Spid: ci sarà veramente una soluzione a giugno? Facciamo il punto della situazione

È possibile superare Spid per andare verso un’identità nazionale digitale unica? Certo, ed è un percorso che procede a tappe. Il governo, tramite Alessio Butti, il sottosegretario all’innovazione tecnologica, ha già provveduto ad assicurare ai fornitori, durante  il recente incontro del 1° marzo, il «rinnovo pluriennale del servizio».

Nel frattempo, è cominciato un lavoro «congiunto» al fine di definire entro il prossimo giugno «il percorso evolutivo dell’identità digitale, valorizzando gli importanti risultati conseguiti dal sistema Spid e dagli attori che vi stanno partecipando».

Intesa dice addio a Spid

Ma facciamo il punto della situazione. Negli ultimi giorni, infatti, è stato ridotto a dieci il numero dei gestori. Intesa avrebbe rinunciato allo Spid, e per questo, dal prossimo 23 aprile non farà più parte dei gestori di identità digitale abilitati da Agid.

In pista restano Namirial, Aruba, Register, Tim, Infocert, Sielte, Poste, TeamSystem, Etna e Lepida (che fanno parte dell’associazione AssoCertificatori). Gli attuali utenti di Intesa dovranno richiedere ad un altro gestore una nuova identità digitale – in ogni caso, si possono richiedere informazioni all’indirizzo info_spid@intesa.it.

Il rinnovo delle convenzioni

L’attuale esecutivo avrebbe avviato a inizio marzo, insieme ad AssoCertificatori, un tavolo per il rinnovo delle convenzioni. Anche se non c’è un accordo concreto, Butti ha comunque teso la mano ai vari provider, allo scopo di «individuare un sostegno che, dopo anni di richieste inascoltate da parte dei precedenti governi, possa garantire la sostenibilità economica dello Spid, a fronte dell’impegno richiesto».

La cifra che hanno sollecitato i vari fornitori per il sostenimento delle spese per la gestione delle identità digitali sembra viaggiare intorno ai 50 milioni di euro.

Digitalizzazione e Pnrr

Le azioni previste per l’adozione dell’identità digitale fanno parte di una delle misure degli investimenti del Pnrr previsti per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Per esempio, lo scorso settembre sono stati pubblicati degli avvisi per il rafforzamento delle piattaforme abilitanti, alle quali sono destinati 230 milioni di euro.

All’interno di questa cifra troviamo 30 milioni per implementare l’identità digitale, 130 milioni per il sistema PagoPA e 70 milioni di euro per l’app IO. Il Piano prevede che entro l’anno 2026 ci siano 42 milioni di cittadini italiani con un’identità digitale.

Identità Digitale Nazione

Resta comunque l’intenzione di superare Spid e farlo convergere con Cie e Cns all’interno di un’unica piattaforma destinata all’identità digitale nazionale, seguendo il modello del wallet europeo. L’obiettivo è quello di arrivare ad un portafoglio personale digitale in grado di consentire ai cittadini di identificarsi online attraverso la gestione e la conservazione dei dati della propria identità e di documenti come patente, prescrizioni mediche e titoli di studio in formato elettronico, ma anche di accedere a tutti i servizi digitali all’interno dell’Ue.

Sottolineano i direttori dell’Osservatorio Digital Identity del Politecnico di Milano Giorgia Dragoni, Valeria Portale e Luca Gastaldi: «La convergenza verso un unico sistema sarebbe la soluzione definita dal regolamento europeo Eidas, attualmente in fase di revisione, che prevede l’introduzione di un wallet di identità digitale che raccolga un ampio set di credenziali».

«Anticipare questa convergenza», continuano, «sebbene non sia in questo momento elemento prioritario per la strategia di digitalizzazione del Paese, potrebbe guidarci verso una sperimentazione anticipata del wallet».

Gli esperti avvertono, comunque, che diventa «essenziale definire in maniera chiara una strategia di evoluzione sull’identità digitale, che sia condivisa da tutte le parti coinvolte, pubbliche e private».

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I detenuti al 41-bis non possono ascoltare i cantanti neomelodici

Per i giudici, alcuni brani dei cantanti neomelodici, sono pienamente in contrasto con il sottostante principio rieducativo della pena, e per questo è legittimo negare ai detenuti al 41-bis la possibilità di ascoltare musica neomelodica.

