Playoff scudetto al via: derby veneto tra Reyer Venezia e San Martino di Lupari nei quarti

Archiviata la stagione regolare, il campionato di Techfind Serie A1 entra nella fase decisiva. Con la definizione ufficiale del tabellone dei playoff scudetto 2025/2026, le migliori otto squadre della stagione sono pronte a contendersi il titolo nazionale.

Tra le protagoniste attese c’è l’Umana Reyer Venezia, che grazie al secondo posto conquistato in classifica affronterà nei quarti di finale l’Alama San Martino di Lupari, settima al termine della regular season. Si tratta di un derby veneto che promette equilibrio e intensità, con due squadre che si conoscono bene e che negli ultimi anni hanno spesso regalato sfide combattute.

La serie si disputerà al meglio delle tre partite e vedrà le orogranata partire con il vantaggio del fattore campo. La prima sfida è in programma lunedì 23 marzo al Palasport Taliercio di Venezia. Gara 2 si giocherà invece giovedì 26 marzo sul campo di San Martino di Lupari, mentre l’eventuale gara decisiva tornerebbe al Taliercio domenica 29 marzo.

Il calendario della serie tiene conto anche dell’impegno europeo della Reyer, che ha conquistato la storica qualificazione alle Final Six di EuroLeague Women. Per questo motivo la Lega ha previsto un adattamento delle date nella parte di tabellone che coinvolge la squadra veneziana.

Nel resto del tabellone dei quarti di finale spiccano gli incroci tra Famila Wuber Schio e Logiman Broni, tra Autosped G BCC Derthona e Geas Sesto San Giovanni e tra La Molisana Magnolia Campobasso e People Strategy Panthers Roseto.

Proprio dalla sfida tra Campobasso e Roseto uscirà la possibile avversaria della Reyer in semifinale, qualora le veneziane riuscissero a superare il derby contro San Martino di Lupari.

L’atmosfera al Taliercio si prepara dunque a diventare quella delle grandi occasioni: i playoff sono il momento in cui ogni dettaglio può fare la differenza e il sostegno del pubblico può trasformarsi in un’arma in più.

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Sanzioni privacy, la Cassazione mette un limite al Garante: i termini per decidere sono perentori

Il dibattito sui poteri del Garante per la protezione dei dati personali si riaccende dopo una recente decisione della Corte di cassazione che affronta un tema cruciale: i tempi entro cui l’Autorità può concludere un procedimento sanzionatorio.

Il quadro normativo europeo, definito dal GDPR, attribuisce alle autorità nazionali ampi poteri di controllo, consentendo loro di svolgere indagini, contestare violazioni, rivolgere ammonimenti e, nei casi più gravi, applicare sanzioni amministrative anche molto rilevanti. Tuttavia, la normativa europea non disciplina nel dettaglio le modalità procedurali, lasciando ai singoli ordinamenti nazionali il compito di stabilire le regole operative.

In Italia la materia è regolata dal Codice privacy e dal regolamento interno adottato dallo stesso Garante nel 2019. Tra le disposizioni previste, l’Autorità ha fissato in 120 giorni il termine per adottare il provvedimento conclusivo nella fase sanzionatoria.

Nella prassi, però, non sono mancati casi in cui i procedimenti si sono protratti per periodi molto più lunghi, lasciando imprese e organizzazioni in una situazione di incertezza prolungata. Proprio su questo aspetto si è pronunciata la Cassazione con una sentenza del dicembre 2025.

La vicenda nasce da un procedimento sanzionatorio avviato nei confronti della RAI. L’avvio formale dell’azione risaliva all’estate del 2021, mentre la decisione finale era arrivata soltanto nel luglio del 2023, quasi due anni dopo.

Il Tribunale di Roma, investito della questione in primo grado, aveva già ritenuto che i tempi previsti per la conclusione del procedimento dovessero essere considerati vincolanti. Secondo il giudice capitolino, la natura punitiva delle sanzioni amministrative richiede che l’azione dell’autorità sia esercitata entro termini certi, così da evitare che l’accertamento dell’illecito e la relativa punizione risultino troppo distanti nel tempo.

L’Autorità garante aveva contestato questa interpretazione, sostenendo che la normativa non qualificasse espressamente il termine come perentorio e che quindi non potesse comportare la perdita del potere sanzionatorio.

