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Time management: strategie per gestire il tempo in maniera ottimale

Gestione del tempo, tabella di marcia: chiamalo come vuoi, ma il time management è la soluzione migliore per conciliare vita privata e lavoro. Ogni cosa ha il suo tempo, certo, ma la pianificazione della propria attività non può prescindere dal time management.

Vediamo insieme come ottimizzare il proprio tempo partendo dalla pianificazione quotidiana del lavoro.

Pianificare al meglio le proprie attività

Il Time Management riguarda tutte le strategie che servono a pianificare nel modo migliore il tempo per eseguire delle attività – legate o meno alla propria professione.

Per alcuni la gestione del tempo è una passeggiata. Per altri, invece, è un ostacolo insuperabile. Niente paura: esistono delle strategie finalizzate al miglioramento dall’amministrazione del proprio tempo.

Time management inconsapevole

Hai mai utilizzato dei promemoria sul cellulare per ricordare che alle 17 hai un appuntamento nel tuo studio legale? Anche se non te ne accorgi, pratichi spessissimo il time management! Anche quando scrivi che il giorno X alle ore Y hai un’udienza importantissima. Forse hai anche attaccato un post-it nella tua agenda che ti ricorda di studiare alla perfezione le ultime pronunce della Cassazione, per difendere al meglio il tuo assistito.

Ogni mattina la sveglia suona alle 7 e raggiungi lo Studio alle 9. Prepari nella tua 24 ore tutti i fascicoli delle cause del giorno. Magari anticipi la partenza da casa di 15 minuti per fare colazione con un collega al bar. Durante la pausa pranzo andrai a mangiare sushi con i soci dello studio, mentre nel pomeriggio dedicherai la tua ora libera alla preparazione degli atti giudiziari da inoltrare telematicamente.

Ma non è finita qui: alla sera studierai i documenti, ma solo dopo aver mangiato di fretta un boccone e magari aver finito di guardare l’ultima puntata della tua serie tv preferita. Anche se sarai talmente stanco che i tuoi occhi si chiuderanno dalla stanchezza, hai comunque programmato un caffè per cercare di non sprecare il tempo.

Prima di andare a dormire, programmerai la sveglia sul telefono sempre alle 7 del mattino. Tutto questo è pure time management!

Organizzare il proprio tempo: fondamentale per qualsiasi lavoro

Il time management potrebbe rivelarsi fondamentale in alcuni casi, soprattutto se parliamo di lavoro. Parecchi esperti del settore propongono delle tecniche di gestione del tempo, per migliorare la produttività della persona.

Vorresti destreggiarti meglio fra appuntamenti e doveri per risparmiare tempo e magari dedicarti ad altre attività? Al posto di perderti nello studio delle ultime sentenze per riuscire a trovare tutte le informazioni utili per il tuo caso, potresti dedicarti ad un cliente importante, la cui vittoria rappresenterebbe un grosso valore aggiunto per il tuo Studio.

Questo esempio semplice è utile per farti capire lo scopo della gestione del tempo. Il time management dovrebbe avere ripercussioni positive sulla tua carriera, sul nome dello Studio e sui guadagni.

Tutti vogliono lavorare in uno Studio importante

Il livello più semplice di time management è quello che prevede l’utilizzo di app, agende e device, mentre quello più complesso consente di pianificare l’attività nel mediolungo periodo. Ci si basa sugli obiettivi da raggiungere, sulle priorità, sulle strategie e sugli strumenti da adottare per ottimizzare il proprio lavoro.

In ambito legale, il time management ha molta importanza in virtù delle tempistiche processuali degli avvocati. Spesso, un professionista finisce per diventare succube dei tempi eccessivamente lunghi prima della pronuncia definitiva della causa.

Nel frattempo, accumula lavoro, assiste altri clienti e cerca di utilizzare il tempo per migliorare i guadagni, ma soprattutto sé stesso. Uno studio legale che funziona non è soltanto proficuo per il professionista, ma gioverà anche alla carriera di chiunque avrà l’opportunità di collaborarci.

Dunque, uno studio legale rinomato attira anche i migliori futuri avvocati e clienti importanti! Il lavoro non sarà una semplice professione, ma una continua avventura di cui sarà difficile stancarsi.

Varie tecniche di time management

Ad oggi esistono tantissime tecniche di time management. Basta cercare online per scoprire le strategie di gestione del tempo. Di solito i coach insegnano le proprie tecniche tenendo sempre conto delle necessità delle persone.

Le tecniche degli esperti variano sulla base di alcuni fattori:

  • capacità di amministrazione del tempo;
  • raggiungimento degli obiettivi;
  • tipo di attività;
  • risorse di cui si dispone.

Non esiste un modello universale di time management, dipende dagli scopi: alcuni lo utilizzano per migliorare la concentrazione, altri per riuscire a memorizzare tanti concetti in un tempo breve, altri ancora per trovare velocemente le soluzioni migliori.

Pomodoro technique

Una delle tecniche maggiormente gettonate è sempre quella del pomodoro. Di solito questa tecnica viene utilizzare per studiare, a livello scolastico/accademico (ma anche in campo lavorativo).

È un metodo di gestione del tempo ideato da uno sviluppatore di software e imprenditore italiano. Il nome deriva dai timer a forma di pomodoro che si utilizzano in cucina per sorvegliare i tempi di cottura.

La tecnica prevede:

  • la scelta di un’attività da portare a termine, magari una noiosa, che si tende a rimandare;
  • impostare il timer a 25 minuti;
  • eliminare ogni distrazione e concentrarsi sull’attività fino al suono del timer;
  • prendersi una pausa di 5 minuti;
  • dopo 4 “pomodori”, le pause si devono allungare di 15-30 minuti.

Altri metodi utili

Un’altra tecnica è quella di dedicare 5 minuti al mattino per organizzare tutto il lavoro da svolgere durante la giornata. In molti, però, preferiscono svolgere questa attività alla sera, prima di andare a dormire. Sempre secondo alcuni, questo aiuta a conciliare il sonno. La pianificazione della giornata viene fatta sull’agenda, mentre segniamo gli appuntamenti più importanti.

Un’altra tecnica ancora è l’applicazione dei principi di Pareto (regola dell’80/20) ai compiti da svolgere in un determinato arco temporale. In questo modo si riesce a prediligere impegni che richiedono molto tempo, ma che permettono di ottenere maggior produttività. È un metodo difficile da utilizzare, poiché spesso riteniamo importante un’attività che potrebbe essere poco utile.

Il metodo Eisenhower, invece, prevede prima lo svolgimento delle attività più importanti e urgenti e poi lo svolgimento di attività altrettanto importanti ma meno urgenti. Anche qui incontriamo le stesse difficoltà del metodo precedente. Per questo motivo è sempre necessario uno sforzo in più e l’analisi obiettiva delle priorità.

Gestire il “tempo legale”

L’avvocato che desidera gestire nel modo migliore il proprio tempo può fare affidamento alle tecniche che abbiamo appena visto.

Per esempio: ti trovi nel bel mezzo dello studio di una causa difficilissima? Pomodoro technique. Ti prende il panico perché non sai da dove cominciare? Utilizza 5 minuti prima di andare a dormire per pianificare la giornata. Troppi impegni? Svolgi la sera prima quelli più impegnativi ma che generano maggior profitto.

Ma come fare se tutti i lavori sembrano prioritari? Osservati dall’esterno per valutare le tue attività. Fai finta di essere un’altra persona che ti osserva e che individua le cose più importanti che dovresti svolgere.

Delega e collaborazione

Oltre a stabilire obiettivi e priorità dovrai servirti della delega e della collaborazione. Una parte del tuo lavoro, infatti, potrebbe essere affidato a collaboratori o assistenti.

