password

Avvocato, la tua password è veramente sicura?

Ah, le password! Una croce per gli utenti e una delizia per gli amministratori. Le varie politiche di sicurezza prevedono che le password debbano essere cambiate spesso, per renderne più complicata l’identificazione.

Per gli utenti, però, risulta sempre più difficile memorizzare e creare password inviolabili. Come creare una password veramente sicura, quindi?

Definizione di password

Una password, ovvero una “parola che abilita l’accesso”, è un insieme di lettere e di numeri che consente di accedere a pagine online riservate. Per ogni nome utente univoco (username, email, ID) viene associata una password che costituisce un codice identificativo segreto.

Requisiti di una password sicura

Una password sicura ha minimo 8 caratteri, che possono ovviamente essere aumentati a piacimento, sino ad un massimo di 30 caratteri. Se non hai idee sulle password da utilizzare, puoi ricorrere ai generatori di password casuali che trovi online, per esempio:

RoboForm

LastPass

Avast

Dashlane

1password

Il trucco, in realtà, è quello di personalizzare la password attraverso delle brevi frasi da sublimare in un gioco di acronimi. In questo modo, un utente può avere una password efficace e semplice da ricordare, ma differente per ogni sito.

Tutto questo è sinonimo di sicurezza perfetta? Ovviamente no! Ma siamo in un campo molto più sicuro rispetto a password come 123456. Quest’ultima, con la sua versione inversa, viene utilizzata in massa dalle aziende per proteggere i propri sistemi. Assurdo, vero?

In generale, una password sicura dovrebbe rispettare i seguenti parametri:

  • avere non meno di 8 caratteri, meglio se intorno ai 15;
  • contenere lettere maiuscole e minuscole;
  • contenere numeri e caratteri speciali, ovvero segni di punteggiatura, parentesi, chiocciola e altri simboli simili;
  • non contenere informazioni personali.

Astuzia e strategia per una password infallibile

Ma come creare una password sicura e inviolabile? Con un po’ di astuzia e molta strategia!

Una password è sicura quanto più è imprevedibile. E, senti un po’ qua: una password imprevedibile potrebbe anche essere molto semplice da memorizzare e ricordare! L’ideale sarebbe provare delle parole chiave che combinano lettere maiuscole, minuscole, numeri e caratteri speciali.

Ecco alcune strategie utili:

Creare acronimi di frasi rappresentative

Per esempio: Io mi chiamo Alvise e ho 3 figli diventa ImcAlh3F.

Costruzione di una stringa

Password difficili ma con un maggior grado di sicurezza sono collegate alla costruzione di una stringa: Homangiato1pizzaSabatoeDomenica diventa Hm1pSeD. Questa tipologia di password si chiama passphrase ed è molto semplice da digitare. È imprevedibile, e per gli esperti di sicurezza è quella più complessa.

Tecnica del padding

Un terzo esempio è l’utilizzo di parole preferenziali, integrate nella tecnica del padding. In altre parole si andrà a farcire la frase chiave con altre parole, che creano una password imprevedibile come: Pastacon2Olive, PizzaMeglio6fette.

Immaginare una frase corta

Una frase corta è molto più semplice da ricordare. Ma le minacce aumentano ogni giorno di più. Dunque, sarebbe meglio introdurre una maggior complessità: se ieri era considerata sicura una password di 8 caratteri, oggi lo è una con più di 9 caratteri.

Gli esperti consigliano già di ragionare nell’ordine di 13 caratteri, se non di più. Basterà aggiungere alla frase corta un pizzico di complessità per ottenere una password difficile da intercettare.

Creare nomi utenti difficili da indovinare

Un ulteriore suggerimento è quello di creare un nome utente unico nel suo genere. È vero che molti siti richiedono l’indirizzo mail come nome utente, ma alcune istituzioni finanziare permettono di creare nomi utenti particolari.

Mettere l’indirizzo di posta elettronica come nome utente per ogni sito, significa compromettere in partenza l’informazione. L’hacker, infatti, potrebbe rintracciare gli altri siti dove un utente utilizza lo stesso username.

Complessità e imprevedibilità

Un grosso errore che continua a commettere il settore della sicurezza informatica è spingere gli utenti a creare delle password estremamente complesse, ma senza spiegarne i motivi.

È vero che una password semplice si riesce a ricordare meglio, ma se è troppo corta e viene utilizzata su tutti i siti viene messa a rischio la sicurezza. Ovviamente la pericolosità aumenta se parliamo di password collegate ai siti di e-commerce e internet banking.

L’argomento delle password complesse è soggetto a molti fraintendimenti all’interno dello stesso settore IT, ed è anche la causa di molti dei problemi che oggi associamo alla gestione delle password. Troppo spesso, infatti, una password complessa diventa una password impossibile da ricordare.

Ma la complessità è soltanto una piccola parte di questa equazione. Prima di ogni cosa, dobbiamo affidarci all’imprevedibilità.

123456

Chiediamo ad un qualsiasi professionista della sicurezza IT se sa cosa sono e come funzionano le password. La maggior parte di loro risponderà in maniera positiva. Ma perché la violazione delle password continua ad essere un evento così diffuso? Perché gli utenti mettono così poco ingegno nello scegliere le password?

Per vizio di forma! Nel 2016 la password più utilizzata è stata 123456. Al secondo posto troviamo password e al terzo 12345678.

Un altro errore diffuso è l’utilizzo della stessa parola ripetuta al contrario: dieciiceid. Gli esperti hanno notato che anche questa è una formula parecchio utilizzata per creare delle password, anche se in realtà è una delle più semplici da individuare.

Per creare delle password sicure bisognerebbe aumentare la casualità nella relazione tra le parole, in modo tale che riuscire a decifrare una sequenza di parole diventi estremamente complesso anche per l’hacker più bravo del mondo.

Password internazionali

A livello internazionale, le password preferite sono: iloveyou, letmein, abc123, e principessa.

Queste scelte implicano un’urgente necessità di cambiare repentinamente atteggiamento mentale, anche e soprattutto al fine di scoraggiare i cybercriminali che in questo modo sono facilitati nel loro intento.

Come rubare una password

Ma come fanno gli hacker a rubare le nostre password?

  • Social engineering – si tratta di una figura che sfrutta i siti, come i social network o i luoghi di interazione online dove riescono a parlare direttamente con la vittima o a studiarne attentamente il profilo. Si individuano i dettagli fondamentali in grado di rivelare una password, come i nomi dei figli, date e luoghi di nascita, ecc;
  • Brute force attack – ovvero l’esecuzione di un programma che in pochissimo tempo effettua un numero elevato di combinazioni di password, con l’obiettivo di individuare quella esatta.