Il Tribunale del Riesame giustifica la decisione di negare ad un detenuto l’ascolto di questa tipologia di musica poiché alcuni brani raccontano «di contesti malavitosi e di contrapposizione anche aperta ai poteri dello Stato».

Per la Cassazione, questo è un no assolutamente giustificato. È inammissibile, dunque, il ricorso di un detenuto al 41-bis per reati di camorra, che aveva richiesto di ascoltare questa tipologia di musica.

Il detenuto in questione aveva cercato di convincere i giudici che la musica neomelodica si basa sulla tradizione napoletana, rivendicando inoltre il suo diritto alla scelta del proprio percorso di rieducazione. Ma la Suprema Corte non era affatto d’accordo.

Esaminato il contenuto dei testi del CD di musica neomelodica che aveva intenzione di acquistare il detenuto, i giudici del Tribunale del Riesame hanno «rilevato che alcuni brani musicali del genere neomelodico veicolano messaggi di violenza ed esaltano l’adesione a stili di vita criminali sicché il loro ascolto si presenta del tutto incompatibile con il trattamento penitenziario che, tendendo alla risocializzazione del condannato, promuove valori e modelli di comportamento diametralmente opposti».

Secondo i giudici, quindi, i brani neomelodici che aveva intenzione di ascoltare il detenuto «non erano estranei a quelli contenenti i citati messaggi negativi».

Non è la prima volta che i giudici si occupano di musica neomelodica legata ai boss della camorra. Nel 1981, Giovanni Falcone chiamò come testimone in un’inchiesta il cantante neomelodico Mario Merola, che raccontò di aver cantato per ‘u Papa di Cosa Nostra, Michele Greco.

Più recentemente, alcuni pentiti hanno rilasciato importanti dichiarazioni, secondo cui la compagna di un importante boss, dopo il suo arresto, si sarebbe sostituita a lui, facendo incidere un brano contro i collaboratori di giustizia e facendolo cantare ad un interprete neomelodico parecchio noto.

Al tema è stato dedicato un convegno, Note di camorra, universo neomelodico e vite stonate, che ha visto la partecipazione di magistrati e cantanti, che si sono interrogati sul possibile rapporto tra camorra e musica neomelodica.

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La scorsa settimana Stati Uniti, Canada, ma anche alcune istituzioni europee hanno annunciato che i dipendenti pubblici dovranno eliminare l’app di TikTok dai propri smartphone di lavoro. Sono decisioni che riflettono il timore di alcuni governi che l’app, vista la natura autoritaria del governo cinese, venga utilizzata al fine di commettere atti di spionaggio e abusi. Per il momento, si tratta semplicemente di ipotesi.

La Commissione europea, per esempio, ha imposto a tutto il personale di eliminare l’app dai dispositivi utilizzati per il lavoro, al fine di «proteggere i dati della Commissione e aumentarne la sicurezza informatica».

Anche il governo degli USA ha chiesto ai dipendenti delle agenzie federali di cancellare l’app entro 30 giorni, dichiarandolo «un passo fondamentale per la gestione del rischio che l’app rappresenta per i dati sensibili del governo».

Il Canada, invece, ha imposto la rimozione dell’app dai dispositivi forniti dal governo e utilizzati per il lavoro, in quanto TikTok avrebbe «un livello di rischio inaccettabile per la privacy e per la sicurezza». L’azienda che possiede TikTok, ByteDance, ha dichiarato che non è mai stata avvertita o consultata prima di prendere tali decisioni.

Justin Trudeau, il primo ministro canadese, ha detto che «spera che il fatto che il governo abbia compiuto il passo significativo di dire a tutti i dipendenti federali di non usare più TikTok sui loro telefoni di valore porti molti canadesi, che si tratti di aziende o di privati, a riflettere sulla sicurezza dei propri dati e a fare le proprie scelte».

In India, invece, TikTok è vietato dal 2020, dato che l’app viene ritenuta, così come tutte le altre app cinesi, un «elemento ostile alla sicurezza nazionale e alla difesa dell’India». Australia e Regno Unito, invece, non hanno adottato alcuna misura di limitazione del social sui dispositivi governativi, dato che gli esperti in materia di cybersecurity non ritengono la cosa necessaria.

