Intelligenza artificiale, sette authority in campo: rischio ingorgo regolatorio

Il nuovo cantiere normativo sull’intelligenza artificiale in Italia è ufficialmente aperto. Con la legge quadro approvata in via definitiva dal Senato lo scorso 17 settembre, il legislatore ha fissato i principi di raccordo con il regolamento UE 2024/1689 (AI Act), conferendo al Governo tre ampie deleghe legislative. Ma il quadro che si delinea è tutt’altro che lineare: sul terreno della vigilanza e della promozione dell’IA si muovono almeno sette autorità, con il rischio concreto di sovrapposizioni.

I due poli principali restano l’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) e l’ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale), incaricate rispettivamente di promuovere l’innovazione e di vigilare su sicurezza e ispezioni. A queste si aggiungono Banca d’Italia, Consob e Ivass per i profili legati ai servizi finanziari, mentre Garante Privacy e Agcom manterranno ruoli di controllo nei rispettivi ambiti. Per tentare di coordinare un sistema così frammentato, la legge istituisce un Comitato di coordinamento presso la Presidenza del Consiglio, con compiti di armonizzazione e indirizzo.

Il provvedimento tocca molti settori: dalla sanità – con l’uso dell’IA nella ricerca e nella gestione del Fascicolo Sanitario Elettronico – alla giustizia, dove i giudici potranno utilizzare strumenti di IA per l’analisi dei fascicoli e la redazione delle minute. Viene introdotta un’aggravante penale per i reati commessi con sistemi di intelligenza artificiale, oltre a nuove fattispecie come l’illecita diffusione di contenuti generati o alterati da algoritmi.

Non mancano i nodi da sciogliere: dall’uso dei dati personali per addestrare i modelli, alla responsabilità civile e penale per danni causati dai sistemi, fino al problema della compatibilità con le norme processuali.

La legge, infine, istituisce una Strategia nazionale per l’intelligenza artificiale, affidata alla Struttura della Presidenza del Consiglio per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale. Un tassello necessario, ma che dovrà misurarsi con un mosaico regolatorio affollato e con l’urgenza di dare certezze ad aziende, professionisti e pubbliche amministrazioni che già oggi utilizzano l’IA nei propri processi.


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Cybercrime da record: nel 2030 varrà 15.600 miliardi di dollari

Il crimine informatico corre più veloce delle soluzioni. Nel 2024 i danni causati dagli attacchi hanno raggiunto i 9.500 miliardi di dollari, collocando il cybercrime al terzo posto tra le economie mondiali, subito dopo Stati Uniti e Cina. Le proiezioni per il 2030 parlano di 15.600 miliardi, a fronte di una rete composta da oltre 40 miliardi di dispositivi connessi, che moltiplicano le superfici d’attacco.

I criminali digitali non puntano più alle “cassaforti” meglio protette, ma sfruttano i punti deboli: fornitori minori, sistemi obsoleti, comportamenti quotidiani degli utenti. Le campagne di phishing diventano sempre più credibili grazie all’uso di identità sintetiche, deepfake e AI generativa, mentre il ransomware continua a crescere come strumento di ricatto globale.

La nuova frontiera è rappresentata dall’AI agentica, sistemi autonomi capaci di effettuare pagamenti, chiedere credito o negoziare servizi senza intervento umano. Un’opportunità enorme per banche e imprese, ma anche un’arma nelle mani dei truffatori. Nel frattempo, l’avanzata del quantum computing rischia di rendere obsolete le attuali difese crittografiche.

In parallelo, i pagamenti digitali evolvono: wallet universali, tokenizzazione e biometria promettono transazioni più veloci e sicure. Già entro il 2030 i numeri delle carte fisiche saranno sostituiti da codici digitali unici, ma la crescita esponenziale dei punti di contatto aumenterà anche le vulnerabilità.

La governance globale resta il vero anello debole: mentre i criminali collaborano in tempo reale, i governi avanzano in ordine sparso. Stati Uniti e Cina spingono su modelli opposti, l’Europa tenta di mediare, ma lo scenario resta frammentato. Un mosaico normativo che rende più difficile una risposta comune e lascia spazio a nuove economie parallele del crimine digitale.