Tanti professionisti, come commercialisti, amministratori e manager utilizzano la delega per ottimizzare il proprio tempo. L’importante è rivolgersi a persone fidate e in gamba!

E tu, che esperienza hai con il time management? Hai già trovato la soluzione ideale per gestire il tuo tempo? Faccelo sapere nei commenti!

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Titolare d’impresa e antiriciclaggio: comunicazione obbligatoria con firma digitale

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Provvedimento di autorizzazione al deposito cartaceo degli atti del processo e al libero accesso al Tribunale di Venezia negli orari di apertura

È arrivata una segnalazione da parte delle Cancellerie Civili di un malfunzionamento del dominio giustizia. In particolar modo per quanto riguarda la possibilità di vedere e accettare in SICID gli atti depositati dagli Avvocati

 

È stato segnalato dalle Cancellerie Civili un malfunzionamento del dominio giustizia, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di vedere ed accettare in SICID gli atti depositati dagli Avvocati.

Per questo motivo tutti gli Avvocati che riscontrino difficoltà nel deposito telematico degli atti sono autorizzati al deposito cartaceo degli atti del processo (introduttivi, costituzioni etc.) nonché ai pagamenti del c.u. e delle altre marche tramite lottomatica, sino alla ripresa del funzionamento regolare del dominio giustizia.

Sono autorizzati anche al libero accesso al Tribunale negli orari di apertura delle Cancellerie per il deposito degli atti.

Clicca qui per leggere il Comunicato del Presidente del Tribunale Ordinario di Venezia.

 

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Titolare d’impresa e antiriciclaggio: comunicazione obbligatoria con firma digitale

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firma elettronica

Titolare d’impresa e antiriciclaggio: comunicazione obbligatoria con firma digitale

Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze n.55 dell’11 marzo 2022 «recante disposizioni in materia di comunicazione, accesso e consultazione dei dati e delle informazioni relative alla titolarità effettiva di imprese dotate di personalità giuridica, di persone giuridiche private, di trust produttivi di effetti giuridici rilevanti ai fini fiscali e di istituti giuridici affini al trust»

Il DM 55/2022, pubblicato il 25 maggio 2022 sulla Gazzetta Ufficiale, pone a carico di una vasta platea di soggetti l’attuazione di alcune importanti operazioni finalizzate alla trasparenza degli assetti proprietari, come previsto dal Codice Antiriciclaggio. Alla base del provvedimento troviamo il concetto di “titolarità effettiva”, che è l’oggetto di una nuova comunicazione obbligatoria, che dovrà avvenire per via telematica con la firma digitale.

Lo scopo è quello di tenere un registro delle persone fisiche beneficiarie dell’attività d’impresa. Parliamo quindi di una manovra antiriciclaggio, che aiuta a trovare le imprese che cercano di nascondere la loro reale titolarità, diventando aziende di comodo che nascondono i beneficiari effettivi degli introiti.

Come si definisce il titolare effettivo

Ma chi è il “titolare effettivo”? È la persona fisica (o le persone fisiche) che controlla o possiede il cliente. Parliamo della persona fisica per la quale viene realizzata un’attività o un’operazione. I criteri in gioco vengono specificati nell’allegato tecnico del decreto.

Nel caso di entità giuridica, sono le persone fisiche che controllano o possiedono tale entità e che di conseguenza ne risultano beneficiari.

Comunicare il titolare effettivo con la firma digitale

Comunicare la titolarità effettiva è un’operazione che deve essere effettuata entro 30 giorni dal compimento dell’atto che dà origine ad un’eventuale variazione. «Gli stessi soggetti comunicano annualmente la conferma dei dati e delle loro informazioni, entro dodici mesi dalla data della prima comunicazione o dell’ultima comunicazione della loro variazione o dall’ultima conferma».

Per trasmettere la comunicazione si può utilizzare il sistema Depositi e Istanze Registro Imprese (DIRE). Per utilizzare questo sistema bisogna essere in possesso di: firma digitale, PEC e Utenza Telemaco (anche tramite SPID). In questo modo si può portare avanti l’adempimento delle variazioni di indirizzo di sede, i rinnovi delle camere amministrative, trasferimenti d’azienda e molto altro ancora.

Se l’obbligo di comunicazione viene dimenticato o aggirato, la Camera di Commercio deve constatare la violazione attraverso sanzioni che arrivano ad un massimo di 1.032,00 euro. La sanzione potrebbe essere ridotta di un terzo della somma nel caso in cui «la denuncia, la comunicazione e il deposito avvengano nei trenta giorni successivi alla scadenza dei termini prescritti».

Combattere l’evasione

L’obiettivo è mantenere ben saldo il controllo sul rapporto tra società e privati, evitando che le ultime diventino veicolo di evasione e di occultamento di denaro che potrebbe alimentare i fondi per terrorismo e malaffari.

È un escamotage burocratico che ha nobili finalità. L’esecuzione è facilitata dal fatto che una semplice firma digitale consente l’identificazione del dichiarante da remoto, senza dover effettuare l’operazione in presenza.

Da quest’aspetto possiamo notare l’importanza della transizione digitale all’interno del nostro Paese, che da decenni è intrappolato nelle ragnatele della burocrazia. Negli strumenti dell’innovazione digitale possiamo osservare un bagliore di crescita ed emancipazione.

Ma che cos’è la firma digitale?

La firma digitale è il miglior sistema per firmare documenti online in tutta tranquillità e sicurezza. Equivale ad una firma cartacea, ed è attualmente l’unica tipologia di firma elettronica che possiede questa peculiarità.

Un documento con firma digitale ha valenza legale se rispetta tre caratteristiche:

  • autenticità, che garantisce l’identità del soggetto;
  • integrità, che assicura che il documento non ha subito modifiche;
  • non ripudio, ovvero il disconoscimento della firma.

Tutti i punti precedenti possono essere ottenuti facilmente mentre si firma un documento cartaceo. Nella firma digitale, però, il rischio di truffe e frodi è molto più alto. Non basterà utilizzare soltanto un pennino elettronico, oppure apporre la foto della firma per rendere un documento legalmente autentico.

Varie tipologie di firma elettronica

La firma elettronica che tutti conoscono è quella che si fa con un pennino elettronico touch, per esempio, quando si ritira un pacco.

Quando firmiamo con un pennino elettronico la firma non ci risulta molto simile alla nostra. Infatti, questa ha valore legale soltanto attraverso un giudice, in quanto non dispone di criteri di valutazione di autenticità. In caso di disputa legale si rende necessaria una perizia calligrafica per riconoscere l’autenticità della firma.

La firma elettronica avanzata, invece, ha valore legale, perché consente di firmare con strumenti in grado di dimostrare l’autenticità dell’identità dell’individuo. Questa firma si può utilizzare, per esempio, per acquistare un dispositivo elettronico, ma non per un contratto immobiliare. Infatti, non possiede tutti i tre principi che abbiamo elencato.

La firma elettronica qualificata, invece, è un tipo di firma elettronica che unisce la firma elettronica avanzata ad un sistema asimmetrico di chiavi a coppia: una privata e una pubblica.

Quella privata consente al titolare di verificare correttamente l’autenticità e la provenienza del documento e quella pubblica esegue la verifica per il destinatario. Questa firma, dunque, garantisce autenticità e inalterabilità delle informazioni.

La firma digitale rispetta i tre punti sopracitati soltanto grazie ad un ente esterno che attesta la firma e la rende identica ad ogni sottoscrizione digitale.

Hai già provato la nostra firma elettronica? Dai un’occhiata cliccando qui 🙂

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Studi legali e digitalizzazione: a che punto siamo?

Avvocati e stress: approcciarsi alla meditazione

 

digitalizzazione studi legali

Studi legali e digitalizzazione: a che punto siamo?

