L’Europa in ritardo sull’AI: l’allarme del Governatore della Banca d’Italia

L’Europa rischia di perdere il treno dell’intelligenza artificiale e, con esso, la possibilità di restare competitiva nello scenario economico globale. È l’allarme lanciato da Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia, nel corso della presentazione del libro AI Impact. La cooperazione persone-tecnologie per affrontare le sfide contemporanee, svoltasi presso l’Università Luiss.

Panetta ha sottolineato come i centri di innovazione più avanzati si trovino negli Stati Uniti e in Cina, lasciando l’Europa in una posizione di svantaggio. «Abbiamo già accumulato ritardi significativi. Le Big Tech americane hanno saputo sfruttare al meglio il potenziale di internet, mentre l’Europa ha perso terreno», ha dichiarato.

L’impatto dell’AI sulla produttività e il mercato del lavoro

Secondo il Governatore, l’intelligenza artificiale avrà un impatto profondo sulla produttività del lavoro, soprattutto se utilizzata in combinazione con nuove metodologie di innovazione aziendale. Tuttavia, ha precisato che non sarà l’AI in sé a far scomparire i posti di lavoro, bensì l’incapacità del sistema produttivo di adattarsi ai cambiamenti tecnologici.

«Come sempre, quando si verifica uno shock tecnologico, il suo impatto dipenderà da quanto saremo in grado di cogliere le opportunità offerte dall’innovazione», ha spiegato Panetta. «Dobbiamo preoccuparci di avere lavoratori con le competenze tecniche adeguate e garantire che questi strumenti siano accessibili a tutte le componenti del sistema produttivo».

Due visioni a confronto: quale sarà il vero impatto dell’AI?

Esistono due principali correnti di pensiero sugli effetti dell’intelligenza artificiale sulla produttività. La prima, sostenuta dal premio Nobel per l’Economia 2024, Daron Acemoglu, prevede un impatto limitato, con un aumento della produttività dello 0,66% in dieci anni.

La seconda, che Panetta ritiene più realistica, ipotizza un effetto molto più marcato: un incremento della produttività tra lo 0,7% e l’1,3% annuo. Su un orizzonte di dieci anni, ciò significherebbe un aumento complessivo del 14%, mentre su vent’anni si potrebbe arrivare a un +30%.

L’AI nelle istituzioni e il futuro dell’Europa

Panetta ha poi descritto come l’uso dell’intelligenza artificiale sia già una realtà nelle istituzioni economiche e finanziarie internazionali. «Quando si partecipa a riunioni del G7, G20 o del Financial Stability Board, è necessario analizzare enormi quantità di documenti in tempi ristretti. Fino a qualche anno fa, gli economisti della Banca d’Italia si occupavano di leggere e sintetizzare migliaia di pagine. Oggi utilizziamo l’AI per ottimizzare il processo, pur mantenendo una supervisione umana per la fase strategica e diplomatica».

Il monito del Governatore è chiaro: senza una strategia precisa per l’innovazione, l’Europa rischia di perdere il vantaggio competitivo in settori chiave. Investire in competenze e accessibilità tecnologica sarà essenziale per colmare il divario e sfruttare appieno le potenzialità della rivoluzione digitale.

Incontro Ministero – CNF per Giudici di Pace: “Risorse essenziale per il sistema”

Roma, 12 marzo 2025. Nella giornata di ieri, al Ministero della Giustizia si è tenuto un incontro con il Consiglio Nazionale Forense (CNF) al fine di individuare misure atte a fronteggiare l’emergenza legata agli Uffici del Giudice di Pace. L’obiettivo è collocare in una corretta prospettiva temporale il percorso di ampliamento delle nuove competenze della Magistratura onoraria di pace mediante una proroga al 30 giugno 2026.

Il CNF nel condividere appieno le valutazioni sulla situazione di gravità ed emergenza in cui versano molti Uffici del Giudice di Pace, ha auspicato che le procedure di reclutamento si concludano con la dovuta celerità.

Allo stato, gli Uffici del Giudice di Pace “statali” rappresentano una risorsa essenziale per il sistema giustizia: con una scopertura del 65% rispetto all’organico di 3.471 unità previste, i Giudici onorari di pace definiscono oltre 1 milione di procedimenti civili all’anno, fornendo un contributo imprescindibile anche ai fini del decongestionamento dell’attività dei Tribunali.