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Scuola sotto attacco: boom di ransomware e phishing nel 2025

Il ritorno in classe non porta con sé soltanto libri e lezioni, ma anche una raffica di minacce informatiche. Secondo i dati di Check Point, da gennaio a luglio 2025 scuole e università hanno registrato in media 4.356 attacchi a settimana, il 41% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’Italia è tra i Paesi più colpiti: gli attacchi settimanali sono balzati a quota 8.593, con un incremento dell’82%, seconda solo a Hong Kong.

Le vulnerabilità sono note: credenziali condivise, sistemi datati, budget IT ridotti e un’utenza vasta e frammentata che va da studenti a famiglie. I criminali approfittano di periodi sensibili, come il rientro a scuola, registrando domini “clone” e inviando campagne di phishing che imitano pagine di login istituzionali o procedure amministrative. Basta un clic sbagliato per consegnare password e token agli aggressori.

Il ransomware resta la minaccia più redditizia: oggi rappresenta circa la metà degli incidenti rilevati, con nuovi gruppi come Qilin e Medusa che adottano tecniche di cifratura avanzate. Non mancano poi false pagine di Outlook, portali universitari contraffatti e documenti fasulli che inducono gli utenti a pagamenti tramite QR code.

Il fattore umano continua a essere l’anello debole: oltre il 40% degli incidenti deriva da configurazioni errate dell’autenticazione a più fattori, mentre un terzo degli attacchi sfrutta ancora vecchi script come PowerShell 1.0.

Gli esperti concordano: servono formazione mirata per studenti e personale, aggiornamenti costanti dei sistemi, monitoraggio dei nuovi domini sospetti e strumenti di sicurezza in grado di bloccare minacce prima che arrivino agli utenti. Solo così le aule digitali potranno tornare a essere spazi sicuri di apprendimento.


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Fisco, 156 giorni di lavoro per lo Stato: il “tax freedom day” arriva solo a giugno

Anche a causa di un esercito di almeno 2,5 milioni di evasori, quest’anno i contribuenti italiani hanno impiegato 156 giorni per onorare tutte le richieste avanzate dal fisco. In altre parole, per rispettare le decine e decine di scadenze previste dal calendario fiscale[1], le persone fisiche[2] e quelle giuridiche[3] hanno teoricamente lavorato per lo Stato sino all’inizio dello scorso mese di giugno[4]. Versamenti che sono necessari per retribuire i dipendenti pubblici, per consentirci, quando è necessario, di essere curati da una struttura ospedaliera pubblica, di far frequentare ai nostri figli la scuola o l’università, di disporre di trasporti veloci ed efficienti e di vivere in tranquillità, perché la sicurezza di tutti noi è assicurata dalla presenza delle forze dell’ordine. Solo dal 6 giugno fino al prossimo 31 dicembre (209 giorni) gli italiani lavoreranno per sé stessi e per la propria famiglia. Quello realizzato dall’Ufficio studi della CGIA è un puro esercizio di scuola che ci consente di misurare in un modo del tutto originale il peso fiscale che grava sugli italiani[5].

Per 2,5 milioni di evasori le tasse sono un optional

In Italia, purtroppo, i contribuenti onesti versano molte tasse perché ci sono tante persone che non le pagano o lo fanno solo parzialmente. Secondo le ultime stime dell’Istat riferite al 2022, infatti, sono quasi 2,5 milioni le persone fisiche presenti in Italia che sono occupate irregolarmente.

Sono uomini e donne che lavorano completamente in nero o quasi; quando operano in qualità di subordinati non sono sottoposti ad alcun contratto nazionale di lavoro. Se, invece, lavorano in proprio, ovviamente non possiedono la partita Iva. In valore assoluto il numero più elevato è concentrato in Lombardia con 379.800 unità. Seguono i 319.400 residenti nel Lazio e i 270.200 abitanti della Campania.

Se, invece, calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero di occupati irregolari e il totale degli occupati di ciascuna regione, in Calabria registriamo il tasso più elevato pari al 17,1 per cento. Seguono la Campania con il 14,2, la Sicilia con il 13,6 e la Puglia con il 12,6. La media italiana è del 9,7 per cento.

Negli ultimi 30 anni, meno tasse con Berlusconi

Analizzando l’andamento della pressione fiscale registrato negli ultimi trent’anni, si evidenzia come il 2005 sia stato l’anno in cui il carico tributario è risultato più contenuto. Sotto la guida dell’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, la pressione fiscale in Italia si attestò al 38,9 per cento del Pil, 3,8 punti in meno rispetto alla percentuale prevista nel 2025.