Tutti gli Studi legali gestiscono un grande numero di informazioni, spesso sensibili, come dati particolari o giudiziari dei clienti. Oppure prototipi, contratti e strategie di business. La sicurezza del patrimonio informativo dello Studio legale è un’esigenza prioritaria per l’avvocato, poiché è tenuto a rispettare la segretezza e la riservatezza.

Negli ultimi due anni la professione legale è stata protagonista di un cambiamento strutturale – ma inevitabile. La digitalizzazione, infatti, ha cambiato radicalmente il modo di lavorare degli avvocati. Non soltanto per quanto riguarda gli strumenti operativi, ma anche nel rapporto con i clienti.

In questo processo di evoluzione, la tecnologia è diventata uno strumento indispensabile per proseguire con la propria attività. Tuttavia, il mondo tecnologico richiede un altissimo livello di attenzione nei confronti della protezione di dati e delle informazioni dello studio legale, per ridurre i rischi e le conseguenze di un’eventuale violazione.

Il cambio di rotta degli Studi legali

Come per molte altre categorie di Professionisti, la pandemia ha segnato un decisivo cambio di rotta anche per gli Studi legali. Gli Avvocati hanno cercato di reagire nel minor tempo possibile ad una situazione anomala che richiedeva la continuità dei servizi.

È stata proprio la pandemia ad evidenziare le lacune e gli scarsi livelli di digitalizzazione degli Studi legali. Inoltre, si è reso anche sempre più evidente il divario sul mercato tra le grandi e le piccole realtà.

Gli Studi legali sono da sempre allineati con le tecnologie più tradizionali, come i sistemi di videoconferenza e gli applicativi di controllo di gestione, ma mostrano una maturità limitata nei confronti delle tecnologie maggiormente evolute. La pandemia ha spinto gli Studi legali a impegnarsi in progetti come la dematerializzazione dei documenti, l’introduzione di tecnologie per migliorare l’efficienza interna e la ricerca di collaborazioni con altri Studi.

Che cos’è la digitalizzazione? E la dematerializzazione?

Per digitalizzazione intendiamo la migrazione di tutte le attività del professionista verso un ambiente completamente virtuale/digitale e l’adozione di processi remotizzati. La dematerializzazione, invece, corrisponde all’abbandono dello studio come struttura fisica che si basa su sistemi cartacei e server in sede e l’interazione fisica come impostazione predefinita.

Questi fenomeni coinvolgono tutta l’organizzazione della professione, determinando una nuova visione della professione legale e la necessità di raggiungere un livello di sicurezza più elevato.

In tempi di Covid, le soluzioni tecnologiche da un lato hanno consentito ai professionisti di proseguire la loro attività in maniera efficiente. Dall’altro, hanno esposto i dati a maggiori rischi: il processo di digitalizzazione è stato improvviso e imprevisto, e in alcuni casi ha permesso ai cybercriminali di agire indisturbati.

La violazione delle informazioni e dei dati personali ha effetti economici, legali e reputazionali devastanti per gli Studi stessi e per i clienti. È fondamentale che tutti gli Studi, per scongiurare il rischio di un eventuale attacco digitale, siano dotati di policy e misure adeguate.

Un “pacchetto base” per la digitalizzazione

Il processo di digitalizzazione è inevitabile e necessario, ma non può prescindere dalle esigenze degli Studi e dei professionisti.

Certamente la dimensione dello studio può fare la differenza, ma l’adozione di un “pacchetto base” di azioni/regole potrebbe assicurare a tutti un beneficio rapido e significativo.

Sono indispensabili:

  • antivirus per proteggere i dati da malware;
  • email e PEC con misure di sicurezza e capienza adeguate;
  • firme digitali, che possono essere utilizzate anche in caso di incidente fisico ai dispositivi collegati;
  • connettività sottoposte a monitoraggi che rilevano in maniera tempestiva ogni intrusione;
  • una messaggistica adeguata al livello di riservatezza dei messaggi;
  • backup e Disaster Recovery, che garantiscono la continuità operativa;
  • scanner e multifunzione con misure di sicurezza che garantiscono la protezione delle informazioni.

Sono caldamente consigliati, invece:

  • suite di sicurezza professionali con moduli dedicati alla protezione per alcune minacce specifiche, come i ransomware;
  • gestore di password che le memorizza in un luogo sicuro ma facilmente accessibile;
  • VPN che garantisce la riservatezza delle comunicazioni anche su reti che non sono verificate;
  • crittografia per la sicurezza dei dati;
  • videoconferenze con misure di sicurezza e affidabilità contro intrusioni e conservazione illecita dei dati;
  • cloud con spazi e misure di sicurezza adeguati;
  • condivisione e tracciabilità idonee con log management.

A tal proposito, puoi dare un’occhiata ai nostri prodotti cliccando qui.

Il fattore umano

Ricordiamoci sempre, però, che l’adozione di certe misure non prescinde dal fattore umano. Le persone sono gli anelli deboli all’interno dei processi di sicurezza, soprattutto se non vengono dati loro gli strumenti adeguati alla comprensione degli effetti dei loro comportamenti sui sistemi. Un utente non qualificato potrebbe ignorare o sottovalutare le precauzioni di sicurezza che gli vengono suggerite.

Gli attacchi su rete, come gli incidenti di sicurezza e la violazione dei dati sono causati da condotte umane non adeguate. Per esempio:

  • inviare per errore una mail ad un cliente con informazioni molto riservate;
  • condividere password tra più utenti o utilizzare password facilmente individuabili;
  • condividere documenti che contengono dati particolari attraverso canali non protetti;
  • utilizzare reti pubbliche;
  • non aggiornare i dispositivi.

Queste sono soltanto alcune delle condotte che avvengono per mancata conoscenza delle nozioni di sicurezza informatica e della normativa in materia di protezione dati. Ad oggi, l’avvocato non deve escludere dalla propria formazione professionale questo tipo di conoscenza.

La sensibilità nei confronti di queste tematiche e la loro diffusione tra dipendenti e lavoratori è essenziale per riuscire a tutelare un sistema informatico. Soltanto la consapevolezza delle lacune e delle misure che si potrebbero adottare per colmarle è in grado di evitare eventi spiacevoli, permettendo all’avvocato di eseguire in sicurezza il proprio lavoro.

Il “pacchetto avanzato”

Nel “pacchetto avanzato”, invece, troviamo:

  • la separazione dei dati e delle Reti per la riduzione dell’impatto di incidenti o violazioni;
  • scalabilità e adattabilità degli strumenti per rispettare i principi di privacy;
  • monitoraggio di dati personali e avvisi di possibile compromissione;
  • polizza di cyber security per limitare i danni di un data breach;
  • un responsabile della protezione dei dati;
  • controllo centralizzato dei dispositivi:
  • personale IT che sviluppa soluzioni efficaci e adeguate allo Studio;
  • gestione dei consensi per ottimizzare il trattamento dei dati;
  • controllo della filiera consulenti e fornitori.

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Avvocati e stress: approcciarsi alla meditazione

Avvocati e psicologia: qual è il legame?

meditazione

Avvocati e stress: approcciarsi alla meditazione

In media, un dipendente di un’azienda lavora 8 ore al giorno. Un avvocato, invece, può arrivare a 12 ore! Senza contare anche il tempo che dedica allo studio delle nuove leggi e delle sentenze giurisprudenziali. Et voilà, ecco che le ore di “libertà” si riducono notevolmente.

Anche se in molti credono che la professione dell’avvocato sia una delle più appaganti in assoluto, spesso ignorano lo stress che si accumula e che potrebbe riversarsi nel lavoro e nei rapporti affettivi.

Non basta una vacanza o uno sport per eliminare le energie negative. Avete mai pensato di affidarvi alla meditazione?

