tanti piccoli imprenditori si trovano in grave difficoltà e in un momento così delicato per l’economia del Paese.

Tutela dei dati personali: la Corte UE ribadisce il diritto di reclamo all’autorità di controllo

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza del 9 gennaio 2025 nella causa C-416/23, ha confermato l’importanza del diritto di proporre reclamo a un’autorità di controllo in materia di protezione dei dati personali. Il verdetto chiarisce che le autorità di controllo sono obbligate a esaminare i reclami presentati dai cittadini e a garantire che ogni richiesta venga trattata con la dovuta attenzione.

Il caso: un reclamo considerato “eccessivo”

La controversia nasce dalla vicenda di F.R., un cittadino austriaco che aveva presentato un reclamo all’Autorità per la protezione dei dati dell’Austria (DSB) dopo che una società non aveva risposto alla sua richiesta di accesso ai dati personali, come previsto dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR). Tuttavia, la DSB aveva rifiutato di esaminare il reclamo, ritenendolo eccessivo, poiché l’interessato aveva presentato ben 77 reclami simili nell’arco di 20 mesi.

Il ricorso di F.R. contro la decisione della DSB è stato accolto dal Tribunale amministrativo federale austriaco, che ha annullato il rigetto del reclamo, stabilendo che la sola quantità di richieste non è sufficiente a definirle “eccessive” se non vi è un intento abusivo da parte del reclamante.

Le questioni chiave affrontate dalla Corte UE

La Corte di Giustizia è stata chiamata a pronunciarsi su tre questioni fondamentali:

  1. Il concetto di “richiesta”
    La Corte ha stabilito che il termine “richiesta” include i reclami presentati ai sensi dell’articolo 77 del GDPR, ribadendo che il diritto di proporre reclamo è parte integrante della tutela dei dati personali.

  2. Quando un reclamo può essere considerato eccessivo
    Non basta la ripetitività delle richieste per considerarle eccessive: l’autorità di controllo deve dimostrare un intento abusivo da parte del richiedente. Questo significa che un alto numero di reclami, anche se presentati in un breve arco temporale, non può giustificare automaticamente il rifiuto di esaminarli.

  3. La discrezionalità delle autorità di controllo
    La sentenza chiarisce che le autorità possono scegliere, caso per caso, se imporre un contributo spese per richieste eccessive o se rifiutarsi di esaminarle. Tuttavia, questa decisione deve essere sempre motivata e proporzionata, per evitare di ostacolare il diritto fondamentale alla protezione dei dati.

Le implicazioni della sentenza

La pronuncia della Corte rafforza il diritto dei cittadini europei a ottenere risposte dalle autorità di controllo sulla protezione dei dati personali. La decisione impone un limite all’arbitrarietà delle autorità nel rigettare i reclami e garantisce una maggiore trasparenza nel trattamento delle richieste.

Questa sentenza rappresenta un ulteriore passo avanti nell’applicazione del GDPR, assicurando che il diritto alla protezione dei dati sia effettivamente tutelato in tutta l’Unione Europea.

Sanità digitale: il nuovo Ecosistema Dati Sanitari rivoluziona la gestione dei dati medici

La sanità italiana si prepara a un cambio di paradigma nella gestione dei dati sanitari con l’introduzione dell’Ecosistema Dati Sanitari (EDS). Il nuovo decreto, che ha recentemente ottenuto il parere favorevole del Garante della Privacy dopo una precedente bocciatura nel 2022, punta a garantire la sicurezza e la trasparenza nella raccolta, conservazione e utilizzo delle informazioni sanitarie.

L’EDS rappresenta un pilastro della digitalizzazione del Sistema Sanitario Nazionale, con l’obiettivo di migliorare la qualità delle cure attraverso un accesso tempestivo ai dati clinici, una maggiore interoperabilità tra le strutture sanitarie e un sistema di protezione delle informazioni in linea con le normative europee.