Il settore è interessato da una fase di rafforzamento legata alla trasformazione dei rapporti di lavoro degli attuali Giudici onorari di pace che si concluderà nei prossimi mesi. Il Ministero ha dato conferma delle interlocuzioni fattive con il Consiglio Superiore della Magistratura cui spetta in via esclusiva l’attivazione di ulteriori procedure di reclutamento, al fine di colmare tempestivamente le scoperture di organico.

Gratuito patrocinio: compensazione con i contributi previdenziali fino al 30 aprile

Gli avvocati che vantano crediti per spese, diritti e onorari dovuti dallo Stato per il gratuito patrocinio potranno utilizzarli per il pagamento dei contributi previdenziali fino al prossimo 30 aprile 2025. La misura, introdotta con l’art. 1 comma 860 della Legge 197/2022, è il risultato di un’iniziativa promossa da Cassa Forense e dal Consiglio Nazionale Forense, che hanno ottenuto la modifica della normativa previgente (art. 1, comma 778, Legge 208/2015), con l’obiettivo di agevolare gli avvocati nell’incasso delle somme loro spettanti.

Un meccanismo per velocizzare i pagamenti

La compensazione con i contributi previdenziali permette ai legali di evitare lunghi tempi di attesa per il pagamento dei crediti maturati a titolo di gratuito patrocinio, spesso soggetti a ritardi burocratici da parte della Pubblica Amministrazione. Grazie all’accordo raggiunto con il Governo, il tetto annuo disponibile per la compensazione è stato aumentato da 10 milioni a 40 milioni di euro, garantendo un margine finanziario più ampio per i professionisti.

Come funziona la compensazione?

Per usufruire della misura, gli avvocati devono seguire una procedura specifica attraverso la Piattaforma dei Crediti Commerciali (PCC), il sistema informatico gestito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che consente la certificazione dei crediti e la loro successiva compensazione.

Le fasi della procedura

  1. Registrazione sulla Piattaforma PCC:

    • Gli avvocati devono accedere alla piattaforma come liberi professionisti individuali o, in caso di studi associati, autenticarsi come rappresentanti legali.
    • Le credenziali per l’accesso possono essere richieste presso il Funzionario delegato alle spese di giustizia o tramite PEC all’Ufficio Territoriale della Ragioneria dello Stato.
  2. Selezione delle fatture:

    • Nella piattaforma è possibile individuare le fatture elettroniche trasmesse alla Pubblica Amministrazione relative al gratuito patrocinio.
    • Le fatture devono trovarsi nello stato “Ricevuta” o “In Lavorazione” e non devono aver ricevuto pagamenti, neppure parziali.
    • L’opzione di compensazione può essere esercitata attraverso il menu “Autocertificazione Procedura Compensazione”.
  3. Comunicazione e validazione:

    • Una volta inserite le richieste, la piattaforma elabora l’elenco delle fatture e trasmette:
      • all’avvocato, la conferma delle fatture ammesse alla compensazione;
      • all’Agenzia delle Entrate, i dettagli dei crediti compensabili;
      • al Tribunale competente, l’elenco delle fatture in compensazione per evitare doppi pagamenti.

Quali contributi possono essere compensati?

Gli avvocati potranno utilizzare i crediti certificati per coprire i seguenti contributi previdenziali, utilizzando il modello F24WEB tramite Entratel o Fisconline:

  • E100 – Contributo soggettivo minimo
  • E101 – Contributo di maternità
  • E102 – Contributo soggettivo autoliquidazione (Mod. 5)
  • E103 – Contributo integrativo autoliquidazione (Mod. 5)
  • E104 – Riscatto
  • E105 – Integrazione contributo minimo soggettivo (12 mesi)
  • E106 – Interessi integrazione contributo minimo soggettivo
  • E107 – Contributo minimo integrativo

Il codice tributo da indicare nel modello F24 è il 6868 – “Compensazione spese, diritti e onorari di avvocato per gratuito patrocinio – articolo 1, commi da 778 a 780 della L. 208/2015”. Il codice ente per Cassa Forense è 0013.