Consigli utili

Per evitare che un malintenzionato rubi la nostra password basta seguire i seguenti consigli:

  • Evitare password che hanno dati personali, che possono essere rintracciati online o nei social;
  • Evitare di inserire i dati che riguardano le password su siti e dei social;
  • Creare delle password complesse, con numeri, lettere e caratteri speciali;
  • Non ripetere sempre la stessa password su tutti i siti;
  • Inserire dei blocchi che impediscono l’accesso quando la password viene sbagliata per più volte.

Ma soprattutto, evitiamo di scegliere 123456 come password!

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Per i ventenni di oggi è meglio essere disoccupati che infelici

Avvocato, sai prevenire il burn-out?

Siamo arrivati a Lecce!

Eccoci qui, durante i preparativi del nostro stand al XXXV Congresso Nazionale Forense:

Ovviamente abbiamo deciso di sfruttare l’occasione per visitare questa città meravigliosa:

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Conferenza stampa di presentazione del XXXV Congresso Nazionale Forense

XXXV Congresso Nazionale Forense – La professione forense al centro del cambiamento

 

Conferenza stampa di presentazione del XXXV Congresso Nazionale Forense

INVITO GIUSTIZIA, 5 OTTOBRE A LECCE CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL XXXV CONGRESSO NAZIONALE FORENSE (6-7-8 OTTOBRE)

Mercoledì 5 ottobre, alle ore 12 presso Palazzo Michele De PietroOrdine degli Avvocati di Lecce, in Via Umberto I, n.31, si terrà la conferenza stampa di presentazione del XXXV Congresso Nazionale Forense in programma a Lecce, dal 6 all’8 ottobre.

Si discuterà su:

  • Un nuovo ordinamento per un’Avvocatura protagonista della tutela dei diritti nel tempo dei cambiamenti globali;
  • L’attuazione delle riforme e gli effetti, anche economici, sull’esercizio della professione;
  • Il ruolo e le nuove competenze degli avvocati nell’automazione dell’organizzazione e della decisione giudiziaria.

Illustreranno i temi del Congresso e il programma: Avv. Maria Masi, Presidente del CNF; Avv Giuseppe Gaetano Iacona, tesoriere del CNF; Avv. Sergio Paparo, coordinatore dell’OCF; Avv. Tommaso De Mauro, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Lecce.

Sarà presente anche il sindaco di Lecce, Carlo Maria Salvemini.

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XXXV Congresso Nazionale Forense – La professione forense al centro del cambiamento

Avvocato, sai prevenire il burn-out?

gen z job

Per i ventenni di oggi è meglio essere disoccupati che infelici

I ventenni della generazione Z (1997-2012) mettono la ricerca del benessere davanti al lavoro. Sono sempre più richiesti dal mercato, ma sempre meno disposti a sottostare alle condizioni insoddisfacenti che potrebbero incontrare nel mondo del lavoro. Vediamo insieme come la Gen Z sta cambiando le cose

L’approccio dei ventenni di oggi nei confronti del mondo del lavoro potrebbe sembrare poco ambizioso e legato ad una visione del mondo che mette la felicità e il benessere sopra di tutto. Meglio disoccupati, dunque, che infelici.

Tutto ciò di fronte ad una sempre maggior richiesta da parte del mercato, che li ricerca ardentemente per mettere a frutto i loro naturali talenti digitali. Un disequilibrio tra domanda ed offerta destinato ad aumentare nei prossimi anni. Infatti, il mondo del lavoro ha bisogno di competenze collegate al digital e alle nuove tecnologie, nonostante il minor desiderio da parte dei giovani di soddisfare tale richiesta.

Chi sono i giovani della Gen Z

La Gen Z include tutte le persone nate dopo il 1997 fino al 2012 – anche se in realtà non esiste una formula universale in grado di definire le diverse generazioni.

A prescindere da tutto, possiamo affermare che l’aspetto centrale che caratterizza la Gen Z è l’utilizzo della tecnologia, in particolare dei social media. Sono chiamati, non a caso, “nativi digitali”.

Figli della Generazione X (1965-1980), andranno a costituire una parte importantissima della forza lavoro degli anni a venire. Le aziende dovranno inevitabilmente rivedere le loro strategie di recruiting, per adattarle il più possibile alle necessità dei giovani d’oggi.

La Gen Z, rispetto alle generazioni precedenti, è particolarmente attenta al peso che danno i datori di lavoro all’inclusione e all’uguaglianza. Sono persone caratterizzate da un fortissimo impulso di lottare per i diritti di tutti.

I giovani sono senza ombra di dubbio molto più aperti e flessibili a livello mentale, privi, dunque, da qualsiasi categorizzazione. Di conseguenza si aspettano che l’azienda in cui lavorano o lavoreranno rispecchi questa mentalità.

Il mondo del lavoro ha bisogno della Gen Z

Secondo le stime del “Rapporto sulle previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine”, tra il 2022 e il 2026 è previsto un fabbisogno totale compreso tra 4,1 e 4,4 milioni di lavoratori.

Il rapporto afferma che le «professioni specialistiche e tecniche, con un fabbisogno intorno a 1,6 milioni di occupati nel quinquennio, rappresenteranno quasi il 41% del totale del fabbisogno occupazionale, confermandosi in crescita rispetto alle stime precedenti».

Al tempo stesso, saranno richieste sempre di più competenze green collegate ai processi di transizione verde e digitale. Secondo il rapporto: «Nei prossimi 5 anni le imprese e il comparto pubblico richiederanno il possesso di attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale a 2,4 milioni di occupati e per il 60% di questi tale competenza sarà richiesta di livello elevato».

Vecchie e nuove professioni

Dopo queste premesse, non è complicato capire perché le attività lavorative del futuro richiederanno molte competenze a livello di interpretazione dei dati e nei processi di analisi. Parliamo di specializzazioni matematiche, informatiche e collegate all’industria 4.0.

Bisognerà comprendere anche come le vecchie professioni, conosciute e sperimentate (SEO, tecniche di comunicazione, sviluppatore software) si affiancheranno alla richiesta delle nuove figure, ad oggi ancora sconosciute (manager di avatar virtuali, e-commerce manager, growth hacker).

Chi meglio della Gen Z potrebbe interpretare al meglio queste professioni? Eppure mancano all’appello più di 38mila giovani per ogni anno di previsione. Cosa non li convince a buttarsi nella mischia?

La felicità prima di tutto

Secondo uno studio di Randstad del 2022, effettuato su un campione di 35mila persone con età tra i 18 e i 67 anni, emerge una realtà completamente diversa rispetto a quella a cui siamo stati abituati. Chi fa parte della generazione X, ad esempio, è cresciuto nell’ottica di far coincidere il lavoro con il sacrificio.

Secondo questo rapporto, Gen Z e Millennials (1981-1996) mettono al primo posto la felicità. Il 56% degli intervistati ha affermato che lascerebbe il lavoro se ostacolasse il loro «godersi la vita».