Le novità del decreto: sicurezza e privacy al centro

Uno degli aspetti più rilevanti della nuova normativa riguarda la gestione dei dati del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE). Per rispondere alle criticità sollevate dal Garante, il decreto ha eliminato l’uso di intelligenza artificiale nei processi di analisi automatizzata dei dati, rafforzando le misure di sicurezza e garantendo il rispetto del GDPR.

L’EDS sarà organizzato in tre unità di archiviazione distinte, separando i dati in chiaro, pseudonimizzati e anonimizzati. Inoltre, sarà garantito l’allineamento tra i documenti sanitari del FSE e i dati resi disponibili nell’EDS, evitando la duplicazione delle informazioni e assicurando la loro piena interoperabilità.

Più servizi per pazienti e medici

Il nuovo sistema permetterà l’accesso ai dati sanitari per diverse finalità:

  • Cura e prevenzione: i professionisti sanitari potranno consultare i dati del paziente con il suo consenso, migliorando la continuità assistenziale.
  • Monitoraggio farmaceutico: attraverso il dossier farmaceutico, sarà possibile tracciare prescrizioni ed erogazioni di farmaci, migliorando l’aderenza alle terapie.
  • Ricerca e studio scientifico: le informazioni potranno essere utilizzate in forma anonima per progetti di ricerca e analisi epidemiologiche.
  • Governance sanitaria: le istituzioni avranno accesso a dati aggregati per pianificare interventi e ottimizzare le risorse.

Chi potrà accedere ai dati?

L’accesso all’EDS sarà rigidamente regolato. I dati personali saranno consultabili solo dai soggetti autorizzati e con il consenso dell’interessato, salvo casi di emergenza. I pazienti potranno controllare chi accede alle loro informazioni e revocare il consenso in qualsiasi momento.

Per garantire la massima protezione, il decreto prevede un’infrastruttura di sicurezza avanzata, con sistemi di autenticazione, registrazione degli accessi e protocolli crittografati. Inoltre, il Ministero della Salute avrà il compito di formare il personale sanitario sulle normative di protezione dei dati.

Un passo avanti per la sanità digitale

L’introduzione dell’EDS segna un importante progresso nella digitalizzazione della sanità italiana, ponendo le basi per un sistema più efficiente, sicuro e all’avanguardia. Con questa innovazione, il Servizio Sanitario Nazionale si allinea agli standard europei, garantendo una gestione dei dati più moderna e accessibile, a beneficio di cittadini e professionisti della salute.

Neurodiritti sotto attacco: il primo processo per furto di dati cerebrali

Il Cile è il primo Paese al mondo ad aver celebrato un processo per furto di dati cerebrali, un caso che segna un punto di svolta nella regolamentazione delle neurotecnologie e nella tutela della privacy mentale. Ma mentre Santiago si muove con decisione, il resto del mondo è ancora in ritardo nella protezione dei cosiddetti neurodiritti.

Il Cile all’avanguardia nella tutela dei neurodiritti

Dal 2021, la Costituzione cilena stabilisce che lo sviluppo scientifico e tecnologico deve rispettare l’integrità fisica e mentale dei cittadini. Un principio che è stato messo alla prova con il primo caso giudiziario al mondo sulla violazione della privacy cerebrale.

L’azienda tecnologica statunitense Alfa, specializzata in dispositivi EEG, è stata portata in tribunale dopo che l’ex senatore cileno Guido Girardi Lavín ha denunciato l’uso improprio dei suoi dati cerebrali. Secondo l’accusa, la fascia EEG acquistata da Girardi trasmetteva informazioni sulla sua attività cerebrale senza adeguate garanzie di sicurezza, esponendolo a rischi di hackeraggio e sorveglianza cognitiva. La Corte Suprema cilena ha dato ragione al politico, riconoscendo che la condotta dell’azienda violava i principi costituzionali di integrità psichica e privacy.

Un modello per il futuro?