Le finestre temporali per la compensazione

Il meccanismo di compensazione prevede due finestre annuali:
📌 1° marzo – 30 aprile
📌 1° settembre – 31 ottobre

Si raccomanda di non attendere gli ultimi giorni per l’inserimento delle fatture elettroniche nella piattaforma PCC, poiché la sincronizzazione può richiedere fino a 48 ore.

Un’opportunità per gli avvocati

L’incremento del tetto di compensazione e la possibilità di utilizzare i crediti maturati per coprire i contributi previdenziali rappresentano un’importante opportunità per gli avvocati che operano nel settore del patrocinio a spese dello Stato. La misura consente di ridurre l’impatto economico dei ritardi nei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione, garantendo una maggiore stabilità finanziaria ai professionisti.

📌 Il termine per la prima finestra di compensazione è fissato al 30 aprile 2025.

L’intelligenza artificiale e la sfida delle competenze: come preservare l’apprendimento nell’era dell’automazione

Come avete imparato a lavorare sotto pressione? Se pensate alla vostra esperienza professionale – che siate idraulici, giornalisti, insegnanti, chirurghi o avvocati – probabilmente ricorderete un periodo in cui avete affiancato qualcuno più esperto, osservando, eseguendo e infine insegnando ad altri. Questo processo di apprendimento è stato per secoli la base della formazione professionale. Tuttavia, oggi l’automazione e l’intelligenza artificiale potrebbero mettere in discussione questo modello consolidato.

Il tecnologo americano Matt Beane, professore associato presso il dipartimento di Technology Management dell’Università della California e ricercatore per il Digital Economy Lab di Stanford e l’Initiative on the Digital Economy del MIT, ha analizzato questo fenomeno nel suo ultimo libro Il DNA delle competenze (Egea). Secondo Beane, la crescente diffusione di assistenti AI come Copilot o Gemini ChatGPT permette ai lavoratori di risolvere problemi complessi in modo autonomo, ma con alcune conseguenze preoccupanti: sia i principianti che gli esperti rischiano di perdere opportunità di crescita.

Per i neofiti, il problema è evidente: se le soluzioni vengono fornite direttamente dall’AI, il percorso di apprendimento basato sull’esperienza diretta potrebbe ridursi drasticamente, rendendo superflue molte competenze di base. D’altro canto, anche i professionisti più esperti potrebbero vedere diminuire la propria capacità di problem solving, affidandosi sempre più alle risposte automatiche senza esplorare soluzioni alternative.

Un esempio concreto di questa trasformazione si osserva nell’ambito dello smaltimento di ordigni esplosivi. In passato, un tecnico esperto si avvicinava fisicamente all’ordigno, mentre un collega meno esperto osservava a distanza, imparando dal processo. Con l’introduzione dei robot, entrambi gli operatori possono rimanere al sicuro, ma il principiante perde l’opportunità di apprendere direttamente.

Lo stesso accade in altri settori, come la chirurgia. Beane sottolinea che il tradizionale metodo “see one, do one, teach one” – osservare, eseguire e insegnare – rischia di essere compromesso dall’introduzione massiccia dell’automazione. Se gli esperti si affidano esclusivamente agli strumenti AI per eseguire operazioni complesse, i giovani medici avranno meno occasioni di formazione pratica, con ripercussioni sull’innovazione delle tecniche chirurgiche.

Per affrontare questa sfida, Beane suggerisce due strategie fondamentali:

  1. Ridefinire il lavoro affinché l’uso dell’AI supporti lo sviluppo delle competenze, anziché sostituire l’apprendimento esperienziale.
  2. Favorire l’interazione tra esperti e principianti attraverso modelli di collaborazione innovativi, che consentano di integrare l’intelligenza artificiale senza eliminare il valore del confronto umano.

«Senza una correzione tempestiva – avverte Beane – questa crisi delle competenze potrebbe costare miliardi di dollari, oltre a compromettere la crescita professionale di intere generazioni di lavoratori». La sfida, quindi, non è solo tecnologica, ma riguarda il futuro del nostro modo di lavorare e imparare.