La vita frenetica di un avvocato

La vita dell’avvocato non è come quella dei film: è una continua avventura. Al mattino ci sono le udienze in tribunale, mentre il pomeriggio è destinato agli incontri con i vari clienti.

La pausa pranzo è accompagnata dal ripasso generale e nel dopocena non si prende nemmeno in considerazione di accendere Netflix, perché ci sono nuove leggi da studiare. E così si accumulano stress, ansia, nervosismo, stanchezza e insoddisfazioni.

Inoltre, i clienti richiedono moltissima lucidità e diplomazia. L’avvocato cerca di spiegare che la vittoria assoluta non è sempre contemplata, e che ci sono molte strade giuridiche che portano ad ottimi risultati.

Il cliente, non conoscendo i meccanismi segreti della giurisprudenza si aspetta sempre il massimo dal suo legale. Il massimo non arriva? La reputazione dell’avvocato e dello studio legale potrebbero risentirne.

Il weekend è veramente rilassante?

Sabato e domenica: finalmente un po’ di relax! Però, l’avvocato assicura la reperibilità anche nel weekend, e deve riuscire a conciliare i doveri personali con gli affetti.

Ecco arrivare brusii nella testa, confusione, disorientamento e difficoltà di concentrazione. Si cerca in tutti i modi di calmare la mente, di raggiungere un po’ di meritata quiete. L’obiettivo della meditazione è proprio quello di dominare la propria mente, senza lasciarsi sopraffare da tutte queste emozioni negative.

Esistono due tipi di meditazione: quella recettiva e quella riflessiva. Quella più semplice da praticare è quella riflessiva, perché permette di focalizzare completamente l’attenzione su un oggetto. Mentre la meditazione recettiva ordina alla mente di liberarsi dai pensieri: un’operazione parecchio difficile!

Tenere pulita la mente

Nello stesso modo in cui si tiene pulita la casa, anche la mente ha bisogno di essere ripulita dalla polvere e dalla sporcizia. Spazzare via le ansie e lo stress non è affatto semplice – come la polvere, le emozioni negative si riproducono continuamente, senza volerlo.

La meditazione recettiva dovrebbe aiutare le persone a raggiungere un certo livello di consapevolezza, per liberare la mente dai pensieri. E no, non è un sonno ristoratore, perché in questo caso c’è bisogno della piena consapevolezza.

Esistono tantissime tecniche di meditazione

I due tipi di meditazione sono soltanto la punta dell’iceberg: per raggiungere gli obiettivi delle pratiche si possono adottare diversi metodi ed esercizi.

Ogni cultura popolare ha la sua personale tecnica di meditazione. Nell’estremo oriente possiamo osservare delle pratiche simili tra loro. Noi possiamo scegliere quella più adatta alle nostre esigenze, ovviamente lasciandoci guidare da un esperto. Infatti, almeno per i primi tempi, è meglio non affidarsi al fai da te, perché la situazione potrebbe addirittura peggiorare.

I benefici della meditazione

I benefici della meditazione riguardano la salute fisica, ma soprattutto quella psicologica. Sono il cervello, la memoria, la concentrazione e l’umore a percepire i maggiori effetti positivi della pratica.

Se la meditazione viene praticata ogni giorno per almeno 30 minuti, i risultati su concentrazione e memoria potrebbero essere notevoli. Non è un’affermazione casuale, ma frutto di numerosi studi e ricerche. Alla base dei risultati ottenuti troviamo la capacità di riflessione e quella di focalizzazione, tipiche della meditazione di tipo riflessivo.

La visualizzazione e la consapevolezza di un oggetto rende la persona abituata alla pratica della meditazione più capace di concentrarsi e lavorare meglio. Liberare le mente, utilizzando lo spazio a disposizione per cose di maggiore importanza, aiuta molto anche la memoria.

Eliminiamo le attività non prioritarie

Quella mezz’ora giornaliera utilizzata soltanto per la meditazione toglierà tempo ad altre attività, magari non prioritarie o necessarie ed altamente stressanti. La meditazione è meglio di un bagno caldo: la mente e i muscoli si riposano e si rilassano.

Tuttavia, la meditazione richiede molta pazienza. Non è semplice e automatico gestire la propria mente, ma una volta imparato, vita, lavoro e affetti personali andranno sempre meglio. Aumenterà la produttività e sarà più semplice raggiungere gli obiettivi prefissati.

Si imparerà a visualizzare la strategia migliore, eliminando le pratiche dannose e centrando l’obiettivo.

Come rendere efficace la meditazione

Per essere efficace, la meditazione deve durare dai 30 ai 45 minuti. Inoltre, deve essere eseguita in maniera costante: non bisogna saltare la pratica durante il weekend (ma siamo certi che una volta cominciato non potrete più farne a meno).

Un avvocato dovrebbe meditare subito dopo il lavoro, quando non ci sono appuntamenti o adempienze a cui dar seguito. Sarebbe meglio evitare di mettere in atto le pratiche di meditazione poco prima di andare a letto. Si rischierebbe di prendere sonno perdendo di vista l’obiettivo principale, ovvero la concentrazione che libera la mente.

Dunque, meglio meditare mezz’ora dopo cena o subito dopo il lavoro. In questo modo, la serata proseguirà tranquilla, e si andrà a dormire senza tutti quei pensieri dannosi che alimentano l’insonnia.

Alcune precisazioni

Il luogo dove praticare la meditazione dovrebbe essere un ambiente privo di distrazioni. Lo spazio deve essere libero da oggetti che spingono la mente verso altri luoghi.

Silenzio e solitudine sono altri fattori decisamente fondamentali per la pratica. Il vicino di casa che urla, il ticchettio della sveglia, il motore assordante del frigorifero non aiutano affatto. Una soluzione utile sono i tappi per le orecchie, ma ci sono molti suoni messi a disposizione da siti e applicazioni perfettamente appropriati alla pratica.

E voi, che esperienze avete con la meditazione? Fatecelo sapere nei commenti!

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Avvocati e psicologia: qual è il legame?

Consigli per superare l’esame da avvocato

avvocati

Avvocati e psicologia: qual è il legame?

Gli avvocati sono soltanto esperti di diritto? In realtà, potrebbero essere inconsapevolmente anche psicologi! Alcuni professionisti legali, con l’esperienza, riescono a comprendere sempre meglio le personalità dei clienti. Alcuni diventano anche capaci di esercitare un certo tipo di influenza sulla persona che hanno di fronte.

Vediamo qual è il rapporto tra avvocati e psicologia

Il metodo di studio degli avvocati

Nei corsi di giurisprudenza la psicologia non viene quasi menzionata. In alcuni Atenei si studia un po’ di economia, in altri c’è la possibilità di approcciarsi alla criminologia – ma soltanto in maniera opzionale.

Come si spiega, allora, il fatto che la psicologia sia una delle qualità maggiormente acquisite dagli studenti di legge? Semplice, grazie al loro metodo di studio! Nel corso dei cinque anni di università le materie affrontate sono molte, e spesso vengono rese più comprensibili grazie all’aiuto di case history.

Uno studente di giurisprudenza ha un metodo di studio completamente differente rispetto a quello delle altre facoltà. Deve sapere utilizzare al meglio la logica e la memoria per interpretare al meglio tutte le cose che gli passano tra le mani.

L’interpretazione

L’interpretazione, per uno studente di giurisprudenza, serve per evitare di imparare a memoria tutto il codice civile, oppure per orientarsi al meglio nel mondo della legge italiana ed estrapolare il senso di una norma.

La psicologia interpreta i comportamenti e le conseguenze dell’agire umano. Si osserva attentamente il modus operandi di una persona e si cerca di rispondere alla domanda delle domande: “Perché?”.