La sentenza cilena ha acceso i riflettori sulla necessità di una legislazione chiara e vincolante sui neurodiritti. Attualmente, solo pochi Paesi stanno seguendo l’esempio del Cile. Messico, Brasile e Costa Rica hanno presentato proposte di legge per regolamentare l’uso dei neurodati, mentre in Europa il tema è ancora poco affrontato. La Commissione Europea ha finora regolato solo una parte delle neurotecnologie, lasciando fuori molte delle innovazioni emergenti, come la stimolazione del nervo vago e la fotobiomodulazione.

Il caso cileno dimostra che la protezione della mente umana è una frontiera giuridica che non può essere ignorata. La domanda ora è: il resto del mondo saprà adeguarsi prima che la tecnologia renda il controllo della privacy mentale un’utopia?

Parità di genere e professione forense: una battaglia ancora aperta

Pubblichiamo di seguito l’intervento dell’avv. Rosita Ponticiello, Coordinatrice Dipartimento Pari Opportunità Unione Nazionale Camere Civili, in occasione della Giornata internazionale della donna.

Nella Giornata Internazionale della donna ancor più forte è la responsabilità che noi Avvocati sentiamo, quali garanti anche dei diritti della persona e delle pari opportunità, in un contesto in cui le attività legislative e sociali, volte alla rimozione di ogni forma e causa di discriminazione, trovano ostacoli sostanziali nel mondo famigliare, lavorativo, economico e politico.

Formalmente nel disposto Costituzionale l’art.3 ha istituito la pari dignità sociali senza distinzione di sesso, l’art 37 ha introdotto, a parità di lavoro, gli stessi diritti della donna rispetto al lavoratore e il diritto alla stessa retribuzione, l’art. 48 ha concesso il diritto di voto anche alle donne e l’art.51 ha ammesso l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive anche alle donne. Dunque, un’uguaglianza formale fra i due sessi che di fatto all’epoca contrastava con tutte le discriminazioni legali vigenti durante il periodo precedente, in particolare quelle contenute nel Codice di Famiglia e nel Codice Penale. Tuttavia, nel solco della Costituzione, si è avviato un percorso di autonomia e di emancipazione delle donne che negli anni ha prodotto anche significative modifiche della legislazione. Si pensi alla legge n. 7 del 9 gennaio 1963 con la quale finalmente si è stabilito il divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio modificando la legge 26 agosto 1950, n. 860, alla legge n. 898 del 1 dicembre 1970 che ha introdotto il divorzio. Riguardo quest’ultima, durante i lavori della Costituente era stata rappresentata la volontà di includere l’indissolubilità del matrimonio nel testo della carta costituzionale, ma, dopo un’aspra battaglia in aula, la parola “indissolubile” non era stata inserita, bocciata con un esiguo margine di voti. Nel 1971 la Corte costituzionale ha abrogato l’art. 535 del Codice penale che vietava la propaganda di qualsiasi mezzo contraccettivo e puniva i trasgressori col carcere. Nel 1971, con la legge n. 1204, viene approvata la tutela delle lavoratrici madri e nello stesso anno sono istituiti gli asili nido comunali.

Ancora, con la legge 19 maggio 1975, n. 151 è stato riformato il diritto di famiglia: fino a questa riforma, il peso dell’educazione dei figli gravava, di fatto, sulle madri, ma tale impegno non aveva un adeguato riconoscimento giuridico. La “patria potestà”, oggi “responsabilità genitoriale”, spettava ad entrambi i genitori, ma il suo esercizio toccava al padre, secondo l’art. 316 del Codice civile. Viene, quindi, riconosciuta parità giuridica tra i coniugi che hanno uguali diritti e responsabilità. Nel 1977 con la legge n. 903 è riconosciuta la parità di trattamento tra donne e uomini nel campo del lavoro. La legge costituzionale n. 1 del 30 maggio 2003 ha modificato l’art. 51 della Costituzione con l’aggiunta: “A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.

I predetti richiami per evidenziare come, nonostante i progressi sulla carta, sia evidente che dobbiamo continuare a lavorare per realizzare un’uguaglianza che sia ispirata ai principi della ragionevolezza a dimostrazione del fatto che il riconoscimento normativo comporta sempre e comunque una continua conquista prima del riconoscimento sostanziale di quel diritto.