La ricerca della felicità e del benessere è stata sicuramente accentuata dalla pandemia e ora dalla guerra in Ucraina. Ma questo obiettivo, per i più giovani, si traduce anche nel desiderio di stabilire un dialogo e unaffinità con il proprio datore di lavoro, anche per quanto riguarda i valori sociali delle cause sostenute.

In particolar modo, il 43% degli intervistati afferma di essere disposto a rifiutare un lavoro se si ritrova davanti ad una mancanza di volontà di rendere l’ambiente lavorativo più inclusivo.

Meglio disoccupati che con un lavoro che non li fa stare bene.

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XXXV Congresso Nazionale Forense – La professione forense al centro del cambiamento

Lecce, 6-7-8 ottobre 2022

 

Manca poco al XXXV Congresso Nazionale Forense di Lecce, che si terrà dal 6 all’8 ottobre e che ospiterà 675 delegati e 800 congressisti da tutta Italia. Un’occasione importante, a pochi giorni dalle elezioni politiche e a cavallo tra una legislatura e l’altra.

Ecco le parole di Maria Masi, presidente del CNF: «Un cambiamento iniziato da tempo e che oggi è particolarmente visibile nei suoi effetti, a partire dalle riforme approvate e che si accingono ad essere approvate». Un cambiamento anche per l’avvocatura, «sia rispetto al nostro ruolo all’interno del processo, che gli ultimi interventi tendono a limitare, sia fuori dal processo».

Spiega Masi: «C’è un ulteriore aspetto non trascurabile rispetto alla figura dell’avvocato, che può contribuire a una funzione più ampia di quella giurisdizionale».

Durante il Congresso ci saranno tavole rotonde e sessioni di lavoro che riguarderanno diversi temi, per poi finire con la votazione delle mozioni congressuali e con la proclamazione dei componenti dell’Organismo Congressuale Forense.

Di seguito i temi oggetto di discussione:

 

  • Un nuovo ordinamento per un’Avvocatura protagonista della tutela dei diritti nel tempo dei cambiamenti globali;
  • L’attuazione delle riforme e gli effetti, anche economici, sull’esercizio della professione;
  • Giustizia predittiva e salvaguardia del “giusto processo”. Intelligenza artificiale: il ruolo e le nuove competenze degli avvocati nella tendenziale automazione nell’organizzazione e nella decisione giudiziaria.
  • Revisione del regolamento – statuto congressuale approvato nel corso del XXXIII Congresso Nazionale Forense di Rimini e successivamente modificato nel corso del XXXIV Congresso Nazionale Forense di Catania.

Insomma, un tema «ampio, che ha l’ambizione di declinare aspetti che non sono più differibili. Il Congresso prima di tutto è un’occasione di condivisione e riflessione, ancor prima che di discussione».

È un congresso vivo, dove bisogna esercitare l’ascolto e la capacità di sintesi. «La professione oggi è composta da donne e uomini in egual misura, e crescono i giovani e gli under 50. Chi ha la responsabilità di guidare l’avvocatura ha quindi anche un compito delicato: indirizzare la professione, anche scegliendo percorsi paralleli alla giurisdizione ordinaria in cui la nostra competenza può essere messa a disposizione».

Continua: «Da qui l’importanza della riflessione: dobbiamo aver chiara la nostra identità, quali sono i principi inderogabili ma anche gli ambiti che possono essere percorsi. In questo senso anche le nuove tecnologie e l’Intelligenza Artificiale possono essere un’opportunità che non possiamo più ignorare o trascurare».

Interviene anche il tesoriere del Cnf, Gaetano Iacona: «Se la giustizia funziona, funziona il paese. E purtroppo sappiamo che la giustizia non funziona bene. Senza interventi strutturali e aumento di personale, non avremo risultati».

Ripercorre la storia del Congresso Sergio Paparo, coordinatore dell’Organismo Congressuale Forense. «Nasce nel 1947 a Firenze, grazie al presidente del Cnf Piero Calamandrei, che manifestava la legittima pretesa dell’Avvocatura di contribuire alla ricostruzione della società e dell’ordinamento giuridico».

Paparo sottolinea come questo Congresso assegni «all’avvocatura la responsabilità di aprire un’interlocuzione, una piattaforma rivendicativa su punti importanti che non riguardano soltanto la professione ma la società».

«L’idea che la politica avrà della società passa anche dall’organizzazione della giurisdizione e dal sistema delle professioni». La giurisdizione, secondo Paparo «è in crisi. Il Pnrr le ha assegnato un compito forse irrealizzabile, ovvero la riduzione dell’arretrato del 90% e dei tempi del processo del 40%. Siamo preoccupati: non è pensabile una riforma della giustizia intervenendo solo sulle regole processuali. Eppure assistiamo a riforme del processo penale, civile, tributario senza alcun intervento sulle risorse, degli investimenti, che invece restano fermi».

«Rivendicheremo alla politica la necessità di percorsi giurisdizionali complementari nei quali ci candidiamo a svolgere funzioni sussidiarie alla giurisdizione ordinaria». Conclude: «Bisogna riconsiderare il ruolo dell’avvocatura nella gestione dei palazzi di giustizia. Le conseguenze della cattiva gestione della giurisdizione le pagano avvocati e cittadini. Non è una questione che riguarda soltanto i magistrati, eppure tutte le funzioni direttive sono affidate a loro».

Di seguito gli organi del Congresso Nazionale Forense:

 

COMITATO ORGANIZZATORE 

  • Maria Masi (Presidente CNF)
    • Sergio Paparo (Coordinatore OCF)
    • Giuseppe Gaetano Iacona (Consigliere Tesoriere CNF)
    • Rosalba Viscomi (Delegata dalla Consigliera Nazionale Coordinatrice Pari Opportunità)
    • Antonio Tommaso De Mauro (Presidente COA Lecce)
    • Presidenti dei Consigli degli Ordini degli Avvocati Distrettuali
    • Presidenti delle Unioni Regionali Forensi
    • Presidenti delle Associazioni Forensi maggiormente rappresentative e specialistiche

UFFICIO DI PRESIDENZA 

  • Maria Masi, Presidente di diritto (CNF)
    • Sergio Paparo, Coordinatore (OCF)
    • Gaetano Giuseppe Iacona, Componente (CNF)
    • Raffaele Fatano, Componente (OCF)
    • Antonio Tommaso De Mauro, Componente (COA Lecce)
    • Nicolino Zaffina*, Componente (Cassa Forense)
    • Rosario Pizzino, Componente (COA Catania)

* in caso di indisponibilità dall’Avv. Nicolino Zaffina parteciperà, come da indicazione di Cassa Forense, l’Avv. Giancarlo Renzetti, quale componente supplente.