Nel penale, il comportamento della persona è fondamentale per almeno due motivi: per la capacità di intendere e volere, che spesso ribalta l’esito di una sentenza, e per riuscire ad individuare il movente. Un avvocato che lavora nel penale deve avere decisamente molta dimestichezza con la psicologia umana.

L’avvocato ha capacità psicologiche, ma non è uno psicologo

L’avvocato ha certamente delle capacità psicologiche, ma non si sostituisce agli esperti abilitati nell’esercizio di tale professione. Non fingerà mai di essere uno psicologo e non firmerà mai alcun tipo di perizia.

Un avvocato si serve della psicologia per lavorare al meglio, evitando anche problemi e fraintendimenti con i clienti. Diventa psicologo tutte le volte che ha a che fare con un avversario o con un cliente, interpretando al meglio le esigenze di quest’ultimo.

Non vuole semplicemente assecondare le richieste di chi vuole vincere a tutti i costi una causa, ma aiutare le persone a comprendere che cosa vogliono veramente.

Gli avvocati hanno poteri magici?

Molti clienti pensano di trovarsi di fronte a supereroi con poteri magici in grado di risolvere qualsiasi problema. L’avvocato, tuttavia, deve certamente essere di parte, ma deve anche aiutare a definire correttamente gli obiettivi da raggiungere.

Per fare questa operazione, deve calarsi nei panni dello psicologo, per aiutare il cliente a scegliere l’obiettivo migliore. Ecco, è proprio questo il punto che spinge le persone a dare dell’incapace all’avvocato!

Spesso, infatti, quando una persona non si sente dire ciò che vuole sentirsi dire, finisce per maltrattare il legale.

Psicologia o manipolazione?

Un avvocato deve essere capace di scegliere le parole più giuste quando entra in relazione con un potenziale cliente. L’ars oratoria non è cosa da tutti, ma qualsiasi professionista deve saper parlare e consigliare con sensibilità e delicatezza.

Un avvocato è un buon psicologo anche nel momento in cui ha a che fare con i suoi avversari. Per ottenere l’adempimento dell’obbligazione si utilizzano delle espressioni per far leva sulla psiche dell’avversario.

Non si tratta di minacce, ma di piccoli escamotage ammessi dalla legge. Tuttavia, bisogna sempre tenere a mente che il confine con la minaccia è sottile.

Psicologia loves giurisprudenza (e viceversa)

La psicologia non può prescindere dalla giurisprudenza. Viceversa, la giurisprudenza non può esistere senza psicologia. La professione dell’avvocato si basa su alcuni principi che possono essere messi in pratica soltanto se si è anche dei buoni psicologi.

Secondo il Codice Deontologico Forense, l’avvocato deve seguire attentamente una serie di doveri, in particolar modo nel momento in cui si instaura un rapporto di assistenza con il cliente. I doveri si traducono in fedeltà, fiducia, lealtà, diligenza e correttezza.

Se uno di questi doveri viene meno, l’avvocato dovrà risponderne davanti al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, che deciderà la sanzione disciplinare più appropriata.

Fedeltà e fiducia

Tra tutti i doveri che sono stati menzionati, fedeltà e fiducia meritano particolare attenzione.

Secondo il Codice, il dovere di fedeltà richiede il fedele adempimento al mandato, svolgendo l’attività nel pieno interesse del cliente. Mentre nel caso del dovere di fiducia, il codice deontologico non lo definisce in maniera precisa: dobbiamo affidarci al vocabolario di italiano.

La fiducia è una valutazione positiva verso un’altra persona, che si traduce in atteggiamenti di sicurezza e stima. Quando una persona infonde fiducia suscita anche un senso di tranquillità – e capacità di risolvere determinate situazioni.

Quando un avvocato instaura un rapporto di fedeltà e fiducia con il proprio cliente, dimostra di essere all’altezza del mandato. La fiducia è propedeutica alla fedeltà, e l’una non può prescindere dall’altra.

Il metodo migliore per infondere fiducia nelle persone è essere il più trasparente possibile. Aggiungiamo anche un pizzico di ottimismo da infondere al cliente, ed il gioco è fatto!

Psicologia giuridica

La psicologia giuridica, ovvero la scienza che studia gli aspetti psicologici di coloro che si ritrovano coinvolti in un processo è tutta un’altra storia.

Di solito, si ricorre alla psicologia giuridica quando si richiede l’inabilitazione o l’interdizione di un soggetto riguardo le disposizioni patrimoniali. Oppure, quando si richiede una perizia tecnica in grado di stabilire la capacità di un soggetto in alcune circostanze.

Nel campo civile, la psicologia giuridica interviene quando si ha a che fare con i minori e quando si parla di danni morali. Il danno morale può essere spiegato soltanto se si riesce a focalizzare l’entità delle emozioni e dei sentimenti negativi che prova la vittima. Il risarcimento, infatti, dovrà essere proporzionale e legittimo all’offesa ricevuta.

Nel penale, invece, la psicologia giuridica ha maggior valenza. Può incidere molto sull’esito di una sentenza, poiché il riconoscimento di una malattia psichica può ribaltare la decisione finale.

Insomma, gli avvocati non sono soltanto esperti di diritto, ma sono anche inconsapevolmente psicologi.

E tu, che legame hai con la psicologia? Faccelo sapere nei commenti!

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Consigli per superare l’esame da avvocato

L’esame di abilitazione forense non è così semplice e scontato, ed è tutt’altro che una formalità. Migliaia di aspiranti avvocati ogni anno non superano l’esame e devono aspettare l’anno successivo per riprovarci.

Nonostante tutto, tantissimi candidati superano in maniera brillante l’esame. Ma come fanno?

Ecco alcuni consigli.

Il nuovo esame

L’esame per diventare avvocato tradizionalmente prevedeva tre prove scritte della durata di 8 ore. In caso di esito positivo, si procedeva con la prova orale.

Le tre prove scritte consistevano nella redazione di un parere in materia civile, in materia penale e di un atto giudiziario. Di quest’ultimo si poteva scegliere tra penale, civile e diritto amministrativo.

Tuttavia, la pandemia ha cambiato completamente le cose. Si è passati, infatti, al cosiddetto “orale rafforzato”. Le tre prove scritte sono state sostituite con un’unica prova orale che richiede la risoluzione di una questione pratica. Il candidato deve fornire una soluzione alla vicenda che gli viene sottoposta. In tal modo, dimostrerà padronanza delle nozioni di diritto sostanziale e di diritto processuale.

Avrà la possibilità di scegliere tra diritto penale, civile e amministrativo.

La prova dura un’ora: i primi 30 minuti potranno essere utilizzati per consultare i codici, i decreti, le leggi e per prendere appunti. Nella mezz’ora successiva si passerà alla discussione orale. Al termine della prova la commissione si ritirerà per decidere e comunicare l’esito dell’esame.

La seconda prova orale

Eccoci arrivati alla seconda prova orale, che si svolge a trenta giorni di distanza dalla prima e dura non più di un’ora e non meno di quarantacinque minuti. La prova consiste nella discussione di alcune questioni relative a cinque materie scelte dal candidato e nella dimostrazione della conoscenza dell’ordinamento forense e dei diritti e dei doveri dell’avvocato.

Si potrà scegliere tra le seguenti materie:

  • diritto penale o civile (deve essere diversa dalla materia scelta nella prima prova);
  • diritto processuale civile o penale;
  • tre materie tra: diritto civile, penale, amministrativo, costituzionale, commerciale, tributario, del lavoro, dell’UE, ecclesiastico e internazionale privato.

Se nella prova orale si è scelto il diritto amministrativo, la seconda prova avrà per oggetto:

  • diritto civile e penale;
  • una materia a scelta tra diritto processuale civile o penale;
  • due materie a scelta tra diritto amministrativo, costituzionale, tributario, commerciale, lavoro, UE, ecclesiastico e internazionale privato.