La Cassazione ha però confermato l’impostazione del Tribunale, offrendo un chiarimento destinato ad avere effetti rilevanti. Secondo i giudici di legittimità, il procedimento davanti al Garante si articola in due momenti distinti: una prima fase investigativa, volta ad accertare i fatti, e una successiva fase sanzionatoria che prende avvio quando vengono formalmente contestate le presunte violazioni.

È proprio da quel momento che decorre il termine entro cui l’Autorità deve esercitare il proprio potere punitivo. Trascorso inutilmente questo periodo, il potere di infliggere la sanzione si considera consumato.

La Corte motiva questa conclusione richiamando principi fondamentali dell’ordinamento, come la certezza del diritto e il pieno esercizio del diritto di difesa. Un sistema sanzionatorio efficace, osserva la sentenza, richiede infatti che tra l’accertamento dell’illecito e l’eventuale punizione vi sia una ragionevole vicinanza temporale.

L’assenza di un limite temporale vincolante, al contrario, finirebbe per attribuire alla pubblica amministrazione un vantaggio eccessivo rispetto ai soggetti sottoposti al procedimento.

Gli effetti della decisione non si sono fatti attendere. All’inizio del 2026 il Tribunale di Roma, richiamando l’indirizzo espresso dalla Cassazione, ha annullato un altro provvedimento sanzionatorio dell’Autorità sempre nei confronti della RAI. Pur fondandosi principalmente su valutazioni di merito, la decisione ha sottolineato anche la questione della tardività dell’azione amministrativa.

Secondo il giudice, proprio la particolare natura dei poteri esercitati dal Garante rende ancora più necessario garantire tempi certi e prevedibili nella gestione dei procedimenti.

Cassazione: nelle liste elettorali niente cognome del marito per le donne sposate

Una recente pronuncia della Corte di cassazione interviene su un tema che riguarda identità personale e parità di genere: l’indicazione del cognome del marito accanto a quello della donna nelle liste elettorali. Con l’ordinanza n. 3534 del 2026, la Prima sezione civile ha stabilito che tale prassi non può essere considerata obbligatoria e che l’identificazione delle donne sposate deve avvenire, anche nelle operazioni di voto, utilizzando il loro nome e cognome.

La decisione nasce dal ricorso presentato da una cittadina che aveva citato in giudizio il Ministero dell’Interno dopo un episodio verificatosi durante il referendum costituzionale del 20 settembre 2020. Al momento dell’identificazione al seggio, lo scrutatore aveva letto ad alta voce non solo il suo nome, ma anche il cognome del marito, presente nelle liste elettorali sezionali. Ritenendo leso il proprio diritto all’identità personale, la donna aveva chiesto la rettifica della dicitura.

In primo grado e in appello la richiesta era stata respinta. I giudici territoriali avevano ritenuto che la normativa vigente imponesse l’indicazione del cognome del coniuge per le donne sposate, richiamando in particolare l’articolo 5 del Dpr n. 223 del 1967 e collegandolo alla disciplina del diritto di famiglia, secondo cui la moglie può aggiungere il cognome del marito al proprio.

La Cassazione ha invece offerto una lettura diversa del quadro normativo. Secondo i giudici di legittimità, la disciplina successiva ha progressivamente superato quell’impostazione. La legge che ha introdotto la tessera elettorale non prevede alcun obbligo di indicare il cognome maritale, mentre il Dpr n. 299 del 2000 parla espressamente di una semplice possibilità, non di un vincolo. A ciò si aggiunge una circolare del Ministero dell’Interno del 2024 che consente tale indicazione soltanto se richiesta dall’interessata.

Il percorso si è poi concluso con un intervento legislativo del 2025 che ha eliminato esplicitamente ogni previsione relativa all’obbligo di riportare il cognome del marito nelle liste elettorali. Per la Corte, tuttavia, questa modifica non rappresenta una rottura improvvisa, ma l’esito naturale di un’evoluzione normativa già avviata da tempo.

La Suprema Corte sottolinea infatti che l’interpretazione delle norme deve essere coerente con i principi di uguaglianza e non discriminazione sanciti dall’articolo 3 della Costituzione, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In questo contesto, imporre alle donne sposate l’aggiunta del cognome del coniuge costituirebbe una disparità di trattamento rispetto agli uomini.

La decisione richiama inoltre gli orientamenti internazionali contro le discriminazioni di genere, tra cui la Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW). Secondo la Cassazione, tali fonti rafforzano l’esigenza di garantire alle donne il pieno controllo sulla propria identità personale.