COMMISSIONE VERIFICA POTERI 

  • Patrizia Corona, Presidente (CNF)
    • Francesco Emilio Standoli, Segretario (CNF)
    • Brunella De Maio, Componente (OCF)
    • Stefano Pio Foglia, Componente (Unione Regionale delle Curie Pugliesi)
    • Tommaso Stefanizzo, Componente (COA Lecce)
    • Adriano Sponzilli, Componente (ANF)
    • Francesco Paolo Perchinunno, Componente (AIGA)

Per conoscere il programma puoi cliccare qui.

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burn-out

Avvocato, sai prevenire il burn-out?

Il termine burn-out viene tradotto letteralmente come “bruciato”, “esaurito”, “scoppiato”. La prima apparizione del termine risale al 1930, e si utilizzava per indicare l’incapacità di un atleta, dopo alcuni successi, di mantenere o di ottenere ulteriori risultati.

Il termine è stato riproposto nel 1975 in ambito socio-sanitario: una psichiatra americana utilizzò il termine per definire una sindrome con dei sintomi riconducibili ad una patologia comportamentale, nell’ambito delle professioni con elevata implicazione relazionale.

Il burn-out nelle “helping professions”

Nel 1997, alcuni studi condotti dall’avv. Manlio Merolla hanno ricondotto la sindrome da burn-out anche in ambito forense e nelle “helping professions”. Quest’ultime sono professioni finalizzate all’aiuto, che si basano sul contatto interumano e che sfruttano le capacità personali in maggior misura rispetto alle abilità tecniche.

Queste figure hanno una duplice fonte di stress: quello personale e quello della persona che stanno aiutando. Se non trattati in maniera opportuna, è probabile che queste persone comincino un processo di “logoramento” o di “decadenza psicofisica”, a causa della mancanza di energie e dall’incapacità di gestire lo stress accumulato.

Sono professioni “high touch”, ovvero ad alto contatto con la sofferenza. Il contatto emotivo potrebbe essere talmente forte, da rivelarsi insostenibile. Senza adeguate misure di prevenzione si arriva inevitabilmente al burn-out, ovvero ad una «sindrome caratterizzata da esaurimento emozionale, depersonalizzazione e riduzione delle capacità personali».

Le cause generiche del fenomeno possono essere:

  • lavorare in strutture gestite male;
  • scarsa o inadeguata retribuzione;
  • organizzazione del lavoro disfunzionale/patologica;
  • svolgere mansioni frustranti o inadeguate;
  • insufficiente autonomia decisionale;
  • sovraccarichi di lavoro.

Simile allo stress, ma in ambito lavorativo

Il termine stress (sforzo, tensione) è stato adottato per descrivere una particolare sindrome, che caratterizza una risposta aspecifica dell’organismo a tutto quello che lo costringe a sforzarsi di adattarsi ad una particolare situazione.

Gli stressors (gli agenti stressanti) possono essere fisici, biologici, chimici o psico-sociali, e determinano stress in quanto:

  • troppo intensi ed eccessivi;
  • insoliti;
  • agiscono per troppo tempo.

Se gli stressors eccedono rispetto alle capacità personali di risposta adattiva, verranno prodotte delle manifestazioni morbose. Il fenomeno del burn-out è simile allo stress, ma si manifesta esclusivamente in ambito lavorativo.

Tre categorie di disturbi

Il burn out è il risultato dello stress. Uno stress che fa sentire una persona senza alcuna via d’uscita. Nervosismo, apatia, irrequietezza, cinismo, indifferenza: questi sono alcuni dei sintomi tipici del burn-out.

Tali manifestazioni comportamentali e psicologiche possono essere raggruppate in tre categorie di disturbi:

  • esaurimento emotivo: un sentimento in cui ci si sente emotivamente svuotati, annullati dal proprio lavoro e con un inaridimento emotivo nel rapporto con le altre persone;
  • depersonalizzazione: atteggiamento di allontanamento e rifiuto nei confronti di chi richiede una prestazione professionale o cura;
  • ridotta realizzazione personale: percezione di essere inadeguati sul luogo di lavoro, perdita di autostima e sensazione di insuccesso in ambito lavorativo.
  • super caricamento emotivo: categoria specifica riservata ai professionisti in ambito forense, che riguarda il sentimento di far propri gli inaridimenti emotivi e le esperienze negative dei propri assistiti.

Giovani avvocati vs professionisti affermati

Questa situazione spesso conduce la persona ad abusare di alcool, fumo o psicofarmaci e in ambito forense in un farsi eccessivo di carico di lavoro, senza alcun limite di tempo. Chiaramente, intervengono numerose variabili individuali, fattori sociali, ambientali e lavorativi.

Tra i giovani avvocati si rileva una frustrazione sia a livello economico sia legata alla scarsa preparazione pratica ad affrontare le problematiche che si presentano. Per i professionisti affermati, invece, i sintomi del burn-out sono collegati al peso delle responsabilità nella gestione del lavoro, che diventa man mano più complesso e difficile.

L’esplosione emotiva dei clienti si trasforma in sfoghi in ambito familiare, coniugale ed emozionale.

Le fasi del burn-out

Il burn-out potrebbe essere paragonato ad un virus dell’anima: è sottile, penetrante ed invisibile. Generalmente, segue quattro fasi.

Prima fase (entusiasmo idealistico)

È caratterizzata dalle motivazioni che inducono gli operatori a scegliere un lavoro di tipo assistenziale, come diritto minorile, diritto di famiglia o diritto del lavoro. Si vuole migliorare il mondo, se stessi, avere una sicurezza a livello di impiego e svolgere un lavoro prestigioso. Ma sotto sotto si potrebbe voler esercitare una forma di controllo e potere sugli altri.

Alla base di tutto questo troviamo un certo grado di difficoltà nel leggere in maniera adeguata la realtà. Esiste, infatti, una logica secondo la quale trovare una soluzione ad una situazione difficile non dipende dalla natura della situazione ma dalle proprie capacità. Questo vuol dire che se un problema non viene risolto, significa che non ne eravamo all’altezza.

Seconda fase (stagnazione)

Il professionista continua a lavorare, ma si rende conto che il lavoro non lo soddisfa. I risultati del suo impegno diventano sempre più inconsistenti, passando dall’enorme investimento iniziale ad un disimpegno graduale. Il sentimento di delusione avanza sempre più, determinando un atteggiamento di chiusura verso l’ambiente di lavoro e verso i colleghi.

Terza fase (frustrazione)

Il pensiero che tormenta l’operatore è quello di non essere più in grado di aiutare nessuno, accompagnato da una profonda sensazione di inutilità e di non saper rispondere ai bisogni reali dell’utenza. Il vissuto dell’operatore diventa un vissuto di perdita, di crisi creativa, di svotamento e di smarrimento dei valori che si consideravano fondamentali.