L’unica app cinese in Occidente

Da tre anni, TikTok è diventato uno dei principali social network in tutto il mondo. Attualmente ha un miliardo di utenti attivi, molti dei quali vivono negli Stati Uniti e in Europa. ByteDance offre intrattenimento ai propri utenti in maniera gratuita, attraverso brevi video mirati.

Negli ultimi anni, tuttavia, i governi hanno manifestato una preoccupazione particolare nei confronti delle modalità di raccolta dati e di protezione della privacy. Il motivo principale è che il social sembra essere l’unica piattaforma cinese largamente diffusa in Occidente.

La Cina viene vista dagli Stati Uniti (e in misura minore anche dall’Ue) come un paese poco affidabile. Qualcuno teme, infatti, che l’app di TikTok possa venire utilizzata dal governo al fine di spiare gli utenti, promuovendo i propri interessi politici ed economici.

Secondo gli analisti, i sospetti dei governi occidentali nei confronti di TikTok sono principalmente di natura politica, e non tecnologica. Preoccupa, in particolar modo, il fatto che, nonostante TikTok appartenga ad un’azienda privata, il governo cinese abbia comunque dei precedenti di interferenze, anche pesanti, nelle società particolarmente importanti e perciò strategiche.

Preoccupazioni concrete o mere ipotesi?

In un recente articolo, Joe Tidy, un giornalista della BBC ha deciso di analizzare le preoccupazioni principali, concludendo che per il momento si parla soltanto di ipotesi di rischio, che non hanno ancora trovato modo di concretizzarsi.

Nell’articolo, Tidy si chiede se TikTok possa essere un’app finalizzata allo spionaggio degli utenti, come ipotizzato da Donald Trump nel 2020. Per l’ex-presidente degli Stati Uniti, TikTok aiuta la Cina a «rintracciare le posizioni di dipendenti e appaltatori federali americani, a costruire dossier di informazioni personali per il ricatto e condurre spionaggio aziendale».

TikTok, tuttavia, ha affermato di essere assolutamente indipendente dal governo cinese. Zi Chew, il CEO dell’app, ha dichiarata al Washington Post che il governo non ha mai richiesto i dati degli utenti e «anche se lo facessero, riteniamo che non dovremmo darglieli perché se l’utente è statunitense i dati sono soggetti alla legge degli Stati Uniti».

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TikTok, inoltre, ha lavorato per lungo tempo ad un piano da 1 miliardo e mezzo di dollari insieme al Comitato sugli investimenti esteri degli Stati Uniti. Il progetto, noto come Project Texas, è nato per mettere a punto sistemi di salvaguardia della privacy, rassicurando il governo americano riguardo la sua assoluta indipendenza dal governo cinese.

Il progetto era stato avviato dopo il tentativo dell’amministrazione Trump di vietare TikTok nel 2020. Recentemente, il piano è stato messo in pausa, dato che l’amministrazione Biden ha deciso di non partecipare più alle trattative.

I sospetti nei confronti di TikTok si insinuano in una preoccupazione più ampia nei confronti di qualsiasi azienda che ha base in Cina. Per Rebecca Arcesati, ricercatrice che si occupa di politiche digitali e tecnologiche, «le preoccupazioni, soprattutto negli Stati Uniti e ora in Europa, ruotano attorno al tema della legislazione cinese, la quale sottopone le aziende a determinati vincoli in termini di cooperazione con l’intelligence e protezione della sicurezza del partito-stato, e obbliga aziende e cittadini privati a condividere i dati raccolti qualora venisse chiesto loro di farlo».

«Si tratta», continua, «di obblighi di natura sia politica che regolamentare che tutte le aziende cinesi devono rispettare, benché tale vulnerabilità all’ingerenza di Pechino ovviamente danneggi la loro reputazione a livello internazionale».

Tutto questo creerebbe «delle frizioni non da poco tra i vincoli legislativi e politici di queste aziende in Cina e i requisiti che devono rispettare quando operano in altri mercati: non è solo il caso di TikTok, vale per tutte le aziende coinvolte nella raccolta e gestione di dati tramite la fornitura di tecnologie e servizi digitali».

Si aggiunga «il fatto che il Partito Comunista Cinese sta cercando di avere un maggiore controllo dei giganti tecnologici cinesi: per esempio nel 2019 una quota di ByteDance, circa l’1%, è andata ad un’azienda di Stato cinese: una quota molto piccola, ma che dà comunque accesso ad un seggio nel consiglio di amministrazione dell’azienda e potere di veto su alcune decisioni».