Infine, i giudici escludono che esigenze organizzative della pubblica amministrazione o il richiamo all’unità familiare possano giustificare una prassi che incide su un diritto fondamentale come quello al nome.

Reyer nella storia: Schio battuta e Final Six di EuroLeague Women conquistate

Una notte destinata a entrare nella storia del basket veneziano. Davanti a un Palasport Taliercio gremito, l’Umana Reyer Venezia supera la Beretta Famila Schio per 62-51 nella decisiva Gara-3 dei Play-In di EuroLeague Women e conquista l’accesso alle Final Six della massima competizione europea.

Una vittoria costruita con carattere, intensità difensiva e lucidità nei momenti chiave, contro le campionesse d’Italia di Schio, in un derby europeo durissimo e combattuto fino agli ultimi minuti.

La Reyer parte con il giusto atteggiamento e riesce a prendere progressivamente il controllo della gara. Dopo un primo tempo equilibrato (32-26 all’intervallo), le orogranata allungano nel terzo quarto fino al +13 sul 41-28, ma Schio reagisce e riesce a rientrare completamente in partita fino al 50-50 a sette minuti dalla fine.

Nel momento più delicato emerge però la solidità mentale della squadra di coach Mazzon. Dopo oltre tre minuti senza canestri da entrambe le parti, Venezia piazza il break decisivo: un parziale di 9-0 in poco più di due minuti che spezza definitivamente l’equilibrio e spalanca alle orogranata le porte delle Final Six.

Decisiva la prova difensiva della Reyer, capace di limitare Schio a soli 51 punti e addirittura a un solo punto negli ultimi sette minuti di partita. Un dato che racconta meglio di ogni altra statistica la durezza e la qualità della prestazione veneziana.

Tra le protagoniste della serata spicca Ivana Dojkic, miglior realizzatrice con 15 punti, ma il successo è il frutto di una prova corale. Tina Charles chiude con 12 punti e 8 rimbalzi risultando la migliore per valutazione, mentre Francesca Pan firma 11 punti con un prezioso 3 su 5 dall’arco.

Determinante anche la regia di Santucci, autentico motore della squadra con 8 assist e 3 recuperi, mentre Cubaj domina sotto i tabelloni con 10 rimbalzi nonostante una serata complicata al tiro. Importante anche l’energia di Pasa dalla panchina, capace di attaccare il ferro con continuità nei momenti chiave.

La Reyer conduce la gara per quasi 32 minuti, lasciando a Schio il vantaggio per appena 47 secondi. Un dato che fotografa bene il controllo esercitato dalle veneziane nella partita più importante della stagione.

Ora l’avventura europea continua: alle Final Six di EuroLeague Women l’Umana Reyer Venezia affronterà Girona mercoledì 15 aprile, con l’obiettivo di continuare a scrivere una stagione già entrata nella storia del club.

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Incarichi professionali alla Pa: senza contratto scritto il rapporto è nullo

Quando una pubblica amministrazione affida un incarico professionale, la forma non è un dettaglio, ma una condizione essenziale di validità.

Con la sentenza n. 63 del 3 febbraio 2026, la Corte d’Appello di Potenza ha riaffermato un orientamento consolidato: il contratto d’opera professionale con la PA deve essere stipulato in forma scritta “ad substantiam”. In assenza di un atto formale che contenga gli elementi essenziali dell’accordo, il contratto è nullo e non può essere sanato.

Non basta l’autorizzazione dell’ente

Il caso affrontato dai giudici riguarda una situazione frequente nella prassi amministrativa: l’organo collegiale dell’ente aveva deliberato l’autorizzazione al conferimento dell’incarico. Tuttavia, secondo la Corte, tale delibera costituisce un atto interno, privo di efficacia negoziale verso l’esterno.

Perché il contratto sia valido occorre un documento scritto che: sia sottoscritto dal professionista; rechi la firma dell’organo legittimato a rappresentare l’ente; indichi con chiarezza oggetto della prestazione e compenso pattuito. In mancanza di questi requisiti formali, il rapporto non si perfeziona validamente.

Forma scritta come garanzia di legalità

Il fondamento normativo si rinviene negli articoli 16 e 17 del Regio decreto n. 2440/1923 sulla contabilità generale dello Stato. La forma scritta non ha solo funzione probatoria, ma rappresenta uno strumento di tutela dell’interesse pubblico: assicura trasparenza, controllo e rispetto dei principi di imparzialità e buon andamento sanciti dall’articolo 97 della Costituzione.