Allora furono necessari 142 giorni per “liberarci” dal giogo fiscale, ben 14 giorni prima della scadenza prevista nel 2025.  Si segnala, inoltre, che anche gli altri quattro anni di quella legislatura furono caratterizzati da livelli di pressione fiscale relativamente bassi; soglie che, purtroppo, in tutto quest’ultimo trentennio abbiamo sempre superato.

Il picco massimo di tassazione, invece, fu raggiunto nel 2013 durante il governo presieduto dal Prof. Mario Monti – sostituito a fine aprile da Enrico Letta – quando il carico fiscale complessivo sul Pil arrivò a toccare il 43,4 per cento: record negativo di sempre.

La pressione fiscale sale, ma è solo un effetto statistico

Nel Documento di Economia e Finanza del 2025, si stima una pressione fiscale per l’anno in corso del 42,7 per cento; un livello in lieve aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al dato del 2024. Tuttavia, è necessaria una puntualizzazione: va ricordato che la Legge di Bilancio 2025 ha sostituito la decontribuzione a favore dei lavoratori dipendenti con una analoga misura che combina gli sconti Irpef con il “bonus” a favore delle maestranze a basso reddito.

Mentre la decontribuzione si traduceva in minori entrate fiscali-contributive, il “bonus” (che vale circa 0,2 punti percentuali di Pil) viene contabilizzato come maggiore spesa e quindi sfugge alla stima della pressione fiscale. Pertanto, se tenessimo conto di questo aspetto, nel 2025 la pressione fiscale sarebbe destinata a diminuire, sebbene di poco, attestandosi al 42,5 per cento.

Attenzione alla corretta lettura dei dati

Tornando a osservare il Graf.1, l’incremento della pressione fiscale è tornato a salire impetuosamente a partire dal 2023. Tuttavia, affermare che in questi anni sia aumentato il peso del fisco sul contribuente sarebbe fuorviante. L’incremento della pressione fiscale, infatti, non è ascrivibile ad un aumento delle tasse, quanto a una pluralità di novità legislative di natura economica introdotte a livello politico.

Pensiamo alla decontribuzione a favore dei redditi da lavoro dipendente resa più incisiva nel 2024 e all’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito Irpef. Nel 2025, con l’intento di ridurre il cuneo fiscale e a compensazione della decontribuzione, sono state aumentate le detrazioni Irpef ed è previsto un “bonus” (erogazione di una somma esente Irpef) per i redditi da lavoro dipendente sino a 20.000 euro.

Inoltre, il buon andamento delle entrate fiscali nel 2024 è stato determinato da fattori economici che hanno condizionato la crescita delle imposte sostitutive attinenti ai redditi da capitale. Non va nemmeno dimenticata la crescita registrata dalle retribuzioni; grazie ai rinnovi contrattuali, alla corresponsione degli arretrati nel pubblico impiego e all’aumento del numero di occupati l’Irpef e i contributi previdenziali hanno subito un rialzo positivo.

L’aumento del prelievo è stato insignificante

L’impatto sulla pressione fiscale riconducibile all’aumento delle tasse, invece, è stato modestissimo. Ricordiamo, tra i principali inasprimenti fiscali introdotti dal governo in carica, le seguenti misure:

  • incremento della tassazione sui tabacchi, dell’IVA su alcuni prodotti per l’infanzia/igiene femminile e dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei terreni e delle partecipazioni per l’anno 2024;
  • rimodulazione delle detrazioni per le spese fiscali con l’introduzione di alcune limitazioni per redditi elevati, l’inasprimento della tassazione sulle cripto-attività, la riduzione delle detrazioni delle spese per le ristrutturazioni edilizie e il risparmio energetico per l’anno 2025.

Tra i big dell’UE solo la Francia è più tassata di noi

Nel 2024[6] la Danimarca ha registrato la pressione fiscale più elevata dell’UE, con un valore pari al 45,4 per cento del Pil. Seguono la Francia con il 45,2, il Belgio con il 45,1, l’Austria con il 44,8 e il Lussemburgo con il 43. L’Italia si è posizionata al sesto posto con un tasso del 42,6 per cento del Pil. Rispetto ai nostri principali partner economici, abbiamo una pressione fiscale superiore a quella tedesca di 1,8 punti e a quella spagnola addirittura di 5,4. Solo la Francia sta peggio di noi: la pressione fiscale a Parigi è superiore alla nostra di 2,6 punti. La media UE, infine, è inferiore a quella italiana di 2,2 punti.