Casi di censura

Per la BBC, dunque, la possibilità che il governo cinese utilizzi TikTok allo scopo dello spionaggio rimane «un rischio solo teorico». Ma c’è una terza preoccupazione, ovvero, che il governo cinese manipoli l’algoritmo di TikTok al fine di mostrare agli utenti occidentali dei contenuti specifici per fare propaganda, «facendo loro il lavaggio del cervello».

Scrive Tidy: «All’inizio dell’ascesa di TikTok ci sono stati casi di censura di alto profilo sull’app: a un utente negli Stati Uniti è stato sospeso l’account per aver discusso del trattamento riservato dal regime cinese ai musulmani nello Xinjiang; dopo una grossa reazione pubblica, TikTok si è scusato e ha ripristinato l’account. Da allora ci sono stati pochi casi di censura, se si escludono le controverse decisioni di moderazione che tutte le piattaforme devono affrontare».

Vittima o carnefice?

Secondo un portavoce del social «è deludente vedere che enti e istituzioni governative stanno vietando TikTok sui dispositivi dei dipendenti senza discussioni né prove». Mao Ning, il portavoce del governo cinese negli States, ha accusato invece il governo americano «di aver allargato esageratamente il concetto di sicurezza nazionale e abusato del potere stradale per reprimere aziende straniere».

«Quanto insicuri possono essere gli Stati Uniti», continua il portavoce, «massima superpotenza mondiale, per temere a tal punto l’app preferita dai giovani?». La Cina, d’altro canto, non consente l’utilizzo ai suoi cittadini di quasi tutte le app americane, come Facebook, WhatsApp, Instagram, YouTube, Twitter, Tinder e Tumblr.

La ricercatrice Ludovica Meacci sostiene che «per ragioni legate alla sicurezza dei dati e alla moderazione dei contenuti, TikTok è diventata una vittima dello scontro Stati Uniti-Cina che non si esaurisce nell’ambito tecnologico».

«Dalle dispute territoriali nell’Indo-Pacifico e nuove alleanze militari», conclude, «alla disinformazione e guerra ibrida, passando per dazi commerciali e controlli sulle esportazioni e investimenti diretti, questa competizione tra le due potenze si articola su più piani e sta diventando il principio organizzativo dominante delle dinamiche internazionali».

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Entro il 2030, i giovani di oggi faranno un lavoro che per il momento ancora non esiste, poiché «l’85% dei posti di lavoro che esisteranno nel 2030 non è stato ancora inventato».

Lo metteva nero su bianco, nel 2017, un gruppo di ricerca, l’Institute for the Future (IFTF), quando ancora non era scoppiata la pandemia, ed il mondo di oggi era completamente diverso da come lo conosciamo.

Sei anni fa si scriveva: «Il ritmo del cambiamento sarà così rapido che le persone impareranno “sul momento”, utilizzando nuove tecnologie come la realtà aumentata e la realtà virtuale. La capacità di acquisire nuove conoscenze sarà più preziosa della conoscenza stessa. Allentando i legami tra lavoro e geografia, sarà possibile eliminare il disallineamento dei talenti globali che esiste oggi».

I lavori del 2030

Il progresso tecnologico, dunque, creerà dei nuovissimi posti di lavoro, nei quali uomo e macchina dovranno collaborare. Le nuove tecnologie emergenti, come l’Intelligenza Artificiale, sono molto attraenti, se teniamo conto del grosso potenziale nell’aiutare a fronteggiare le sfide principali del mercato.

Qualche anno fa ci chiedevamo quanto fosse effettivamente realistico pensare ad una rapida diffusione delle nuove tecnologie, ed ora abbiamo una risposta. Tuttavia, dopo i cambiamenti ai quali abbiamo assistito, e che sono attualmente in atto, possiamo affermare con certezza che la maggior parte dei lavori che ci saranno nel 2030 non esistono ancora?

Se questo è vero, quello che oggi stanno imparando gli studenti a scuola, sarà inutile nel futuro?

I robot ci sostituiranno?

Nella discussione del futuro del mondo del lavoro e delle nuove tecnologie, non è raro incontrare delle previsioni pessimistiche, che arrivano sempre ad una possibile sostituzione dell’uomo da parte delle macchine e dai processi tecnologici sempre più avanzati.