Ciò va fatto anche nella nostra professione forense che, pur caratterizzata da una forte presenza femminile con una media del 47%, presenta un notevole divario reddituale  tra avvocate e avvocati con un guadagno in media per le donne del 53% in meno rispetto agli uomini.

Una conquista alla quale ogni giorno noi avvocati, donne e uomini, partecipiamo attivamente.

Avv. Rosita Ponticiello

Coordinatrice Dipartimento Pari Opportunità Unione Nazionale Camere Civili

Del Noce, Camere Civili: “L’IA rivoluziona la professione forense, ma il ruolo dell’avvocato resta insostituibile”

L’innovazione tecnologica ha sempre trasformato il mondo del lavoro, eliminando alcune professioni e creandone di nuove. Oggi l’Intelligenza Artificiale (IA) sta portando un cambiamento simile, automatizzando molte attività ma aprendo anche la strada a nuove competenze e opportunità. Alberto Del Noce, presidente dell’Unione Nazionale Camere Civili, sottolinea come la professione dell’avvocato non sia a rischio di sostituzione, bensì destinata a un’integrazione con l’IA nei processi lavorativi.

Secondo il documento Focus Censis Confcooperative, l’IA non può rimpiazzare professioni come quella forense, in cui la componente tecnica si unisce a competenze empatiche e relazionali. Il lavoro dell’avvocato va oltre la semplice ricerca normativa o la redazione di documenti: richiede capacità di argomentazione, intuizione e sensibilità nel trattare i casi concreti. Queste qualità, purtroppo, rimangono irreplicabili da una macchina.

“L’Intelligenza Artificiale è una realtà con cui dobbiamo confrontarci e che non possiamo ignorare. Tuttavia, chi immagina un futuro in cui gli avvocati saranno sostituiti da algoritmi sbaglia completamente prospettiva”, afferma Del Noce. “Il nostro lavoro non si riduce all’analisi di dati o alla compilazione di documenti. Ci occupiamo di persone, di conflitti umani, di vicende che richiedono empatia, capacità di ascolto e interpretazione della realtà. L’IA può certamente supportarci, velocizzando ricerche giuridiche e analisi di precedenti, ma non potrà mai sostituire la capacità critica e il senso di giustizia che guidano la nostra professione”.

Il rapporto evidenzia anche come molte professioni siano esposte al rischio di automazione. Mentre figure come contabili e tecnici bancari potrebbero subire un elevato impatto, professioni a elevata complementarità con l’IA, come avvocati e magistrati, continueranno a necessitare di un apporto umano fondamentale. I dati mostrano che in Italia solo l’8,2% delle imprese utilizza l’IA, un valore inferiore rispetto alla media UE (13,5%) e ben lontano dal 19,7% della Germania.

“L’Italia deve investire in formazione e tecnologia, senza però cadere nell’errore di considerare l’IA come un sostituto delle competenze umane. La vera sfida è capire come integrare al meglio questi strumenti nella professione forense, migliorando l’efficienza senza perdere la dimensione umana della giustizia”, conclude Del Noce.

Le previsioni al 2030 indicano che il 27% delle ore lavorate in Europa sarà automatizzato, con impatti significativi soprattutto nei settori della ristorazione, del supporto d’ufficio e della produzione. Tuttavia, come evidenzia Del Noce, il settore legale continuerà a evolversi senza perdere il suo elemento distintivo: l’umanità. L’IA può essere uno strumento prezioso, ma non potrà mai sostituire il giudizio, la sensibilità e l’etica che guidano il lavoro degli avvocati.

Iso 27017
Iso 27018
Iso 9001
Iso 27001
Iso 27003
Acn
RDP DPO
CSA STAR Registry
PPPAS
Microsoft
Apple
vmvare
Linux
veeam
0
    Prodotti nel carrello
    Il tuo carrello è vuoto