Lunedì nero per i mercati: Wall Street crolla, Tesla affonda

I mercati globali hanno vissuto un lunedì nerissimo, con Wall Street in caduta libera e le Borse europee travolte dal crollo del Nasdaq. I timori legati alla politica economica di Donald Trump e al possibile inasprimento dei dazi hanno innescato vendite diffuse, spingendo gli investitori verso un’ondata di sell-off che ha cancellato i guadagni post-elettorali registrati lo scorso novembre.

A Wall Street, la seduta è iniziata subito in rosso e la chiusura ha confermato il trend ribassista: il Dow Jones ha perso il 2,08%, lo S&P 500 ha chiuso a -2,7%, mentre il Nasdaq ha subito un tracollo del 4%, segnando il peggior ribasso giornaliero dal settembre 2022. La situazione ha avuto un impatto devastante soprattutto sui colossi tecnologici: i cosiddetti “Magnifici sette” (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla) hanno registrato forti perdite. Tesla ha subito la disfatta più pesante, crollando del 15,43%.

Il peso delle dichiarazioni di Trump

A scatenare il panico sui mercati è stata un’intervista rilasciata domenica da Donald Trump, in cui l’ex presidente ha dichiarato che l’economia statunitense sta attraversando un “periodo di transizione” e non ha escluso il rischio di recessione. Queste parole hanno spinto gli investitori a liberarsi dei titoli più esposti alle incertezze macroeconomiche, in particolare quelli del settore tecnologico.

La Casa Bianca ha cercato di rassicurare i mercati, affermando che “gli spiriti animali del mercato azionario stanno divergendo dalla realtà economica”, ma le vendite non si sono arrestate, alimentando una spirale ribassista.

Borse europee in scivolata

L’onda lunga di Wall Street ha colpito anche le Borse europee, che nel pomeriggio hanno amplificato le perdite. Francoforte è stata la peggiore, con un ribasso dell’1,63%, seguita da Madrid (-1,31%), Londra e Parigi (-0,90%). Anche Piazza Affari ha chiuso in calo, con il Ftse Mib a -0,98% e l’All Share a -0,95%.

L’Eurogruppo, riunitosi nella giornata di ieri, ha affrontato la questione dei dazi imposti dagli Stati Uniti. Il commissario europeo agli Affari Economici, Valdis Dombrovskis, ha dichiarato che Bruxelles è “pronta a reagire in modo proporzionato” a eventuali misure protezionistiche americane. “Le tensioni commerciali hanno effetti profondamente negativi a livello globale”, ha avvertito Dombrovskis, sottolineando la necessità di trovare soluzioni diplomatiche per evitare un’escalation che potrebbe aggravare ulteriormente l’instabilità economica.

Verso nuove turbolenze?

Gli analisti temono che la tempesta finanziaria non sia ancora finita: la combinazione tra incertezze economiche, dazi e tensioni geopolitiche potrebbe continuare a pesare sui mercati nelle prossime settimane. Gli occhi restano puntati su Washington, mentre gli investitori cercano di capire se il tonfo odierno sia solo un episodio isolato o l’inizio di una nuova fase di turbolenze per l’economia globale.

Cannabis in Italia: nuove regole, più controlli e scenari futuri

Cannabis e normativa: le ultime novità

La legislazione italiana in materia di cannabis è in costante evoluzione, con aggiornamenti volti a regolamentare il settore in maniera più chiara e rigorosa. Le ultime modifiche legislative intervengono su due fronti principali: la distinzione tra cannabis terapeutica e cannabis light e il controllo sulla produzione di derivati destinati a usi farmaceutici o industriali.

L’Ufficio Centrale Stupefacenti, in attuazione del Testo Unico sulle sostanze stupefacenti (DPR 309/1990), ha concesso le prime autorizzazioni alla coltivazione di Cannabis Sativa L. da sementi certificate, stabilendo criteri precisi per la filiera. Questo passo mira a garantire la qualità della produzione e a distinguere nettamente tra coltivazione a uso industriale, terapeutico e commerciale.

Un altro aspetto cruciale riguarda la fabbricazione di estratti di cannabis per uso farmaceutico. Le autorizzazioni sono concesse solo alle officine farmaceutiche riconosciute dall’AIFA, che devono attenersi a rigidi protocolli per produrre principi attivi destinati ai medicinali.