Per valutare la prova, ogni componente della sottocommissione d’esame ha a disposizione dieci punti per ogni materia. Saranno idonei i candidati che otterranno un punteggio complessivo non inferiore a 108 punti. In almeno cinque materie, il punteggio non deve essere inferiore a 18 punti.

Consigli utili

La preparazione all’esame non può essere improvvisata. Ha origine, infatti, già a partire dal periodo di pratica forense.

Bisognerebbe affrontare tale periodo di formazione in uno studio legale che permette di approfondire questioni giuridiche e redigere atti. La partecipazione attiva e consapevole permette l’acquisizione di moltissime conoscenze redazionali e giuridiche, anche in vista dell’esame di abilitazione.

Scegliere la materia della prima prova

La prima decisione da prendere è quella relativa alla materia della prima prova orale. I candidati, nel decidere dovranno tenere a mente che la materia che hanno scartato dovrà essere comunque affrontata nella seconda prova.

Alcuni aspiranti avvocati l’anno scorso hanno pensato di affrontare la materia che pensavano di conoscere meglio direttamente nella seconda prova. È una scelta comprensibile, ma parecchio rischiosa.

Superare il primo orale non richiedere soltanto la conoscenza delle nozioni a livello teorico. Si dovrà dimostrare anche di saper applicare le nozioni a livello pratico. Bisogna essere capaci di spiegare perché una misura cautelare applicata deve essere revocata e lo strumento processuale da utilizzare al fine di ottenere tale risultato.

Per questi motivi sarebbe meglio scegliere la materia nella quale si è svolta la pratica forense, la materia in cui ci si sente più sicuri. Nella prima prova, quindi, sarà decisivo dimostrare di conoscere la materia a livello pratico e teorico.

Il metodo di studio

Lo studio dovrà essere adatto al nuovo esame che sostituisce le tradizionali prove scritte. Non si potrà assolutamente prescindere dalla completa conoscenza della materia trattata. Gli istituti giuridici più importanti, infatti, dovranno essere assimilati dal punto di vista teorico.

Se la sensazione è quella di non essere abbastanza preparati bisognerà rispolverare i vecchi manuali dell’università. Se, invece, si parte di una buona base di preparazione, visto il poco tempo a disposizione si potranno utilizzare riassunti e compendi delle case editrici più importanti. Per esempio, i testi della Simone si rivelano particolarmente utili per assimilare e schematizzare la materia.

Bisognerà anche esercitarsi moltissimo nella risoluzione di casi pratici, andando a dare un’occhiata anche alle tracce dell’anno precedente dalle varie commissioni. Tenendo a mente che si avranno soltanto 30 minuti a disposizione per consultare i codici commentati, è bene conoscere i contrasti giurisprudenziali più importanti. Così il candidato saprà dove “andare a pescare”!

Come gestire il tempo

Sarà indispensabile riuscire a trovare la soluzione nella prima mezz’ora dedicata alla consultazione dei testi e dei codici. Gli istituti giuridici della materia scelta e i relativi contrasti giurisprudenziali dovranno essere ben chiari.

Detto ciò, i primi dieci minuti potrebbero essere utilizzati per un’attenta lettura della traccia. Mai avere troppa fretta: una sola parola potrebbe fare la differenza! Bisognerà individuare le parole chiave, gli articoli del codice da consultare e gli istituti giuridici sottesi.

Poi, è consigliato stilare una scaletta della discussione. La cosa fondamentale sarà mantenere il sangue freddo: 30 minuti sono un tempo breve, ma sufficiente se ben speso.

I commissari, poi, apprezzeranno molto (oltre alla corretta risoluzione del caso, ovviamente) anche l’utilizzo di un linguaggio giuridico e la linearità del discorso.

Meno pratica e più teoria

Con la seconda prova orale, invece, l’approccio sarò meno pratico e più teorico, come per gli esami universitari. Sarebbe meglio non esagerare nel voler impressionare con la scelta delle materie: le pagine da studiare sono molte e il tempo poco.

Per le materie più “piccole” ci si potrà affidare ai compendi, sintetici rispetto ai manuali, ma ugualmente completi.

Un ultimo consiglio

Non dimenticate mai di godervi un po’ di tempo libero! Saranno dei mesi veramente duri, quindi una cena tra amici o una semplice passeggiata vi aiuteranno a recuperare le forze e ad essere più sereni nel vostro importante percorso.

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Il GDPR, il Garante per la protezione dei dati personali, dopo il grande numero di attacchi informatici del 2021 ha sollecitato imprese e pubbliche amministrazioni ad investire di più sulla propria sicurezza. Inoltre, ha fornito anche indicazioni su come difendersi dai ransomware, ovvero quei software che sequestrano i dati di persone e aziende, minacciando di “liberarli” soltanto dopo il pagamento di una grossa somma di denaro.

Decisamente significativo anche il numero dei data breach avvenuti lo scorso anno, notificati al Garante da parte di soggetti privati e pubblici. Si è arrivati a 2071 casi, con un aumento del 50% rispetto all’anno precedente. Gli interventi delle autorità hanno riguardato anche piattaforme social importanti, come Facebook e LinkedIn.

Che cos’è un data breach

Un data breach è una violazione della sicurezza che determina la distruzione, la modifica, la perdita, oppure la divulgazione senza autorizzazione di dati personali. Tale violazione compromette la riservatezza, la disponibilità o l’integrità dei dati.

Esempi di data breach: acquisizione o accesso ai dati da parte di persone non autorizzate; impossibilità di accedere a dati personali a causa di virus o malware.

Secondo l’art. 4 del Regolamento UE 16/679, un data breach corrisponde a «ogni violazione della sicurezza che comporta accidentalmente o in modo illecito la distruzione, la perdita, la modifica, la divulgazione non autorizzata o l’accesso ai dati personali trasmessi, conservati o comunque trattati».

Secondo il GDPR, i responsabili del Trattamento dei dati devono obbligatoriamente comunicare al Garante nel più breve tempo possibile ogni eventuale violazione avvenuta per mezzo di attacchi informatici, calamità naturali, accessi abusivi o incidenti. In tutti quei casi in cui esista un rischio elevato per le libertà e i diritti delle persone fisiche, il titolare del Trattamento deve notificare anche l’utente a cui si riferiscono i dati, per permettergli di adottare le dovute precauzioni.

Il lockdown ha aumentato gli attacchi informatici

Il Presidente del GDPR, Pasquale Stanzione, conferma che «proprio durante il lockdown si è registrato un incremento significativo degli attacchi informatici ai danni di enti pubblici, di catene di approvvigionamento e di reti sanitarie, secondo una tendenza che si sarebbe inevitabilmente amplificata con il conflitto russo-ucraino».

Continua: «Secondo le stime del World Economic Forum, nello scorso anno si sarebbe registrato un aumento del 151% degli attacchi ransomware. Cifra tutt’altro che marginale se si considera che ciascun incidente può determinare una perdita aziendale quantificabile addirittura, secondo il Ponemon Institute, in 4,24 milioni di dollari».

La minaccia riguarda le vite di tutti noi. «La più accentuata esposizione online delle nostre vite ha mutato, parallelamente, la stessa generale percezione della vulnerabilità informatica. Secondo uno studio del Censis, il 56,6% degli italiani teme, oggi, di subire violazioni della propria sicurezza informatica più del libero accesso alla rete da parte dei minori (34,7%), della dipendenza dal web (23,7%) e di essere vittima di hater (22%)».

L’equilibrio tra la riservatezza dei contribuenti e la lotta agli illeciti

«Un altro contesto sul quale la consultazione del Garante è stata intensa è quello fiscale, interessato ora peraltro da una delega legislativa che, nel suo sviluppo, dovrà delineare quel congruo equilibrio tra esigenze di contrasto degli illeciti e riservatezza dei contribuenti, cui alludevamo in audizione sulle politiche fiscali».