Anche quando la PA agisce “iure privatorum”, cioè utilizzando strumenti contrattuali tipici del diritto civile, resta vincolata a queste regole formali nella fase di formazione della volontà.

No alla conclusione per corrispondenza (salvo casi particolari)

La Corte ha inoltre escluso che, in materia di incarichi professionali, sia sufficiente uno scambio di proposta e accettazione tra assenti. La conclusione “a distanza” è ammessa in via derogatoria solo in specifiche ipotesi, come nei rapporti con imprese commerciali e in presenza di esigenze di praticità legate agli usi di mercato.

Tale eccezione non può essere estesa automaticamente ai contratti d’opera professionale.

La fase pubblicistica resta centrale

La decisione chiarisce un punto spesso sottovalutato: anche se il contratto finale è disciplinato dal diritto civile, la fase di formazione della volontà dell’amministrazione rimane ancorata alle regole pubblicistiche, comprese quelle sull’evidenza pubblica e sulla delibera a contrarre.

Quest’ultima non equivale al contratto, ma attribuisce all’organo competente il potere di stipularlo secondo oggetto e finalità previamente determinati.

Energia sotto pressione: mercati in rosso e bollette a rischio dopo l’escalation in Medio Oriente

L’escalation del conflitto in Medio Oriente ha avuto un impatto immediato sui mercati europei. In una sola seduta le piazze finanziarie del Vecchio Continente hanno bruciato oltre 300 miliardi di euro di capitalizzazione. Piazza Affari ha chiuso in calo di quasi il 2%, mentre le principali Borse europee hanno registrato ribassi diffusi.

Il nodo GNL: la vera vulnerabilità europea

Se il mercato del petrolio è globalmente diversificato, quello del gas naturale liquefatto (GNL) è molto più concentrato. Il Qatar rappresenta uno dei principali esportatori mondiali ed è un fornitore strategico sia per l’Italia sia per l’Europa.

Secondo i dati più recenti, l’Italia importa circa un terzo del proprio GNL dal Qatar (secondo fornitore dopo gli Stati Uniti), mentre a livello europeo l’emirato copre una quota significativa delle forniture. L’annuncio di stop produttivi in alcuni siti operativi e le tensioni nello Stretto di Hormuz – corridoio marittimo cruciale per il traffico energetico – hanno acceso i timori.

In questo momento l’Italia non appare in emergenza immediata: le consegne già programmate e le rotte alternative evitano blocchi nell’immediato. Tuttavia, se i flussi dal Golfo dovessero ridursi, l’Europa sarebbe costretta a competere direttamente con i mercati asiatici per accaparrarsi il GNL disponibile sul mercato spot, come già avvenuto durante la crisi energetica 2021-2023. E questo si tradurrebbe inevitabilmente in un aumento dei prezzi.

Carburanti: rincari già visibili

Gli effetti sui carburanti sono concreti. Benzina e gasolio hanno iniziato a salire, con il diesel ai livelli più alti degli ultimi mesi. Poiché l’adeguamento dei prezzi alla pompa segue con qualche giorno di ritardo l’andamento del greggio, ulteriori aumenti potrebbero essere registrati nelle prossime settimane se le quotazioni restassero elevate.

Non si registrano, al momento, problemi di approvvigionamento: l’Italia importa petrolio da numerosi Paesi e mantiene una buona diversificazione delle fonti. Ma il fattore prezzo resta determinante.

Bollette luce e gas: chi rischia di più

Il rialzo del gas colpisce direttamente i contratti a prezzo variabile, che sono indicizzati alle quotazioni di mercato. Circa un quarto delle forniture gas domestiche in Italia rientra in questa categoria.

L’energia elettrica, a sua volta, è strettamente legata al costo del gas, che alimenta una parte consistente della produzione nazionale. Se cresce il prezzo del gas, sale anche il PUN (Prezzo Unico Nazionale), riferimento per molti contratti luce.

Anche chi ha scelto il prezzo fisso non è completamente al riparo: in caso di trend prolungati al rialzo, i fornitori possono intervenire alla scadenza contrattuale o nei limiti consentiti dalla normativa.

L’impatto sui bilanci familiari

Le simulazioni indicano che per una famiglia media (2.700 kWh di elettricità e 1.200 metri cubi di gas annui) un aumento del 10% delle tariffe comporterebbe oltre 200 euro di spesa in più all’anno. Con rincari più consistenti, l’aggravio potrebbe superare i 500 euro.