Ma cosa dovremmo dire, allora, di quelle professioni che sono nate negli ultimi anni, proprio a causa della diffusione del digitale? Al posto di fare cupe previsioni in merito alla tecnologia e al lavoro nel futuro, concentriamoci invece sulle nuove entusiasmanti opportunità che potrebbero presentarsi.

Nessun robot potrà sostituire l’uomo, dato che tutte le professioni si baseranno, sempre e comunque, su capacità umane, come il riconoscimento dei modelli, l’analisi avanzata, il pensiero strategico e l’interpretazione delle informazioni.

Le attività ripetitive e di routine sono quelle più suscettibili all’automazione. Le abilità intrinsecamente umane, invece, saranno quelle più richieste nel futuro, e sono collegate ad abilità sociali, analitiche, emotive, e alle competenze trasversali.

Per sfruttare le varie opportunità di lavoro che stanno emergendo, restando occupabili nel nuovo mondo del lavoro, dobbiamo diventare adattabili. In questo modo ci saranno più possibilità di ricoprire ruoli creativi, diversificati e appaganti.

Per abbandonare l’idea che “i robot ci ruberanno il lavoro” possiamo dare un’occhiata alle offerte di lavoro che vengono postate online: la tecnologia già oggi ha creato delle nuove opportunità, creando lavori che fino a poco tempo fa non esistevano.

Per esempio: vent’anni fa avremmo mai pensato che sarebbe stato possibile guadagnare attraverso i social? Ebbene, tra vent’anni sarà possibile guadagnare attraverso lavori ad oggi inimmaginabili!

Non è ancora possibile stabilire che cosa ci riserverà il domani, certo, ma sono già state fatte alcune previsioni sul futuro del lavoro, tenendo in considerazione delle tendenze attuali che potrebbero svilupparsi nel corso del tempo.

I lavori del futuro

Nel futuro, la promozione dell’efficienza sarà fondamentale. Dunque, la figura del project manager sarà importante per qualsiasi tipo di azienda, e dovrà avere tanta capacità di analisi dei dati quanta leadership.

In ambito formativo, invece, potrebbero rivelarsi sempre più necessari specialisti in materia di integrazione uomo-tecnologia. Persone, dunque, capaci di insegnare agli altri come utilizzare e sfruttare l’ampia gamma di tecnologia per migliorare la propria esistenza, utilizzando un approccio olistico per analizzare le tecnologie e capire come ottenere il massimo della resa.

Secondo Statista, la realtà virtuale, la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale si riveleranno assolutamente fondamentali per la maggior parte dei lavori del futuro. Per esempio, già nei 2023 si stimano i seguenti valori di mercato: 51 miliardi e mezzo per la realtà virtuale, 197 miliardi e mezzo per le realtà aumentata e 1,8 trilioni di dollari per l’intelligenza artificiale.

Infatti, sempre più aziende si rivolgono all’Intelligenza Artificiale, oppure alle tecnologie emergenti al fine di raggiungere obiettivi di crescita, sviluppo e sostenibilità. Sicurezza informatica, robotica, blockchain, big data e l’Internet delle cose hanno un grandissimo potenziale, al fine di rendere servizi e prodotti accessibili a tutti grazie a professionisti specializzati.

È molto probabile che scompaiano i posti di lavoro manuali, ma il mercato del lavoro si aprirà finalmente ad un’ampia gamma di nuove opportunità, con posti di lavoro guidati dalle tecnologie.

La tecnologia continuerà ad accelerare esponenzialmente il ritmo del cambiamento e dell’innovazione. Noi, per rendere la nostra carriera e la nostra vita a prova di futuro, dobbiamo mantenere una mente curiosa e migliorare continuamente competenze e conoscenze.

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Una rivoluzione in tema di diffamazione. Alberto Baldoni, presidente della commissione Affari costituzionali, firma una nuova proposta di legge per modificare il reato di diffamazione: niente più carcere, solo sanzioni economiche

Oltre alla carta stampata, vengono presi in considerazione tutti i media, come tv, radio e il mondo del web. Chi scrive, dunque, non rischierà più il carcere, poiché verrà assicurata «una celere tutela» nei confronti delle persone che si ritengano offese da ogni mezzo di diffusione, tenendo sempre ben saldo «il diritto di cronaca e il segreto professionale dei giornalisti sulla fonte delle notizie».