Il DDL Sicurezza e la cannabis light: in bilico tra restrizioni e compatibilità UE

Il DDL Sicurezza, attualmente in discussione al Senato, ha sollevato numerose critiche per l’emendamento 13.06, che impone restrizioni alla cannabis light equiparandola a quella non light. Inoltre, il Decreto 27 Giugno 2024 ha inserito il CBD tra le sostanze stupefacenti (Tabella B), limitandone la libera vendita.

Queste misure sono state oggetto di un’interrogazione del Parlamento Europeo, che ne ha contestato la compatibilità con la normativa UE e con la giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea. Secondo Bruxelles, vietare la vendita di CBD senza evidenze di rischio per la salute pubblica potrebbe costituire una violazione delle regole del mercato unico.

Di contro, il Dipartimento delle Politiche Antidroga sostiene che il DDL Sicurezza non vieta la coltivazione di Cannabis Sativa L., già regolamentata dalla legge 242/2016 per usi industriali. Inoltre, secondo il Governo, la normativa italiana rispetta sia le direttive UE sia la Convenzione Unica sugli Stupefacenti di New York del 1961, garantendo un equilibrio tra regolamentazione e libertà di mercato.


Implicazioni per aziende e consumatori: più regole, più controlli

Le nuove disposizioni richiedono agli operatori del settore un adeguamento normativo che riguarda la produzione, la trasformazione e la vendita dei derivati della cannabis. In particolare:

  • Autorizzazioni: per la produzione di estratti destinati all’uso farmaceutico, le officine devono ottenere il via libera dall’AIFA e rispettare severi standard di qualità.
  • Etichettatura e pubblicità: i rivenditori di cannabis light devono adottare regole più rigide per evitare ambiguità sulla destinazione d’uso dei prodotti.
  • Tracciabilità: aumentano le richieste di documentazione e certificazioni per garantire trasparenza e sicurezza.

Mentre i produttori investono in conformità normativa, i consumatori devono fare attenzione alle nuove regole per evitare acquisti non conformi alle leggi in vigore.


Futuro incerto, tra regolamentazione e sviluppo economico

Il settore della cannabis in Italia resta in bilico tra restrizioni normative e opportunità economiche. Il dibattito sulle regole per la cannabis light e il CBD è tutt’altro che chiuso, con una forte pressione da parte delle associazioni di settore affinché il quadro normativo tenga conto delle esigenze del mercato.

Il confronto tra imprese, istituzioni e organismi europei sarà determinante per delineare il futuro della cannabis in Italia, cercando un equilibrio tra sicurezza, tutela della salute pubblica e crescita economica.

Danno parentale anche senza legame di sangue: la Cassazione apre un nuovo scenario

La perdita di una persona cara può essere risarcita anche in assenza di un legame di sangue, purché sia dimostrata una relazione affettiva stabile e significativa. Con la sentenza n. 5984, depositata il 7 marzo, la Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento del danno parentale per il compagno della madre di una bambina di quattro anni, deceduta in un tragico incidente stradale.

La decisione ribadisce un principio già affermato dalla giurisprudenza: non è necessario un vincolo di consanguineità per riconoscere il danno da perdita di un rapporto affettivo. Ciò che conta è la qualità del legame e il ruolo effettivamente svolto nella vita della vittima.

Il caso: una figura paterna vicaria

La vicenda riguarda un incidente mortale in cui ha perso la vita una bambina di quattro anni. Il compagno della madre, pur non essendo il padre biologico né convivente con la minore, aveva svolto per anni il ruolo di figura paterna sostitutiva. La Corte d’Appello di Trento aveva riconosciuto il suo diritto al risarcimento, liquidando la stessa somma assegnata alla madre, pari a 249.047 euro.

L’Ufficio Centrale Italiano (Uci), chiamato in causa in quanto il conducente responsabile dell’incidente era tedesco e il veicolo immatricolato in Germania, ha impugnato la decisione, sostenendo che mancassero i requisiti per riconoscere il danno parentale al compagno della madre. Secondo l’Uci, l’assenza di convivenza e di una prova chiara dell’effettivo ruolo genitoriale del ricorrente avrebbero dovuto escludere il diritto al risarcimento.