[1] Per pagare gli acconti e i saldi Irpef, Ires, Irap, Iva, addizionali Irpef, contributi previdenziali, tasse locali, etc.

[2] Lavoratori dipendenti, pensionati, lavoratori autonomi e altri percettori di redditi.

[3] Società di capitali, cooperative, consorzi, etc.

[4] Per la precisone fino al giorno 5.

[5] Come si è giunti a stabilire che nel 2025 sono necessari 156 giorni per “liberarci” dal fisco italiano?  La stima del Pil nazionale prevista per il 2025 è di 2.256 miliardi di euro; tale importo è stato suddiviso per 365 giorni, ottenendo così un dato medio giornaliero di 6,2 miliardi di euro. Dopodiché, sono state estrapolate le previsioni relative alle entrate tributarie e contributive[5] che i percettori di reddito verseranno quest’anno che, si stima, dovrebbero ammontare a 962,2 miliardi di euro[5]. Infine, quest’ultimo dato è stato frazionato al Pil giornaliero. Pertanto, queste operazioni hanno consentito all’Ufficio studi della CGIA di determinare il cosiddetto tax freedom day dopo 156 giorni dall’inizio dell’anno, vale a dire il 6 giugno ultimo scorso.

[6] Ultimo anno in cui i dati ci consentono di fare una comparazione a livello europeo.


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Processo tributario, senza attestazione di conformità la notifica non vale

Un documento depositato nel fascicolo processuale non basta a dimostrare l’avvenuta notifica se privo dell’attestazione di conformità. Lo ha stabilito la Corte di giustizia tributaria di Padova con la sentenza n. 237/1/2025, accogliendo il ricorso di un contribuente contro un’intimazione di pagamento fondata su atti presupposti non certificati.

La questione nasce dall’applicazione dell’articolo 25-bis del Dlgs 546/92, come modificato dal Dlgs 220/2023, che impone al difensore di attestare la conformità della copia informatica agli originali cartacei. Una previsione che, in mancanza di attestazione, rende inutilizzabili i documenti depositati.

Il legislatore è intervenuto con il Dlgs 81/2025, chiarendo che è sufficiente l’attestazione di conformità al documento analogico detenuto dal difensore, e non necessariamente all’originale. Resta però il nodo applicativo per i ricorsi depositati prima dell’entrata in vigore della riforma.

La giurisprudenza non è univoca: la Corte di giustizia tributaria di Salerno (sentenza n. 2685/5/2025) si è allineata all’orientamento di Padova, mentre quella di Bergamo (sentenza 304/2025) ha ritenuto che l’inutilizzabilità dei documenti non scatti se la conformità non viene espressamente disconosciuta dalla controparte.


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Dal 2 agosto il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale – l’AI Act – è entrato in una nuova fase operativa, portando con sé i primi obblighi e le prime sanzioni per chi non rispetta le regole. Un cambio di passo che sta moltiplicando il lavoro per gli studi legali, chiamati ad affiancare le imprese nella mappatura dei rischi, nei programmi di formazione e nella revisione dei modelli organizzativi.

Eppure, secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, la consapevolezza è ancora scarsa: solo il 28% delle aziende ha avviato attività di formazione e verifica, mentre oltre la metà non percepisce la compliance come prioritaria. Ci sono obblighi di classificazione e mappatura del rischio che non possono essere trascurati e le sanzioni non sono marginali.

A preoccupare è soprattutto la mancanza di un approccio strutturato: alcune imprese stanno nominando un Artificial Intelligence Officer nei propri organigrammi, altre restano alla finestra per timore dell’incertezza normativa e geopolitica, con i negoziati in corso tra Usa e Ue anche sul digitale.

Il tema non si esaurisce con l’AI Act: privacy, proprietà intellettuale, sicurezza e governance incrociano altri regolamenti europei come il GDPR, il Digital Markets Act e la direttiva DORA per i servizi finanziari. La consulenza legale diventa così sempre più multidisciplinare. «Abbiamo condotto oltre 50 assessment su casi d’uso di AI – spiega l’avvocato Vincenzo Colarocco (studio Previti) – valutando i rischi in termini di data protection, sicurezza ed etica».