Se a questo si sommano i maggiori costi per carburanti e trasporti, l’effetto complessivo rischia di pesare in modo significativo sul potere d’acquisto.

Reyer, notte da dentro o fuori al Taliercio: in palio le Final 6 di EuroLeague Women

Dentro o fuori. Non è una formula retorica, ma la fotografia esatta della sfida che attende l’Umana Reyer Venezia Women al Palasport Taliercio. Martedì 3 marzo, palla a due alle 19:30, andrà in scena Gara 3 contro il Famila Schio: quaranta minuti per decidere chi accederà alle Final 6 di EuroLeague Women.

La serie è sull’1-1, ma l’inerzia è cambiata dopo il successo esterno delle veneziane in Gara 2 (72-79), una vittoria di carattere che ha rimesso tutto in equilibrio e acceso l’entusiasmo dell’ambiente orogranata.

L’inerzia dalla parte di Venezia

La squadra di coach Mazzon ha mostrato solidità mentale e profondità di rotazione. A trascinare il gruppo è stata Joyner Holmes, decisiva con 19 punti, affiancata dalla concretezza di Ivana Dojkic, autrice di 13 punti pesanti nei momenti chiave. Sotto canestro, il lavoro di Cubaj e Charles – 8 rimbalzi a testa – ha garantito equilibrio e seconde opportunità.

Dall’altra parte, Schio resta un’avversaria di altissimo livello. Jessica Shepard è una presenza dominante nel pitturato, come dimostrano i 19 punti e 14 rimbalzi dell’ultima uscita, mentre Cecilia Zandalasini rappresenta una minaccia costante dall’arco, capace di colpire con percentuali elevate.

Una stagione in quaranta minuti

In palio non c’è soltanto la vittoria della serie, ma l’ingresso nell’élite del basket continentale. Le Final 6 rappresentano un traguardo mai raggiunto prima dal club veneziano: un obiettivo che trasformerebbe questa stagione in una pagina storica.

Il Taliercio si prepara così a vivere una serata da grandi occasioni, con il pubblico chiamato a recitare il ruolo di “sesto uomo” in campo. Per favorire l’afflusso dei tifosi dal centro storico, la società ha confermato il servizio navetta gratuito in collaborazione con Brusutti Trasporti, con partenze da Piazzale Roma alle 18:05 e alle 18:45.

Sarà una battaglia sportiva pura, dove ogni possesso peserà come un macigno. Venezia e Schio, due regine del basket italiano, si giocano un posto tra le migliori d’Europa. Il resto lo dirà il parquet.

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Esame avvocato 2026, l’OCF chiede una proroga: “Serve coerenza tra formazione e prova finale”

L’esame di abilitazione forense 2026 rischia di aprirsi sotto il segno dell’incertezza normativa. L’Organismo Congressuale Forense (OCF) ha rivolto un appello urgente a Governo e Parlamento affinché venga prorogato anche per la prossima sessione il regime transitorio che negli ultimi anni ha sostituito le tradizionali prove scritte con il cosiddetto “orale rafforzato”.

In assenza di un intervento legislativo, tornerebbe infatti automaticamente applicabile l’articolo 46 della Legge 247/2012, con il ripristino delle tre prove scritte – parere in materia civile, parere in materia penale e atto giudiziario – da redigere a mano e senza l’ausilio di codici annotati.

Il nodo della coerenza formativa

Secondo l’OCF, un ritorno integrale al modello ordinario risulterebbe oggi disallineato rispetto al percorso formativo concretamente seguito dai praticanti. Negli ultimi anni, infatti, le Scuole Forensi hanno strutturato programmi e simulazioni sulla base del regime semplificato prorogato dal legislatore.

Migliaia di aspiranti avvocati hanno concluso il tirocinio e completato la preparazione confidando su una modalità d’esame diversa da quella originariamente prevista dalla riforma del 2012. Il ripristino improvviso delle prove scritte tradizionali determinerebbe, secondo l’Organismo, uno scollamento evidente tra formazione ricevuta e verifica finale, incidendo sul legittimo affidamento dei candidati e ponendo criticità organizzative alle strutture didattiche, che non hanno avuto il tempo di riconvertire i percorsi verso la redazione manuale degli elaborati.