Una persona frustrata potrebbe diventare aggressiva, verso sé stessa o verso gli altri, e mettere in atto comportamenti di fuga, come allontanamenti ingiustificati, pause prolungate, assenze frequenti per malattia.

Quarta fase (apatia)

Il disimpegno emozionale che segue la frustrazione, che determina il passaggio dall’empatia all’apatia va a costituire la quarta fase, dove si assiste ad una morte professionale.

In questi casi ognuno di noi dovrà attingere dalle sue risorse interne, come l’intelligenza emotiva e la creatività, che permettono di gestire al meglio le difficoltà di tutti i giorni.

La creatività potrebbe fornirci nuovi spunti per reagire a dei periodi difficili e a dei ritmi troppo intensi di lavoro. Un atteggiamento positivo nei confronti della vita in generale favorisce il giusto atteggiamento con il quale affrontare i problemi che emergono a lavoro.

Sfruttiamo la nostra intelligenza emotiva

Incontrare i bisogni reali dell’utenza/clientela spinge il professionista a dimenticare e a trascurare i propri bisogni e le proprie motivazioni. E come abbiamo visto, questo si trasforma in una sensazione di disagio e di impotenza.

L’impossibilità di aiutare favorisce l’insorgenza di dubbi nei confronti delle proprie capacità. L’operatore, che partiva da una forte idealizzazione della propria professione, sperimenta dapprima la frustrazione e successivamente il burn-out.

Qui entrano in azione la capacità personali, come empatia, capacità di adattamento, autocontrollo, fiducia in sé stessi, gestione del lavoro e capacità di costruzione di relazioni efficienti. Entra in gioco, dunque, l’intelligenza emotiva, la capacità delle persone di affrontare le difficoltà della vita.

Non isoliamoci

Bisogna provare ad ascoltarsi, a guardare dentro sé e a recuperare le proprie motivazioni e i propri desideri. Anche perché il burn-out è un virus contagioso, che si propaga velocemente tra un membro dell’équipe all’altro e dall’équipe agli utenti.

Il burn-out può essere curato soltanto con cambiamenti radicali nella vita professionale dell’operatore. Ovviamente, è fondamentale cercare l’aiuto di professionisti ma soprattutto è necessario evitare di isolarsi, cercare il sostegno della famiglia, degli amici e dei conoscenti.

Anche le tecniche di rilassamento e alcune attività sportive potrebbero far ritrovare un’energia necessaria per superare un momento così delicato.

Lavoriamo sulla prevenzione

Si deve, invece, intervenire sempre a livello preventivo in ambito formativo. L’operatore deve essere facilitato nel riconoscimento delle variabili interne ed esterne di rischio che esistono nelle professioni di aiuto.

Secondo una ricerca del 2005 pubblicata su “Avvenire Medico”, il 65% di coloro che fanno poca formazione comportamentale e professionale afferma che il lavoro ha peggiorato la qualità della propria vita. Sono pochi i professionisti, infatti, che possiedono strumenti idonei ad affrontare autonomamente la sindrome di burn-out.

Alcuni consigli

Come prima cosa, sarebbe meglio privilegiare la qualità del tempo passato davanti al pc, contro la quantità. Bisogna imparare a limitare le comunicazioni al di fuori dell’orario di lavoro, evitando di inviare mail e stabilendo dei confini precisi.

In generale:

  • rispettate le vostre esigenze (cibo, moto, sonno, ecc) e riposatevi a sufficienza;
  • riducete la velocità;
  • non pretendete troppo da voi stessi: fissate degli obiettivi ragionevoli;
  • se la mole di lavoro è troppa, definite delle priorità o delegate ad altri alcune mansioni;
  • chiedete sostegno al vostro superiore, alle risorse umane o ai colleghi. Se necessario, cercate assistenza medica/psicologica.

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Cos’è successo

Durante il processo contro la “Nuova Mala del Brenta” uno degli imputati, Loris Trabujo, è stato aggredito e sfregiato da un altro degli imputati, Paolo Pattarello. Pare che quest’ultimo abbia utilizzato un oggetto affilato, probabilmente una scheggia di vetro, per colpirlo al volto e al busto mentre urlava più volte “infame”.

Trabujo ha riportato delle ferite non gravi al collo, alla fronte e al torace, ed è stato immediatamente soccorso e riportato in carcere a Tolmezzo. La situazione si è risolta grazie all’intervento della polizia penitenziaria, che è riuscita a separare i due.

Entrambi appartengono all’ex Mala di Felice Maniero e fanno parte dei “mestrini”. La nuova banda, la cosiddetta “Mala del Tronchetto”, ha visto la partecipazione di alcuni veterani della Mala del Brenta, accusati di estorsioni, rapine e minacce aggravate da metodiche tipiche della mafia.

Pattarello e Trabujo si trovavano in aula bunker, dopo essere arrivati delle rispettive carceri. Trabujo è ritenuto uno degli eredi del potere che Maniero esercitava sulla gestione dei terminal turistici di Venezia.

Trabujo aveva richiesto di parlare con un pubblico ministero, chiedendo il rito abbreviato per usufruire di uno sconto di pena. Evidentemente il gesto non è piaciuto a Pattarello, tanto da causare l’aggressione durante l’udienza.

Come ha fatto un oggetto tagliente ad entrare in aula bunker?

È su tutte le furie Salvatore Laganà, presidente del tribunale di Venezia, messo al corrente dei fatti dalla gip, davanti alla quale si stava tenendo l’udienza preliminare. «Un fatto gravissimo, chiederò un rapporto alla direzione del carcere. Queste cose non devono accadere».

Secondo Laganà non era mai successa una cosa simile prima d’ora, nell’aula più protetta e sicura che ci sia, destinata, per l’appunto, ai processi più delicati. Il fatto solleva grossi interrogativi: come ha fatto un oggetto tagliente ad entrare nell’aula? Chi doveva effettuare i controlli?

«La responsabilità in questi casi è sempre della polizia penitenziaria, il nostro compito non è quello di perquisire i contenuti». Il contatto tra magistrati e detenuti, infatti, è vietato, proprio per garantire la sicurezza del processo.

Continua Laganà: «La gip mi ha aggiornato su quanto capitato, è sicuramente un fatto molto grave. Intendo chiedere con urgenza un rapporto al direttore del carcere per capire cosa sia successo. In un’aula giudiziaria queste cose non devono succedere».

È stato espresso stupore e preoccupazione anche da Federica Santinon, presidente dell’ordine degli avvocati di Venezia: «Quanto capitato in aula bunker è allarmante. Un episodio del genere non deve capitare sia che si trovi all’interno o all’esterno dell’aula di giustizia. La violenza va condannata senza se e senza ma, pertanto auspico che chi debba fare le sue verifiche proceda. Come Consiglio dell’Ordine degli avvocati veneziani non possiamo che chiedere che ci sia sicurezza in aula per tutti».