Alcuni settori si stanno muovendo con maggiore tempestività: life science e sanità, dove la sicurezza dei dispositivi è cruciale; finanza, che richiede governance e tracciabilità; ma anche energia, infrastrutture e trasporti, dove i profili di interoperabilità e compliance sono determinanti. Si stanno creando sinergie inedite tra settori diversi per rafforzare la competitività sul mercato.


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Il meccanismo è quasi ovunque lo stesso: contributi a rimborso delle spese già sostenute, con finestre di accesso che si aprono nei mesi successivi e guardano all’anno scolastico o accademico 2024-2025, mentre per le spese di queste settimane occorrerà attendere il 2026.

Non tutte le Casse seguono la stessa strada: alcune – come Inarcassa per ingegneri e architetti, l’Enpacl dei consulenti del lavoro o la Cassa dei geometri – hanno preferito concentrare le risorse su altri capitoli di welfare. Per accedere ai benefici resta comunque imprescindibile la regolarità contributiva e, nella maggior parte dei casi, la posizione in graduatoria è determinata dall’Isee familiare.

Un esempio arriva da Cassa Forense, che per il 2025 ha previsto 4,45 milioni di euro a sostegno delle famiglie. Tra le novità, un bando per coprire fino al 25% delle spese di alloggio negli studentati universitari (fino a 2.500 euro), oltre a borse di studio fino a 2.000 euro per gli studenti più meritevoli con Isee inferiore a 30mila euro. Non manca l’attenzione per i più piccoli: a ottobre si aprirà la finestra per i contributi destinati ai centri estivi, fino a 1.000 euro per nucleo familiare.

Il quadro, ancora parziale, mostra come il sostegno allo studio stia diventando una voce sempre più importante delle politiche di welfare delle Casse, con la prospettiva di ulteriori stanziamenti già all’orizzonte.


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Gli esperti informatici sono ancora al lavoro per capire chi si celi dietro l’attacco che ha colpito Collins Aerospace, società che gestisce la piattaforma Muse, utilizzata da più scali per condividere banchi e gate. L’ipotesi più concreta è quella di un accesso non autorizzato tramite le credenziali di un dipendente, tra gli oltre 80 mila della società.

La vicenda assume anche risvolti geopolitici: si ipotizza un legame tra l’attacco e i contratti militari di Collins Aerospace e della sua casa madre RTX con le forze armate occidentali, NATO compresa. Intanto, a destare preoccupazione è la lentezza con cui l’azienda ha gestito la comunicazione: nessuna indicazione chiara su cosa sia accaduto né sui tempi per il ripristino.

Oltre Bruxelles, disagi — seppur più contenuti — si sono registrati anche a Berlino, Londra Heathrow e Dublino. Ma nella capitale belga il blocco si fa sentire con più forza: senza una versione sicura del sistema, il check-in resta manuale e il ritorno alla normalità appare ancora lontano.


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Oltre Bitcoin ed Ethereum, l’esplosione dei token fantasma

È una corsa senza precedenti, che somiglia sempre più a un Far West finanziario. Nel mondo delle criptovalute vengono lanciati circa 50mila nuovi token digitali ogni giorno, in un ecosistema di 850 exchange globali spesso privi di regole stringenti. Il numero complessivo di asset ha superato quota 21 milioni, mentre la capitalizzazione complessiva ha raggiunto i 4mila miliardi di dollari, quattro volte il valore delle società quotate a Piazza Affari.

Dietro queste cifre da capogiro si nasconde però un mercato frammentato e poco trasparente. Escludendo i “giganti” come Bitcoin (2.300 miliardi), Ethereum (500 miliardi) e le principali stablecoin ancorate al dollaro (Usdt e Usdc per oltre 240 miliardi complessivi), rimane un patrimonio di circa 1.000 miliardi distribuito tra memecoin speculative, progetti blockchain con basi tecnologiche più solide e, non di rado, schemi fraudolenti.

Token non sono azioni

La confusione più grande riguarda la natura dei token. Molti investitori li percepiscono come quote di una start up o di una piattaforma, ma in realtà non attribuiscono diritti di proprietà, voto o dividendo, salvo rare eccezioni di security token regolamentati. A differenza delle azioni, il valore di un token non è legato direttamente ai risultati economici dell’azienda o della blockchain che lo emette.