Il fine è l’approvazione di una legge che tenga conto di ogni sfaccettatura del reato di diffamazione e la creazione di una nuova legge che non si rivolga soltanto ai giornalisti, ma anche a professionisti, politici, e ad ogni persona che incappi nel reato di diffamazione.

Spiega Balboni: «Abbiamo presentato questo ddl per rimettere mano alla disciplina della diffamazione, in particolare alla diffamazione a mezzo stampa. C’è da recepire alcuni orientamenti della giurisprudenza europea e anche di quella della Suprema Corte. La parte più rilevante del progetto di legge sta nella previsione della non punibilità dell’autore della presunta diffamazione ogni qual volta viene pubblicata una smentita».

Continua: «Se chi ha pubblicato una notizia diffamatoria della reputazione altrui si rende conto di aver sbagliato è giusto che abbia la possibilità di riparare». Invece, se «chi sbaglia vuole perseverare nell’errore è giusto che vada a processo. Si tratta di uno stimolo che la politica vuole offrire per una informazione sempre più corretta. Una forma di autodisciplina».

L’intenzione è quella di mettere nero su bianco un orientamento che, in realtà, fa già parte del nostro ordinamento giuridico, «perché le regole sono state già ampliate anche in occasione della Riforma Cartabia. Oggi, per tutti i reati perseguibili a querela, se l’autore del reato risarcisce il danno, il giudice, se ritiene il risarcimento commisurato al danno, proscioglie e dichiara estinto il reato per avvenuta riparazione del reato. È un caso in cui si può applicare la giustizia riparativa».

La proposta di legge parla di nuove procedure riguardo ai tempi ma anche ai meccanismi di Rettifica dell’interessato, sulle procedure di conciliazione e sulle sanzioni nei casi di inadempienza.

In caso di condanna e di processo, il ddl prevede  delle pene pecuniarie che partono da 5.000 e arrivano a 10.000 euro. In caso di attribuzione di uno specifico fatto che il giornalista sapeva di essere falso, le pene aumentano da 10.000 a 50.000 euro. La pena accessoria, invece, corrisponde nella pubblicazione della sentenza sul giornale.

Dinamiche complesse

Il tema, in realtà, è molto più complesso, e in particolare riguarda le querele temerarie rivolte contro i giornalisti. Gli osservatori del mondo dei media, da anni segnalano che la libertà di stampa viene messa in discussione proprio a causa di querele infondate, quelle che persone con potere presentano a costo zero contro i giornalisti che pubblicano delle inchieste, al fine di intimidirli e ma anche di prosciugarne le risorse economiche.

Un freelance, se rileva una querela che ritiene infondata, non è in grado di fronteggiare personalmente un eventuale condanna, soprattutto per quanto riguarda i costi. Per questo, di solito si preferisce pubblicare una rettifica, evitando in tal modo di incorrere in lunghi e costosi iter giudiziari.

Troviamo un passaggio nel ddl che introduce una proposta di punizione per le querele temerarie. Il giudice, infatti, potrebbe «condannare il querelante al pagamento di una somma da 2.000 a 10.000 euro a favore della cassa delle ammende», nei casi di dolo o di colpa grave.

La Commissione Europea, infatti, lo scorso aprile, ha presentato una raccomandazione al fine di incoraggiare tutti i Paesi Ue all’allineamento delle norme per la tutela dei giornalisti contro cause infondate, nei procedimenti civili e in quelli penali.

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Abrogato il rito Fornero con la sua doppia fase in primo grado, sostituendolo con un nuovo tipo di procedimento

Dal 28 febbraio, con l’introduzione della Riforma del Processo Civile, è stato abrogato il rito Fornero a favore di un procedimento più veloce e snello. Il nuovo procedimento verrà applicato a tutte le controversie nelle quali, attraverso l’impugnazione del provvedimento, viene proposta la domanda di reintegrazione.

Il rito Fornero è stato introdotto con la Legge 92/2012, al fine di rispondere alla necessità di assicurare maggior rapidità alla risoluzione delle controversie, che mettono in gioco alcuni diritti fondamentali come, per esempio, quello della conservazione del proprio posto di lavoro.