Le indicazioni del Garante, che hanno lo scopo di migliorare l’esattezza e la qualità dei dati trattati contribuiranno «ad assicurare una più corretta rappresentazione della capacità contributiva degli interessati, migliorando complessivamente l’efficacia dell’analisi del rischio fiscale su cui si fonda buona parte delle politiche di contrasto in materia».

Chiarisce il Presidente che, nello sviluppo della delega, bisognerà considerare la necessità acquisire dati in maggior quantità, ma soprattutto di miglior qualità. In questo modo, l’interoperabilità offrirà un contributo effettivo all’efficienza e alla semplificazione dell’azione amministrativa, «come si è del resto avuto modo di chiarire in relazione alla Piattaforma Digitale Nazionale Dati ma anche alla complessiva materia della sanità digitale».

La gamma dei dossier

Il 2021 ha visto molti interventi nei confronti di questioni legate alla tutela dei diritti fondamentali delle persone nell’ambito del digitale. In particolar modo, si è parlato molto delle implicazioni etiche della tecnologica, di grandi piattaforme, dell’economia fondata sui dati, sui big data, sull’intelligenza artificiale, sui sistemi di riconoscimento facciale, sulla monetizzazione delle informazioni personali e sul Revenge porn.

Nel corso dello scorso anno sono stati adottati 448 provvedimenti collegiali, più del 56% rispetto al 2020. L’Autorità ha fornito riscontro a più di 9000 segnalazioni e reclami che riguardavano le reti telematiche e il marketing, i dati delle pubbliche amministrazioni, la sicurezza informatica, il lavoro e il settore bancario.

Sono stati riscossi circa 13 milioni e 500 mila euro di sanzioni. L’attività di relazione con il pubblico ha fornito riscontro a più di 18.700 quesiti nei confronti del telemarketing indesiderato, dell’applicazione del regolamento UE, dell’attività dei Responsabili di trattamento e del rapporto di lavoro privato o pubblico.

Sono stati 5 milioni e 800 mila gli accessi al sito Web dell’Autorità. L’attività del Garante a livello internazionale non è stata meno rilevante, grazie alle 281 riunioni che si sono svolte virtualmente.

Tutela dei minori

L’anno scorso, riguardo la tutela online dei minori, si è proseguito con la vigilanza sull’età di iscrizione degli utenti ai social. È stato imposto a TikTok di promuovere misure per tenere al di fuori della piattaforma gli utenti troppo giovani, rimuovendo tantissimi account di persone iscritte al di sotto dei tredici anni.

Riconoscimento facciale e dati biometrici

È stata posta una particolare attenzione all’utilizzo dei dati biometrici e al riconoscimento facciale. L’Autorità ha sanzionato Clearview, una società specializzata nel riconoscimento facciale, per 20 milioni di euro. Alla società è stato vietato l’utilizzo dei dati biometrici e il monitoraggio degli italiani.

L’Autorità, nei confronti dell’utilizzo dei sistemi di riconoscimento facciale per la sicurezza pubblica, si è opposta all’utilizzo del sistema Sari Real Time, privo delle garanzie che tutelano la libertà delle persone. Inoltre, ha autorizzato l’utilizzo delle body cam per le Forze di Polizia (senza uso dei dati biometrici).

Telemarketing aggressivo

Il Garante, in materia di tutela dei consumatori, è intervenuto nei confronti del telemarketing aggressivo. Sono state applicate sanzioni (complessivamente 38 milioni di euro) principalmente per l’utilizzo senza consenso dei dati degli abbonati. Le attività di accertamento hanno fatto emergere un micromondo di sub-fornitori, che spesso operano illegittimamente.

Cyberbullismo e Revenge Porn

Il legislatore lo scorso anno ha assegnato al Garante il dovere di intervenire anche preventivamente al fine di contrastare il revenge porn. In tal modo si aiutano le persone che hanno paura che vengano diffuse foto o video intimi senza il loro consenso e si legittimano anche gli ultraquattordicenni a presentare istanza al Garante.

Per le vittime del cyberbullismo l’Autorità ha assicurato delle procedure di intervento (basandosi sulla legge 71/2017) e continuerà a sensibilizzare e a contrastare il fenomeno.

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L’esenzione dall’IRAP

Grazie alla Legge di Bilancio 2022, il Governo ha deciso di eliminare l’IRAP, l’imposta regionale sulle attività produttive. La platea dei beneficiari dell’abolizione dell’IRAP è rappresentata soltanto dai titolari di partita IVA individuale, che hanno un volume d’affari annuo contenuto.

L’esenzione dell’imposta è previsa dal comma 8 della Legge 234/2021. Dunque, è limitata a quei contribuenti che svolgono attività singolarmente, e non in forma collettiva.

Attività in forma societaria o associata

Prosegue dunque l’assoggettamento ad imposta regionale per tutti quei professionisti che svolgono la loro attività in forma societaria o associata. Per quanto riguarda le libere professioni, restano soggetti IRAP gli studi associati, le STP (società di persone e capitali) e le STA di Avvocati.

La decisione di eliminare l’IRAP dal 2022 ha lo scopo di ridurre la pressione fiscale per i contribuenti che sono soggetti a tale imposta. L’IRAP grava con un’aliquota proporzionale, che varia a seconda della regione, e si applica al valore della produzione generale. In particolare, incide molto sul costo del lavoro subordinato a termine, sugli oneri finanziari e sul lavoro parasubordinato.

Inoltre, la cancellazione dell’IRAP, seppur finalizzata alla diminuzione del gravoso contenzioso che da anni caratterizza la giurisprudenza, con pronunce alle volte discutibili e al limite della ragionevolezza per quanto riguarda il concetto di “autonoma organizzazione”, non ha efficacia retroattiva.

Estensione ai contenziosi in corso

L’impossibilità di estensione ai contenziosi in corso è stata negata espressamente dal Ministero dell’Economia, con la risposta al question time 5-00710 in Commissione Finanze alla Camera.

Quindi, per le persone che hanno un esercizio che coincide con l’anno solare, la cancellazione decorre dal 1° gennaio 2022. Prima del 31 dicembre 2021, soltanto i professionisti che non dovevano versare il tributo (coloro che si trovavano in regime di vantaggio o forfettario), per legge restano indenni dal prelievo.

I professionisti senza regime agevolati, seppur privi di organizzazione autonoma, restano soggetti al prelievo. Prosegue quindi l’attività di riscossione per coloro che si sono visti accertare l’organizzazione autonoma dall’Amministrazione.

La conseguenza della modifica legislativa è che, sino al termine del periodo di imposta del 2021, l’esclusione dall’IRAP degli esercenti lavoratori autonomi resta condizionata alla prova dell’assenza di un’attività autonomamente organizzata, tipica di contesti non imprenditoriali.

Obiettiva disparità di trattamento

La norma non comporta alcuna estinzione dei contenziosi a favore del contribuente e non ha efficacia retroattiva. Quindi, fino al periodo di imposta 2021 considera possibile l’esclusione del versamento dell’imposta soltanto dove subordinato all’assenza di organizzazione autonoma.

Con il question time 5-00710 si è osservato che tale disposizione crea un’obiettiva disparità di trattamento. Anche se esentato dall’IRAP dal 2022, il professionista deve proseguire nei giudizi, continuando a coltivare un’onerosa difesa tributaria per potersi far riconoscere il diritto anche negli anni precedenti.

Per coloro che si vedono l’imposta abrogata per legge, tale abolizione significa redigere e inviare il modello IRAP 2022 relativo al 2021. Inoltre, si deve effettuare il saldo dell’imposta nelle normali scadenze di legge (30 giugno o 22 agosto ma con maggiorazione dello 0,40%). Non servirà versare gli acconti relativi al periodo d’imposta di quest’anno.