Il problema della diluizione

Spesso i token sono pre-minati e concentrati nelle mani di fondatori e venture capital. Quando questi decidono di monetizzare, immettono grandi volumi sul mercato con effetti depressivi sui prezzi. Nel mondo azionario esistono vincoli di lock-up e obblighi di disclosure; nel settore cripto, invece, la gestione dell’offerta è totalmente discrezionale, e la continua emissione di nuovi token per pagare spese operative o incentivare utenti funziona come una “stampante monetaria interna”, che svaluta costantemente i token già in circolazione.

Il rischio del listing

Un altro punto critico è la dinamica della quotazione sugli exchange. Nelle Ipo tradizionali l’ingresso in Borsa impone regole di trasparenza; nei mercati cripto il listing diventa spesso una exit strategy per i fondi di venture capital, che liquidano i token acquistati a prezzi stracciati nelle prime fasi. Così, gli investitori retail finiscono a comprare a valori gonfiati, subendo nei mesi successivi il crollo dovuto alle vendite degli insider.

Il verdetto

Il settore delle criptovalute è cresciuto in dimensioni e rilevanza, ma rimane lontano da standard minimi di protezione per chi investe. Il rischio per il retail è evidente: ciò che sembra un investimento nel futuro tecnologico è, in realtà, spesso l’acquisto indiretto di un debito verso i finanziatori della prima ora.

La domanda che resta aperta è se i regolatori riusciranno a trasformare questo Far West in un mercato più maturo, prima che i piccoli risparmiatori paghino il prezzo più alto.


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Los Angeles, 17 settembre 2025 – Hollywood alza il livello dello scontro contro le aziende dell’intelligenza artificiale accusate di sfruttare opere protette senza autorizzazione. Nel mirino è finita MiniMax, giovane start up di Shanghai valutata 3 miliardi di dollari e sostenuta da colossi come Alibaba, che punta alla quotazione in Borsa ma ora deve difendersi da una causa legale presentata in California da Disney, Universal e Warner Bros Discovery.

Secondo la denuncia, MiniMax avrebbe costruito la sua app di punta, Hailuo AI, sfruttando personaggi iconici come Darth Vader, i Minions, Wonder Woman e Shrek, utilizzati per generare immagini e video ad alta definizione marchiati con il logo dell’azienda. Non solo: la start up avrebbe promosso i propri servizi negli Stati Uniti lasciando intendere un’approvazione inesistente da parte dei titolari dei diritti.

«MiniMax ignora completamente la legge statunitense sul copyright e tratta i personaggi dei querelanti come se fossero propri», si legge nell’atto di citazione. Una linea durissima, che segue i precedenti già avviati contro Midjourney, accusata dello stesso approccio nell’addestramento dei propri algoritmi.

Il modello MiniMax: “Hollywood in tasca”

Fondata appena quattro anni fa, MiniMax ha già conquistato milioni di utenti in oltre 200 Paesi, proponendo un modello semplice: un abbonamento mensile che promette “Hollywood in tasca”. Una formula che a Los Angeles è suonata come una provocazione, soprattutto perché Hailuo AI è considerata tra le applicazioni più avanzate per la generazione di video realistici, capace di competere con rivali del calibro di Midjourney o Kling.

La controffensiva Disney

Mentre combatte in tribunale, Disney non resta alla finestra. La multinazionale ha annunciato il lancio di una nuova piattaforma, in collaborazione con Webtoon Entertainment, che metterà a disposizione oltre 35mila fumetti Marvel e Star Wars. Contestualmente, Disney acquisirà il 2% della società coreano-americana, con l’obiettivo di consolidare la propria presenza tra i giovani lettori digitali e rafforzare un ecosistema sempre più integrato tra streaming, sport e fumetti.

La posta in gioco

Il caso MiniMax evidenzia la crescente tensione tra creatività tradizionale e tecnologie emergenti. Da un lato, gli studios temono una deriva di “pirateria digitale” che minacci la tutela del copyright; dall’altro, start up come MiniMax cavalcano la rivoluzione generativa per conquistare pubblico e capitali.

La battaglia legale californiana sarà uno dei primi veri banchi di prova per capire come i tribunali affronteranno l’impatto dell’intelligenza artificiale sui diritti d’autore e, di riflesso, sul futuro dell’industria culturale globale.


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