Un gesto premeditato

Sicuramente un gesto premeditato, a causa dell’interrogatorio in cui Trabujo ammette di aver fatto delle rapine, tirandosi fuori dal traffico di stupefacenti. Pochi giorni prima erano usciti i dettagli dell’interrogatorio del 2 settembre, dove Trabujo, insieme alla sua legale Stefania Pattarello, aveva rilasciato importanti informazioni sulla “Mala del Tronchetto”.

Durante l’indagine era emerso come Trabujo fosse attivo in tutti i settori del gruppo, compiendo numerose rapine ed estorsioni.

Un’organizzazione debole, ma ugualmente pericolosa

La “Nuova Mala del Brenta” è un’organizzazione debole, con scarsa forza intimidatoria e un desiderio romanticizzato di tornare al “grande” passato in cui era capeggiata da Felice Maniero. Questo non toglie, però, che il gruppo non sia pericoloso e in grado di portare a termine delle azioni violente.

In particolar modo, il gruppo dei “mestrini” avrebbe provato a riprendere il controllo sul racket veneziano dei trasporti turistici. Ai vertici c’erano Gilberto Boatto (detto Lolli), Paolo Pattarello e il complice Loris Trabujo, proprietario di una società di taxi acquei.

La rapina del 2019

Un episodio remunerativo è stato quello della rapina avvenuta il 23 aprile 2019, al parcheggio del Tronchetto. Trabujo e due complici sono riusciti ad intercettare la vittima, che ha ricevuto 550mila euro in contanti per aver venduto (in nero) una licenza di noleggio con conducente per il trasporto acqueo. Dopo aver colpito alla testa la vittima, hanno rubato il trolley con i soldi e sono scappati.

Ma le altre rapine non sono andate particolarmente bene. Nel 2018 avevano deciso di svuotare un’abitazione di Piove di Sacco di proprietà di un titolare di una sala giochi, dov’erano conservati parecchi contanti.

Dopo una serie di sopralluoghi uno di loro decide di travestirsi da carabiniere, ma la vittima capisce l’inganno e fa scattare l’allarme. Qualche settimana dopo rapinano un supermercato di Padova, minacciando la cassiera e rubando 6mila euro.

Pizzo, droghe e armi

L’organizzazione criminale imponeva un pizzo su due trasportatori, che in passato erano stati vittime del loro sistema di estorsioni. Al Tronchetto sono riusciti a farsi consegnare cifre che vanno da 3mila euro al mese in su e alcune quote minori da un operatore attivo a San Giuliano.

Scrive il giudice Barbara Lancieri nell’ordinanza di custodia cautelare: «La nuova organizzazione ricalca i modelli del passato ma ha minore forza persuasiva, è indebolita nella capacità di dare esecuzione alle sanzioni contro chi sgarra, hanno dimostrato di non avere più la forza e la determinazione del passato».

Continua: «Il gruppo, in pochi anni si è strutturato come organizzazione stabile, capace di contare su una rete di rifornimenti di droga».

Per il procuratore Bruno Cherchi: «Gli arrestati sono un po’ invecchiati, è vero, ma è vero anche che sono sempre molto pericolosi, con una grande capacità di aggregazione, e una volta usciti dal carcere, di riprendere i rapporti, soprattutto di spaccio e di approvvigionamento di sostanze stupefacenti dai paesi sudamericani, e l’attività delittuosa nei confronti dell’ambiente veneziano».

Sottolinea: «Il dato vero è che sono state sequestrate diverse armi, anche da guerra, anche kalashnikov, che hanno dimostrato un’effettiva pericolosità del gruppo. Nell’ambito della presenza ormai accertata in Veneto delle società criminali classiche, come ’ndrangheta, camorra e anche estere, in gran parte dedite allo spaccio, c’è un’attività collaterale svolta da questa associazione, ma non in coordinamento».

Conclude: «Ognuno ha trovato un proprio spazio, soprattutto nel commercio di sostanza stupefacente, che sta diventando la prima fonte di guadagno».

Cos’è stata la Mala del Brenta

La Mala del Brenta è stata un’organizzazione criminale nata negli anni settanta in Veneto, che si è estesa nell’Italia nord-orientale. L’organizzazione ha subito un duro colpo durante gli anni novanta, a causa dell’arresto e del pentimento di Felice Maniero.

Il gruppo dei mestrini si avvaleva del ricavato degli “intromettitori”, che operavano in zona Tronchetto-Piazzale Roma a Venezia. Si trattava principalmente di motoscafisti, gondolieri, portieri di albergo e intermediari di agenzie di viaggio.

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Ai magistrati non piacciono i nuovi tribunali per i minorenni

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Ai magistrati non piacciono i nuovi tribunali per i minorenni

Il 28 settembre il Consiglio dei ministri ancora in carica ha votato per l’approvazione finale ai decreti attuativi della riforma Cartabia. Tra questi troviamo anche quelli pertinenti ai tribunali per i minorenni, che entreranno in vigore definitivamente nel giugno del 2023.

Le critiche

Questa parte della riforma ha ricevuto numerose critiche e proteste da parte di molti magistrati minorili. Alcuni definiscono la riforma «reazionaria, destinata a stravolgere il sistema della giustizia minorile».

Le principali critiche hanno sottolineato il fatto che il tribunale per minorenni, oltre a cambiare nome (tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie) perderà le caratteristiche di multidisciplinarietà e collegialità. Non ci saranno più i giudici onorari, dunque, gli esperti che da sempre affiancano i giudici durante i casi e le relative decisioni da prendere nei confronti dei minorenni.

Cristina Maggia, presidente dell’Aimmf ha detto: «Abbiamo provato in ogni modo a far capire che la riforma ha criticità molto pesanti, ma non c’è stato nulla da fare. Eppure è il tribunale per i minorenni a vivere quotidianamente i problemi. Nei nostri uffici arriva tutto il peggio che l’umanità riesce a fare ai danni dei più piccoli».

Un unico giudice togato

Il tribunale per i minorenni è sempre stato concepito come un tribunale ordinario, con due giudici togati e due onorari. Con la riforma, i giudici onorari saranno presenti soltanto per alcune competenze di tipo marginale. Il nuovo tribunale per le persone, per i minorenni e per le famiglie, dunque, avrà un unico giudice togato.

I promotori della riforma vorrebbero razionalizzare il sistema, per evitare di frammentare le competenze andando a velocizzare le varie procedure. Continua Maggia: «Con questa riforma, però, si ottiene il risultato opposto. Ma soprattutto per i minori, che erano destinatari di un ufficio giudiziario a loro dedicato, ora anche nel nome sono schiacciati tra le persone e la famiglia. Nella nuova formulazione vengono posti al centro gli adulti e i loro diritti prima di tutto».