Il paradosso della riforma in itinere

L’OCF evidenzia inoltre un profilo di incoerenza sistemica. In Parlamento è attualmente all’esame il Disegno di legge n. 2629, noto come Disegno di Legge n. 2629, che prevede un modello intermedio: due prove scritte, utilizzo della videoscrittura e possibilità di consultare codici annotati.

Sarebbe dunque irragionevole – sostiene l’Organismo – sottoporre proprio la sessione 2026 a un regime più gravoso e destinato a essere modificato a breve, creando una parentesi più restrittiva in un momento di transizione normativa.

Una disciplina ponte per la certezza del diritto

La richiesta dell’OCF non viene presentata come una rivendicazione di semplificazione, ma come un’esigenza di coerenza e stabilità. L’obiettivo dichiarato è introdurre una disciplina ponte che confermi temporaneamente le modalità attuali, garantendo prevedibilità delle regole, tutela dell’affidamento dei praticanti e certezza del diritto.

In gioco non vi è solo l’assetto tecnico dell’esame, ma il principio di continuità normativa in un passaggio delicato per migliaia di giovani giuristi. Per l’Avvocatura istituzionale, l’accesso alla professione deve fondarsi su regole chiare e non su cambiamenti repentini che rischiano di compromettere programmazione e preparazione.

La partita ora è nelle mani del legislatore.

Avvocati e professionisti, contributi sparsi tra Cassa e Inps: quando conviene la ricongiunzione

Per molti avvocati – ma il discorso vale anche per commercialisti, consulenti del lavoro e altri professionisti ordinistici – la carriera previdenziale non coincide con quella professionale “pura”. Prima dell’iscrizione all’Albo, o in fasi parallele dell’attività, non sono rari periodi coperti dalla Gestione separata Inps: collaborazioni, consulenze, incarichi autonomi.

Il risultato, a distanza di trent’anni, è una contribuzione divisa tra Cassa di categoria e Inps. Con la circolare n. 15/2026 l’Inps ha formalizzato un passaggio atteso: la possibilità di ricongiunzione non solo dalla Gestione separata verso la Cassa (opzione già utilizzata da tempo), ma anche nel senso inverso, cioè trasferendo i contributi dalla Cassa alla Gestione separata.

Ricongiunzione: due direzioni, un’unica pensione

La ricongiunzione consente di accentrare tutti i periodi assicurativi in un’unica gestione, con l’obiettivo di maturare una sola pensione.

Per le professioni legali il tema non è meramente tecnico. La scelta della direzione del trasferimento incide infatti su requisiti anagrafici e contributivi di accesso alla pensione; possibilità di pensionamento anticipato; criteri di calcolo dell’assegno.

Trasferire i contributi verso la Cassa può risultare strategico quando l’ente previdenziale forense prevede forme di anticipo rispetto ai requisiti Inps o consente maggiore flessibilità nella prosecuzione dell’attività professionale dopo il pensionamento. In questo caso, gli anni versati in Gestione separata possono diventare determinanti per raggiungere prima le soglie contributive richieste.

L’opzione inversa – concentrare tutto nella Gestione separata – può invece interessare chi intende valorizzare i contributi secondo le regole del sistema Inps, anche in funzione di specifiche finestre di uscita.

Il nodo centrale: l’onere

A differenza del cumulo contributivo, la ricongiunzione è onerosa. Il costo viene calcolato applicando l’aliquota vigente nella Gestione separata alla retribuzione di riferimento e sottraendo poi il valore dei contributi trasferiti, rivalutati secondo le regole previste. L’importo residuo è a carico del professionista, anche se fiscalmente deducibile.

Per un avvocato con redditi medi o elevati, l’onere può essere significativo. Tuttavia, non va letto solo come costo immediato: può tradursi in un incremento del montante contributivo e quindi in un assegno più consistente.

Cumulo e totalizzazione: le alternative

La ricongiunzione non è l’unica strada. Il cumulo contributivo, gratuito, consente di sommare i periodi maturati in diverse gestioni (Inps e Casse) per conseguire un’unica pensione, mantenendo però il calcolo pro quota secondo le regole di ciascun ente.

La totalizzazione, anch’essa gratuita, permette di unificare i periodi per il diritto a pensione, ma comporta il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno.

Per le professioni legali la differenza è sostanziale: il cumulo può comportare requisiti di accesso più stringenti rispetto a quelli previsti dalla Cassa forense; la totalizzazione, pur ampliando le possibilità, può incidere negativamente sull’importo finale.