L’abolizione dell’IRAP si applica soltanto a chi esercita attività individuale

L’abolizione dell’IRAP si applica soltanto a chi esercita l’attività in maniera individuale, anche se vengono condivisi degli spazi comuni insieme ad altri professionisti. Restano estranei al prelievo le persone che si limitano al mero riaddebito dei consumi e delle spese comuni per lo studio professionale condiviso.

Per fruire dell’esclusione dell’imposta regionale, nel caso di esercizio associato dell’attività professionale forense si possono adottare delle strategie di uscita dell’imponibilità IRAP sciogliendo le strutture collettive attuali e proseguendo l’attività individualmente. L’exit strategy è diretta conseguenza della mancanza di definizione di autonoma organizzazione. Com’è noto, negli anni, ha generato negli ultimi anni molti dubbi a causa di una visione non univoca.

Per concludere, soltanto l’attività esercitata dalle società e dagli enti, secondo l’articolo 2 del Dlgs 446/1997, costituisce presupposto di applicazione dell’IRAP.

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Il Garante per la Privacy italiano si è espresso dichiarando l’irregolarità del trattamento di Google Analytics. Il comunicato stampa è arrivato in tutti i social, e la sensazione era di un divieto assoluto di tale strumento.

Ma le cose non sono proprio come sembrano. Il provvedimento non vieta completamente il trasferimento dei dati: lo ha semplicemente sospeso. Il titolare del trattamento ha 90 giorni di tempo per trovare dei meccanismi diversi rispetto a quelli attuali. Chiaramente, devono essere meccanismi idonei a proteggere i dati dei diretti interessati.

Hanno 90 giorni di tempo, dunque, anche tutte le società che si trovano nella stessa situazione

Che cos’è successo

Nell’estate del 2020 è stato presentato un reclamo al Garante Privacy per segnalare che una società aveva intenzione di trasferire a Google LLC (America) alcuni dati personali che la riguardavano. Il tutto in assenza delle garanzie del capo V del GDPR, dove si evidenziano tutte le condizioni che rendono legittimo il trasferimento dei dati nei paesi extra UE.

La società è stata invitata a fornire riscontro, ed effettivamente la sua controparte contrattuale era Google LLC.  Successivamente, quest’ultima è stata sostituita da Google Ireland che continuava ad esportare i dati in America con Google LCC come subresponsabile del trattamento.

La nomina a Google come Responsabile del Trattamento (ex art. 28 GDPR) era stata stipulata con le clausole contrattuali standard. Era stata utilizzata l’anonimizzazione dell’indirizzo IP, la cifratura dei dati e non era stata utilizzata la condivisione dei dati. Dunque, sembrava fosse stato fatto tutto il possibile per rispettare e garantire i diritti degli interessati.

Il Garante, però, ha stabilito che tutto ciò non era comunque sufficiente poiché la pseudonimizzazione e la crittografia potevano essere sottoposte ad un procedimento differente, consentendo a Google di avere accesso ai dati degli utenti. Le clausole contrattuali standard non erano dunque sufficienti per impedire l’accesso degli USA ai dati.

Problema

La legislazione americana permette alle Autorità di accedere ai dati USA, ma non garantisce dei mezzi di ricorso o garanzie per gli interessati. Per questo motivo si è arrivati alla sentenza Schrems II e all’invalidazione del Privacy Shield (l’accordo tra USA ed EU per riconoscere degli standard di protezione equivalenti a quelli europei).

Per questo motivo, il Comitato europeo per la Protezione dei Dati (EDPB) aveva emanato delle clausole contrattuali standard da utilizzare nei trasferimenti extra-UE privi di decisione di adeguatezza.

Nessun divieto di trasferimento, solo sospensione

Il Garante, ricordando come tutte le clausole siano valide ed efficaci, ha stabilito che il titolare ha il dovere di verificare se siano sufficienti o meno i meccanismi di protezione. Da qui la decisione di non vietare completamente il trasferimento, ma soltanto di sospenderlo mentre si attende che il titolare stabilisca i sistemi aggiuntivi per tutelare gli interessati.

Non è compito del Garante, tuttavia, procedere a tale valutazione di adeguatezza. La responsabilità è soltanto del titolare del trattamento.

Possibili soluzioni

Le soluzioni ci sono. A livello normativo, possiamo trarre alcuni spunti dal titolo V del GDPR.

  • L’uso di norme vincolanti d’impresa: il trasferimento extra-UE, se non sono presenti decisioni di adeguatezza o autorizzazione del Garante, è reso possibile dall’adesione a meccanismi di certificazione o codici di condotta. Possibile, inoltre, l’utilizzo di clausole contrattuali standard;
  • clausole contrattuali ad hoc: possono essere utilizzate delle clausole contrattuali, previa autorizzazione del Garante. Se approvate, il titolare dovrà essere certo che siano efficaci;
  • deroghe stabilite dall’articolo 39: secondo il GDPR, in assenza di presupposti il trasferimento può essere effettuato basandosi su deroghe stabilite dall’articolo 49, come il consenso dell’interessato, il legittimo interesse del titolare o l’esecuzione del contratto. Chiaramente, l’opzione più semplice è il consenso dell’interessato. Se l’interessato è stato adeguatamente informato dei rischi del trasferimento e decide di prestare il suo consenso, ciò sarà sufficiente a permettere il trasferimento Extra UE. Anche nel caso in cui nel Paese di destinazione non ci sia nessuna garanzia.

Google Analytics 4: è uno strumento utile?

Google Analytics 4 ha una serie di parametri che consentono la gestione dei dati personali degli utenti. Si parte dal fatto che non viene gestito l’indirizzo IP: la gestione dei dati degli utenti è dotata di un proxy, ovvero un server di Google situato in Europa che non è controllato da Google LLC.

Secondo il colosso statunitense, con Google Analytics 4 non ci sono problemi di conformità al GDPR. I server utilizzati, essendo situati in Europa, lasciano la gestione dei dati alle norme europee.

Questa risposta, per le aziende è molto rassicurante, ma secondo Pietro Biase, attivista ed informatico di Monitora PA, non dovremmo fidarci nemmeno di Google Analytics 4. La legislazione americana impone a Google (così come a Microsoft e a Meta) di inviare i dati raccolti alle autorità che lo richiedono, anche se si trovano fuori dal territorio statunitense.

Dunque, anche se il titolo del trattamento di Google Analytics 4 ha i suoi server nel territorio europeo, i dati vengono forniti comunque a CIA e NSA.

Sì, ma alla fine cosa devono fare le aziende?

Potrebbero esserci tre vie possibili.

Si potrebbe decidere di non correre alcun rischio rimuovendo Google Analytics, magari sostituendolo con altri servizi analoghi (come Matomo, Piwik, Open Web Analytics e Plausible) che permettono di avere un controllo maggiore sui dati, che restano all’interno dell’UE;

Oppure, si potrebbe continuare ad utilizzare Google Analytics, ma adottando delle soluzioni. Scegliere la soluzione più adeguata, ovviamente, dipende da come viene utilizzato Google Analytics nella propria organizzazione. Le organizzazioni che non utilizzano il servizio in maniera intensiva potrebbero valutare l’adozione di un servizio alternativo. In caso contrario, si dovrebbero individuare delle soluzioni tecniche adeguate per continuare ad utilizzare il servizio in maniera sicura.

La terza via, invece, è quella dell’attesa. Oltre alle questioni di diritto, infatti, ci sono quelle pratiche. La vicenda è talmente complessa e legata alla geopolitica che risulta improbabile che il Garante intervenga a breve. Sicuramente non lo farà prima di settembre, dato che ha 90 giorni di tempo per valutare la questione e i singoli casi.

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