Secondo l’Aimmf, la riforma si è concentrata su norme che riguardano gli adulti che vivono esperienze come separazione o divorzio, o di donne che subiscono maltrattamenti in un rapporto di coppia. Il benessere dei bambini, che nella maggior parte dei casi vivono con sofferenza i conflitti tra i genitori, secondo queste critiche, viene considerato di meno.

Decisioni delicate

La nuova legge cancella la multidisciplinarietà e la collegialità del tribunale, che a detta dei magistrati, erano elementi fondamentali in alcune decisioni delicate, come quelle che conducono all’allontanamento del minore in un’altra famiglia o in comunità.

La riforma stabilisce anche che le decisioni debbano essere prese esclusivamente da un solo magistrato. Sostiene Maggia: «E’ una scelta che diminuisce la competenza del giudicante e si rivelerà certamente dannosa, soprattutto dal punto di vista di minori che hanno bisogno di giudici che li comprendano a fondo e sappiano prendere decisioni forti e urgenti. Si è deciso di fare a meno del contributo di chi ha il compito di saper vedere oltre le parole».

Il caso Bibbiano

Dopo il caso di Bibbiano, quando assistenti sociali e amministratori furono accusati di aver agevolato e redatto relazioni false al fine di allontanare dei bambini dalle loro famiglie e darli in affido anche ad amici e conoscenti, l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede decise di disporre una ricognizione sul sistema che stabilisce gli allontanamenti.

Si evidenziò come il numero degli allontanamenti in Italia fosse il più piccolo in tutta Europa, e che il 70% dei casi erano decisi dai tribunali per i minorenni. «E’ la prova che quelle trattate dai tribunali per i minorenni sono le situazioni più gravi e dolorose e che la mancata specializzazione dei giudici ordinari può incidere sulla capacità di riconoscere il disagio di un bambino e indurre il giudice all’inerzia, cioè alla protezione mancata».

Secondo la riforma, i minori di 12 anni coinvolti in una procedura dovranno essere ascoltati sempre e soltanto da un giudice togato. Si esclude completamente l’apporto del giudice onorario con competenze specifiche, dotato della capacità di avvicinarsi ad un bambino evitando di causargli ulteriori traumi. «Ci saranno giudici giovani, con poca esperienza, che si troveranno improvvisamente da soli ad affrontare casi di allontanamenti per motivi gravissimi».

Il documento dell’Aimmf

In un documento presentato ad un convegno dell’Aimmf si parla di un altro problema:

Mettiamo infatti che l’ascolto di un bambino duri mezz’ora: è stato considerato il numero di bambini che il giudice circondariale potrà sentire e i tempi richiesti da questa attività? Per un ascolto degno di questo nome, ci vuole calma, un luogo idoneo, un tempo adeguato e una disponibilità ad accogliere e comprendere modalità comunicative diverse da quelle degli adulti. Occorrono capacità tecniche e strumenti che i giuristi non possiedono.

Infine, un ulteriore problema riguarda l’informatizzazione delle procedure, che avrà tempi abbastanza lunghi poiché, a detta dei magistrati, «viaggiamo ancora con la carta».

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POS: attenzione al malware Prilex

I ricercatori Kaspersky Lab hanno scoperto una nuova versione del malware Prilex. Dopo aver rubato alle banche milioni di dollari, il threat actor (ovvero una persona o un gruppo di persone che hanno intenzione di causare danni a livello informatico) ha cominciato a prendere di mira anche i POS.

Antonio Pontrelli e Rosita Galiandro di Exprivia spiegano: «La storia ci insegna che difficilmente i malware hanno vita breve e anche a distanza di anni dal primo avvistamento, vengono diffusi con upgrade di funzionalità e di nuove vulnerabilità zero-day (una vulnerabilità di un software non nota agli sviluppatori)».

Fabrizio Croce, di WatchGuard Technologies dice: «Per riuscire a penetrare all’interno di un sistema informatico e installare un software malevolo esistono diverse strade, ma tutte convergono in un punto: sfruttare l’ingegneria sociale».

L’evoluzione di Prilex

Prilex si è evoluto e ha cominciato a prendere di mira i POS. Inizialmente era un memory scraper, cioè un malware che esegue la scansione della memoria dei dispositivi digitali per raccogliere informazioni sensibili. Ora è diventato un malware sofisticato, in grado di bypassare i blocchi appositamente pensati da banche o agenzie per evitare proprio questa tipologia di truffa.

Pontrelli e Galiandro sottolineano: «Il malware Prilex, nato come malware incentrato sugli ATM nel 2014 e nel 2016 è passato ai dispositivi POS. Mentre la distribuzione è stata molto attiva nel 2020, il malware è scomparso dai radar dei sistemi di sicurezza nel 2021».

I criminali informatici stanno vendendo il virus sul dark web come Malware-as-a-Service. Ci troviamo di fronte ad una democratizzazione e monetizzazione dei virus e del malware. Esistono, infatti, piattaforme che consentono a chiunque di acquistare virus, trojan o ransomware, aumentando il rischio di perdite economiche per le aziende di tutto il mondo.

Un malware che muta velocemente

La minaccia, ad oggi, non è soltanto complessa e avanzata, ma muta velocemente. Il malware agisce in modo sfuggente, sferrando attacchi da remoto: le vittime e i gruppi cyber criminali, infatti, non hanno alcun contatto.

Per questi motivi è estremamente difficile identificare chi c’è dietro Prilex. Prima di attaccare la vittima, i cyber criminali svolgono uno screening iniziale del dispositivo per monitorare le transazioni già avvenute – ma soprattutto per stabilire se il gioco vale la candela. In caso di attacco, il malware andrà a captare tutte le transazioni in corso, modificando il loro contenuto e rubando le informazioni della carta di credito.

«L’anello debole in qualsiasi catena di sicurezza è il fattore umano. In questo caso, addirittura, serve qualcuno che spacciandosi per tecnico convinca il negoziante che il POS va aggiornato. Deve quindi fisicamente metterci le mani per installare il malware» continua Fabrizio Croce.

Un po’ di tecnicismi

I cyber criminali vendono Prilex in molti siti web e canali Telegram. Offrono le ultime versioni del malware con prezzi che variano da 3.500 a 13.000 dollari.

Prilex è in grado di generare i crittogrammi EMV (Europay, Mastercard e Visa). Si tratta di una funzionalità introdotta pochi anni fa, che permette di verificare la validità delle transazioni, prevenendo in tal modo i pagamenti ingannevoli.

«La versione iniziale di Prilex era in grado di eseguire attacchi di tipo replay attack», che colpiscono le reti informatiche al fine di impossessarsi di credenziali di autenticazione comunicate da un host all’altro, per riproporle simulando l’identità dell’emittente. Queste tipologie di attacchi «sono diventate obsolete e inefficaci, spingendo gli autori di Prilex ad innovare e ad adottare altri metodi di frode con carta di credito».