Una scelta da studio professionale

Per il pubblico di Servicematica – avvocati, operatori del diritto, consulenti – la novità non è solo previdenziale, ma organizzativa. La decisione tra ricongiunzione, cumulo o totalizzazione richiede una valutazione tecnica approfondita: età, anzianità contributiva, proiezione dell’assegno, sostenibilità dell’onere e prospettive di prosecuzione dell’attività professionale.

Copia privata, il compenso sbarca sul cloud: cosa cambia per utenti e imprese

Il sistema del compenso per copia privata entra ufficialmente nell’era del cloud. Con il decreto firmato il 23 febbraio 2026 dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, l’Italia estende il meccanismo previsto dalla legge sul diritto d’autore anche allo spazio di archiviazione online, aggiornando al contempo le tariffe applicate ai dispositivi digitali.

Non si tratta di un semplice ritocco dei listini: il provvedimento ridefinisce l’ambito di applicazione di un istituto nato in un contesto analogico, quando la duplicazione di CD e DVD era prassi comune, e lo proietta nel mondo delle memorie virtuali e dei servizi in abbonamento.

Dal supporto fisico alla “memoria in rete”

La copia privata, disciplinata dall’articolo 71-septies della legge sul diritto d’autore, consente ai cittadini di riprodurre per uso personale opere legittimamente acquisite. In cambio, produttori e distributori dei supporti di registrazione versano un compenso che viene poi ripartito agli autori e all’industria culturale tramite gli organismi di collecting.

Con il nuovo decreto, il concetto di “supporto” si amplia fino a comprendere lo spazio cloud, equiparato a una memoria trasferibile. In concreto, anche gli account di archiviazione online – come quelli associati a servizi di storage o posta elettronica – rientrano nel perimetro del compenso.

Il prelievo per il cloud è calcolato su base mensile in funzione dei gigabyte disponibili per utente. È prevista un’esenzione per le soglie minime e un tetto massimo di importo mensile, ma il principio resta innovativo: la tassazione non dipende dal contenuto effettivamente archiviato, bensì dalla capacità di memoria a disposizione.

Tariffe aggiornate per dispositivi e storage

Parallelamente, il decreto aggiorna le tariffe applicate ai dispositivi elettronici, con incrementi legati alla capacità di memoria o alla funzione di registrazione.

Gli aumenti riguardano smartphone e tablet – che rappresentano una quota rilevante del gettito – ma anche computer, televisori con funzione di registrazione, decoder, hard disk, SSD, chiavette USB e schede di memoria. Coinvolti anche i dispositivi wearable, come smartwatch e fitness tracker.

Per la prima volta, il compenso si applica in modo esplicito anche ai dispositivi ricondizionati, introducendo di fatto un prelievo lungo più fasi del ciclo di vita del prodotto.

Nuovi obblighi per i provider

L’estensione al cloud comporta conseguenze operative per i fornitori di servizi. I provider dovranno comunicare periodicamente i dati relativi agli utenti attivi e alla capacità di spazio messa a disposizione, con possibili impatti organizzativi e costi aggiuntivi.

La misura solleva interrogativi soprattutto per i servizi offerti da società estere o per i piani gratuiti, che dovranno comunque confrontarsi con un sistema di rendicontazione e versamento del compenso. Non si esclude l’apertura di contenziosi interpretativi, specie sul perimetro applicativo e sulle modalità di calcolo.

Un equilibrio delicato tra tutela e innovazione

L’intervento riaccende il dibattito sull’adeguatezza dell’istituto della copia privata in un contesto dominato dallo streaming e dall’accesso in abbonamento, dove la duplicazione di opere è spesso marginale rispetto alla fruizione online.

Da un lato, il legislatore ribadisce la necessità di garantire una remunerazione agli autori anche nell’ambiente digitale. Dall’altro, imprese tecnologiche e consumatori si trovano a fare i conti con un sistema che applica un prelievo in modo generalizzato, indipendentemente dall’uso concreto dello spazio di archiviazione.

La memoria digitale – oggi strumento quotidiano di lavoro e vita personale – entra così in un nuovo perimetro regolatorio. Per il settore ICT e per gli operatori dei servizi online si apre una fase di adeguamento, mentre resta da verificare l’impatto effettivo sul mercato e sulle scelte degli utenti in termini di consumo e archiviazione dei dati.

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