Il rito Fornero implicava che la domanda potesse riguardare solo la legittimità del licenziamento, e nulla di più. Il procedimento, inoltre, prevedeva lo svolgimento di due fasi in primo grado dinanzi ad un giudice del lavoro.

Il rito, nato dichiaratamente al fine di garantire maggior velocità durante i procedimenti in materia, togliendo carico di lavoro ai magistrati, in realtà ha portato ad un peggioramento della situazione. Infatti, non potevano essere introdotte ulteriori questioni se non inerenti alla legittimità del licenziamento.

Per discutere riguardo le differenze salariali, irregolarità dei pagamenti, errori di inquadramento, differenze nell’orario o sull’inadeguatezza dello stipendio, bisognava cominciare un procedimento diverso ma sempre dinanzi al giudice del lavoro.

Dunque, dinanzi ad un fascicolo e ad un procedimento, il giudice del lavoro spesso si trovava a trattare anche fino a tre procedimenti. Nelle sedi più piccole chi si occupava dei tre procedimenti era il magistrato stesso – circostanza che, seppur non illegittima, non era nemmeno ottima secondo l’oggettiva terzietà dell’organo giudicante in tutte le sue fasi.

Già nel 2015 si era discusso dell’evidente scarsa efficacia del rito Fornero, escludendo l’applicazione di tale rito nei confronti dei licenziamenti soggetti al regime delle tutele crescenti per i rapporti di lavoro instaurati dopo il 7 marzo 2015.

Ma è con la recente riforma del processo civile che cambiano le regole. Dal 28 febbraio è infatti abrogato il rito Fornero a favore di un procedimento più snello e veloce, privo del suo carattere bifasico e della sua rigidità.

Il nuovo procedimento per le controversie dei licenziamenti, ai sensi del nuovo art. 441-bis, si applica ad ogni controversia secondo la quale l’impugnazione del provvedimento espulsivo propone domanda di reintegrazione, anche nel caso in cui debbano essere risolte questioni che riguardano la qualificazione del rapporto.

Sarà il giudice a dettare i tempi del processo, con un solo vincolo, ovvero, che tra la notificazione del ricorso e la prima udienza devono passare almeno 20 giorni. Durante la fase di udienza, il giudice potrà disporre la trattazione congiunta delle domande presentate attraverso l’impugnamento del licenziamento, concentrando la fase istruttoria e quella decisoria.

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La piattaforma OnlyFans dovrà pagare l’Iva su tutto l’importo pagato dai fans ai creatori di contenuti. Questo grazie alla sentenza emessa dalla Corte di Giustizia Europea (C-695/20). Prima di questa decisione, l’Iva doveva essere pagata soltanto sul 20% delle rimesse

Nessun abuso di potere a danno della piattaforma OnlyFans. La Corte di Giustizia dell’UE ha, infatti, dato torto a OnlyFans, la piattaforma che mette in contatto i cosiddetti “creators” con i loro fan, che pagano per accedere a contenuti riservati.

La piattaforma OnlyFans, infatti, prevede che i creatori di contenuti guadagnino in base agli abbonamenti delle persone che si iscrivono alla piattaforma, i fan, per fruire dei loro contenuti riservati. Ogni creatore ha un profilo personale, sul quale pubblica contenuti quali foto, video o messaggi.

I fan possono accedere pagando un singolo contenuto specifico oppure attraverso degli abbonamenti mensili ed è prevista anche la possibilità di versare doni o mance. Le transazioni finanziare, la riscossione e la distribuzione dei pagamenti si rivolgono ad una società, la Fenix International. Ed è proprio qui che è nata la controversia.

Il contenzioso, infatti, è cominciato qualche anno fa nel Regno Unito, dove le autorità competenti avevano cominciato a svolgere degli accertamenti riguardo il pagamento dell’Iva da parte della Fenix International, che gestisce OnlyFans dal 2016.

L’amministrazione doganale e tributaria del Regno Unito aveva notificato degli avvisi di accertamento sull’Iva a Fenix, relativi al periodo tra il 2017 e il 2020. Fenix, che agiva a nome proprio, avrebbe dovuto assolvere l’Iva sul totale della somma di denaro ricevuta dai fan, e non soltanto sul 20% di questa somma.

In Gran Bretagna l’Iva prevede un’aliquota corrispondente dal 20%, che si applica su quasi tutti i beni e servizi, ad eccezione dei prodotti alimentari, dei libri e dell’abbigliamento per bambini.