La decisione della Cassazione

La Terza Sezione Civile della Cassazione ha respinto il ricorso, confermando il ragionamento della Corte d’Appello. I giudici hanno ritenuto provato il ruolo di “padre vicario” del ricorrente, sottolineando come avesse fornito alla bambina assistenza morale e materiale per oltre tre dei quattro anni della sua vita.

Richiamando precedenti giurisprudenziali, la Cassazione ha ribadito che il legame di sangue non è un presupposto imprescindibile per il riconoscimento del danno parentale. Ciò che rileva è la presenza di una relazione stabile, affettiva e caratterizzata da consuetudini di vita e supporto reciproco, elementi ritenuti pienamente sussistenti nel caso di specie.

Un principio consolidato

La sentenza si inserisce nel solco della giurisprudenza più recente, che riconosce il danno parentale a chi abbia instaurato con la vittima un rapporto affettivo profondo e duraturo, indipendentemente dal legame biologico. Già nel 2023, la Suprema Corte aveva affermato che il danno parentale può essere riconosciuto anche nei confronti di chi, pur non avendo un vincolo di consanguineità, ha svolto un ruolo affettivo e di protezione simile a quello di un genitore (Cass. n. 31867/2023).

La Consulta boccia il divieto di permessi premio per i detenuti che commettono reati in carcere

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la norma che vietava automaticamente, per due anni, la concessione di permessi premio ai detenuti imputati o condannati per reati commessi durante l’esecuzione della pena. Con la sentenza n. 24, depositata oggi, la Consulta ha accolto la questione di legittimità sollevata dal Magistrato di sorveglianza di Spoleto, stabilendo che l’automatismo della preclusione viola i principi costituzionali della presunzione di innocenza e della funzione rieducativa della pena.

Il caso: un detenuto e il divieto di accesso al beneficio

La vicenda trae origine dalla richiesta di permesso premio avanzata da un detenuto, in carcere dal 2017, che si è visto negare l’accesso al beneficio in virtù del divieto previsto dall’articolo 30-ter, quinto comma, della legge sull’ordinamento penitenziario. Il rigetto è stato automatico, poiché il richiedente risultava rinviato a giudizio per un tentativo, avvenuto un anno prima, di introdurre droga nel carcere per conto di un altro detenuto. Il Magistrato di sorveglianza ha però ritenuto la norma incompatibile con i principi costituzionali e ha rimesso la questione alla Consulta.

Le motivazioni della Consulta: violata la presunzione di innocenza

La Corte costituzionale ha evidenziato come una norma che precluda automaticamente il permesso premio sulla sola base di un’imputazione sia incompatibile con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e del diritto dell’Unione europea. La presunzione di innocenza, ha ribadito la Consulta, non si esaurisce all’interno del procedimento penale, ma si estende a tutti gli ambiti in cui un soggetto può subire conseguenze negative per un’accusa non ancora confermata da una condanna definitiva.

Di fatto, impedire al magistrato di sorveglianza di valutare la posizione del detenuto significa costringerlo a considerarlo colpevole in via presuntiva, senza possibilità di ascoltare le sue ragioni o di verificare la reale portata dell’accusa. Questa rigidità, secondo la Corte, compromette il diritto di difesa e il principio di individualizzazione del trattamento penitenziario.

Il giudice deve poter valutare caso per caso

Oltre alla violazione della presunzione di innocenza, la Consulta ha sottolineato che il divieto biennale di accesso ai permessi premio è ormai in contrasto con il consolidato orientamento costituzionale che impone una valutazione individualizzata della condotta e dei progressi rieducativi del detenuto. Anche in caso di condanna definitiva per un reato commesso in carcere, il magistrato di sorveglianza deve poter esaminare il concreto rilievo del fatto e la sua incidenza sul percorso di reinserimento sociale del detenuto.

Abuso d’ufficio, la Cassazione ferma la riforma Nordio: rinvio alla Consulta

La Corte di Cassazione ha rinviato alla Corte Costituzionale la decisione sull’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, introdotta dalla riforma Nordio con la legge 112/2024. Secondo la Suprema Corte, la cancellazione del reato ha lasciato una “zona franca” nella lotta alla corruzione, violando la Convenzione Onu di Merida del 2003.