Le nuove versioni di Prilex utilizzano «attacchi di tipo GHOST (che utilizzano i crittogrammi generati dalla carta della vittima durante il pagamento). Prilex installa una backdoor (una “porta sul retro” che raggira l’autenticazione), uno stealer (un Trojan che raccoglie informazioni da un sistema) per intercettare tutti gli scambi di dati e un modulo uploader per l’esfiltrazione».

Necessarie politiche “zero trust”

I negozianti devono prestare molta attenzione per evitare di cadere nelle trappole dei cyber criminali.

«Prilex non è un tipo di malware che viene distribuito tramite campagne di spam via mail», concludono Pontrelli e Galiandro, «è altamente mirato e di solito viene fornito tramite l’ingegneria sociale. Ad esempio, un azienda target può ricevere una chiamata da un “tecnico” che insiste sul fatto che l’azienda deve aggiornare il proprio software POS. Il falso tecnico può visitare l’obiettivo di una persona o richiedere alle vittime di installare AnyDesk e fornire l’accesso remoto per installare il malware».

Consiglia Fabrizio Croce: «Qualsiasi azienda deve sempre e comunque non solo proteggere i suoi terminali, ma anche avere delle stringenti politiche “zero trust” su chi abbia l’autorizzazione ad usare i sistemi e in che modalità, sia che sia un dipendente dell’azienda che un utente remoto».

Prilex è responsabile di uno dei più grandi attacchi ai bancomat del Brasile. Nel Carnevale del 2016 il malware ha svuotato più di 1.000 sportelli bancomat e clonato 28.000 carte di credito.

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Le macchine volanti sono legali?

Lo scorso 15 luglio, la Federal Aviation Administration (FAA) ha dato il consenso a Samson Switchblade, un veicolo a tre ruote in grado di volare.

Questa notizia ti fa emozionare? Beh, dovrai portare pazienza almeno per un po’. L’ok, infatti, riguarda soltanto i test che saranno effettuati dal produttore, Samson Motorworks di Meadow Vista, in California.

Giocattoli per i ricchi

Una volta completati i test, i veicoli Switchblades saranno disponibili per essere acquistati entro 18 mesi. Per comprarli, però, bisogna essere molto ricchi: il prezzo base sarà di circa 170.000 dollari.

Inoltre, sarà necessario assemblare la maggior parte del veicolo in autonomia. FAA, infatti, ha classificato Switchblade come “aereo sperimentale”. Questo significa che i proprietari dovranno fare almeno il 51% dell’assemblaggio completamente da soli.

Il compito potrebbe richiedere dei mesi di lavoro. Samson, però, offre un “Builder Assist Center”, ovvero un sistema in grado di ridurre tutto il lavoro ad una sola settimana – basterà semplicemente pagare 20.000 dollari in più.

Dunque, stiamo parlando di un giocattolo per ricchi, anche se già all’inizio di agosto c’erano 1.670 persone in lista di prenotazione. Per mantenere attiva la priorità, queste persone dovranno sborsare 2.000 dollari entro 45 giorni dal primo volo ufficiale.

Le ali dello Switchblade fuoriescono da sotto la cabina dopo aver premuto un pulsante. Quando restano nascoste, Switchblade è una “semplice” auto sportiva che raggiunge i 200 km/h. Quando le ali sono in azione, si muove nell’aria sino a 257 km/h.

Quadri legali e normativi

Per pilotare uno Switchblade servono almeno 335 metri di pista per poter decollare e più di 200 per l’atterraggio. I proprietari di Switchblade, in altre parole, potranno guidare le loro auto volanti soltanto in un aeroporto, o in un luogo simile, se hanno intenzione di prendere il volo.

Sarà necessaria anche una licenza pilota. Inoltre, ottenere un’assicurazione per le auto volanti, al momento non sembra possibile.

Chiediamoci: come dovrebbe essere lo schema normativo per un’auto volante? Alcune città degli States stanno già cominciando a pensare a come gestire le macchine in grado di volare. Ci dovranno essere aree separate per decolli e atterraggi? Potranno volare in qualsiasi momento o soltanto in determinate ore? Ci dovrebbero essere nuovi requisiti di licenza?

Ci sono molte questioni legali alle quali dovremmo cercare risposte. Si dovranno fare delle ispezioni prima dei voli, come succedi per i piloti? Saranno i singoli Stati a supervisionare i modelli di volo? Quali sono i casi in cui le leggi sull’aviazione avranno la precedenza sulle leggi che riguardano i veicoli a motore?

Dobbiamo cominciare a pensare al traffico aereo e alla polizia aerospaziale?

Occhio agli eVTOL

Switchblade sarà, con tutta probabilità, la prima vera e propria auto volante negli Stati Uniti, anche se sta cominciando a crescere il numero di velivoli che le persone possono acquistare e utilizzare. Si chiamano eVTOL (electric Vertical Takeoff and Landing), ovvero velivoli elettrici a decollo e atterraggio verticale. Non possono, tuttavia, essere definiti precisamente auto volanti, in quanto non hanno l’autorizzazione ad attraversare le strade.

Sono simili ai droni e si muovono grazie a dei ventilatori unidirezionali dopo essere decollati verticalmente. Gli eVTOL sono incredibilmente attraenti poiché, secondo le normative FAA, gli eVTOL ultraleggeri, ovvero quelli che pesano meno di 110 kg, non richiedono una licenza di pilotaggio e nemmeno di essere iscritti presso la FAA. Sono considerati semplicemente ricreativi, e non possono operare di notte o in zone congestionate.

I primi eVTOL entro la fine del 2022

Una società svedese, chiamata Jetson, non essendo vincolata alle normative FAA, afferma che consegnerà i primi Jetson ONE eVTOL ultraleggeri negli USA entro la fine del 2022. Non sarà necessaria una licenza, ma di 92.000 dollari (poco più di 80mila euro) per poterne acquistare uno.

I dodici modelli prodotti di questo velivolo sono già stati venduti, e per il 2023 è tutto prenotato. Attualmente ci sono circa 3.000 utenti in attesa di prenotazione del veicolo. Per entrare in lista d’attesa, è necessario pagare 22.000 dollari (19mila euro).

Air taxi

Sul tavolo si discute anche degli “air taxi”: il 10 agosto, infatti, la United Airlines ha annunciato l’intenzione di effettuare un acconto di 10 milioni di dollari per riuscire ad ottenere 100 taxi volanti dalla società Archer Aviation. La consegna dovrebbe cominciare nel 2024.

Le macchine volanti stanno diventando realtà, anche se, probabilmente, la maggior parte di noi non potrà permettersene una. Ma in un futuro non troppo lontano saremmo tutti in grado di prendere un taxi aereo, in un cielo sempre più affollato.

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