Con l’ordinanza n. 9442/2025, la Cassazione ha sollevato profili di illegittimità costituzionale dell’articolo 1 della riforma Nordio, che ha eliminato l’articolo 323 del Codice penale. La decisione è stata presa nell’ambito di un ricorso in cui la difesa chiedeva l’annullamento di una condanna per abuso d’ufficio, in applicazione del principio del favor rei, che impedisce la punizione di un reato abolito.

La Corte, pur riconoscendo la rilevanza dell’abolitio criminis, ha evidenziato che l’abrogazione dell’abuso d’ufficio è avvenuta senza prevedere misure compensative per il contrasto alla corruzione. In particolare, ha rilevato la violazione degli obblighi internazionali assunti dall’Italia con la ratifica della Convenzione Onu contro la corruzione (legge 116/2003).

L’articolo 19 della Convenzione impone agli Stati di adottare norme che sanzionino condotte prodromiche alla corruzione, tra cui quelle descritte dal precedente articolo 323 del Codice penale. La Cassazione ha quindi ritenuto che l’abrogazione senza strumenti sostitutivi lasci un vuoto normativo pericoloso, non colmato neanche dai meccanismi disciplinari interni alla pubblica amministrazione.

Ora la Consulta dovrà pronunciarsi sulla legittimità della riforma. Se dovesse dichiarare incostituzionale l’abrogazione, il reato di abuso d’ufficio potrebbe tornare in vigore senza che la Corte Costituzionale violi il principio di riserva di legge, che affida al Parlamento la potestà legislativa in materia penale.

La decisione della Cassazione riapre dunque il dibattito su una riforma che, se da un lato ha cercato di snellire la burocrazia, dall’altro rischia di indebolire la lotta alla corruzione.

Ddl violenza di genere; OCF: “Strumentalizzazione della giustizia penale alla ricerca di facile consenso elettorale”

Roma 10 marzo 2025 – L’Organismo Congressuale Forense, con riferimento al recente disegno di legge in tema di violenza di genere e alle sue ricadute processual–penalistiche, ribadisce, come già ampiamente fatto in occasione del D.D.L. c.d. sicurezza, che è totalmente contrario a progetti di riforma ispirati a una visione illiberale del diritto penale, ideati in spregio ai diritti dell’individuo e ai valori della Costituzione e che trasformano il processo in una esecuzione sommaria fin dal momento delle indagini.

Il recente disegno di legge prevede tutta una serie di modifiche che hanno un unico denominatore comune, ossia il ricorso al carcere quale panacea dei mali. Siamo all’ennesima strumentalizzazione della giustizia penale alla ricerca di facile consenso elettorale.

Non può che prendersi le distanze da norme che discriminano in maniera incostituzionale il medesimo delitto in ragione del genere, così come va stigmatizzato l’ennesimo aumento delle pene, l’inclusione tra i reati ostativi dei delitti di maltrattamenti in famiglia e di stalking, l’introduzione di aggravanti, la marginalizzazione   dell’accusato nel processo a vantaggio della persona offesa. Insomma, il diritto penale assume un volto marcatamente repressivo che criminalizza attraverso generalizzazioni l’individuo prima del processo e rende impossibile la difesa di chi è accusato di taluni reati, catalogo sempre in aumento.

Si riafferma con decisione che la prevenzione e la tutela della vittima non può essere affidata all’aumento delle pene o a slogan elettorali applicati al diritto penale. Peraltro, l’inefficacia di tali misure ai fini preventivi è dimostrata dall’aumento dei delitti negli ultimi anni nonostante il c.d Codice Rosso e le altre misure repressive adottate.

Al contempo, mancano seri interventi sul sociale e che diffondano una cultura del rispetto verso la donna e in genere l’altrui persona. Si auspica che lo stesso Governo, il Parlamento e il Presidente della Repubblica pongano rimedio e blocchino una riforma che porterà a gravi ingiustificati sacrifici della libertà dell’innocente e a delineare un processo penale fortemente ingiusto.

Così in una nota l’Organismo Congressuale Forense.

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