Fenix International ha deciso di fare ricorso per la contestazione della validità sulla base giuridica degli avvisi di accertamento, ovvero, un regolamento di esecuzione che era stato emanato dal Consiglio Ue e volto alla precisazione della direttiva europea in materia di Iva.

Il giudice britannico ha chiesto il parere dei giudici comunitari, che hanno stabilito che la Corte Ue ha potuto pronunciarsi sul contenzioso poiché i fatti sono avvenuti durante il periodo di transizione successivo alla Brexit, periodo durante il quale il Regno Unito era ancora soggetto, in parte, alle norme Ue.

Il Consiglio Ue, senza andare oltre ai suoi poteri, ha precisato quindi che un gestore di una piattaforma come OnlyFans deve essere considerato come il prestatore presunto dei servizi forniti, al fine di pagare l’Iva. Dall’esame della questione pregiudiziale, dunque, non è emerso alcun elemento idoneo a mettere in discussione la validità della controversa disposizione sul regolamento d’esecuzione.

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«Il mio impegno sarà ispirato alla più ampia collegialità verso i protagonisti della giustizia»

Margherita Cassano è ufficialmente la prima donna presidente della Corte di Cassazione, nominata all’unanimità dal plenum del Consiglio superiore della magistratura.

In un’intervista a La Stampa Cassano dichiara: «Io questa presidenza non la vivo come un traguardo individuale, ma collettivo. Sono state tante le donne e tanti gli uomini che hanno lavorato nel tempo per un’effettiva parità tra i sessi in tutti i campi. Il mio impegno sarà ispirato alla più ampia collegialità verso tutti i protagonisti della Giustizia».

Cassano prende il posto di Pietro Curzio, ormai in procinto di andare in pensione. Ha ricevuto una pioggia di congratulazioni, sia dal mondo della politica che da quello delle istituzioni. Per Sergio Mattarella, Cassano «ha un eccellente profilo professionale. Sappiamo tutti che si tratta della prima donna chiamata a ricoprire questo ruolo; questo non ha influito, desidero però sottolinearlo, ricordando che 5 giorni fa ricorrevano i 60 anni dalla legge che ha immesso le donne in magistratura».

L’eccellente Curriculum di Cassano

Cassano è entrata nell’ordine giudiziario giovanissima, a 25 anni. Il primo incarico fu alla Procura di Firenze, nel 1981, dove si fa notare immediatamente, racconta il Consiglio Giudiziario al Csm, «per attaccamento al servizio, abilità nella conduzione delle istruttorie, quantità e qualità dei provvedimenti redatti e degli affari trattati».

L’anno successivo entra già a far parte del gruppo specializzato sulla criminalità e sugli stupefacenti, tema, quest’ultimo, al quale dedicherà anche delle pubblicazioni. Si occupa, parallelamente, di sequestri di persona, omicidi, reati finanziari e contro la PA, infortuni sul lavoro e di reati contro la libertà sessuale.

Lavora nella Direzione distrettuale antimafia di Firenze dal 1991 al 1998, al fianco del procuratore Pier Luigi Vigna. Nel 1998 entra a far parte dei componenti togati del Csm, con il gruppo Magistratura Indipendente, che rappresenta le toghe moderate. Fa parte della Sezione disciplinare per quattro anni.

Nel 2003, a fine mandato, approda in Cassazione. Viene assegnata alla Prima sezione penale, che presiederà in seguito. Da lì in poi si occupa di reati di violenza e omicidi. Nel 2016, invece, ritorna a Firenze come presidente della Corte d’Appello: quattro anni nei quali spinge verso l’informatizzazione e la riduzione dei tempi della Giustizia.

Nel 2020 diviene presidente aggiunto della Cassazione, e in soli 3 anni riesce a “scalare” la Suprema Corte, tenendo sempre ben salda la sua grande umanità, la sua capacità d’ascolto ed il suo rispetto per le persone. «Non dimentico il personale amministrativo. E poi il mondo dell’università, che è un costante stimolo a fare meglio. Da tutti mi aspetto un contributo propositivo di idee».

Una pioggia di complimenti, anche online

Il premier Giorgia Meloni si congratula via Twitter: «Congratulazioni a Margherita Cassano, nuovo Presidente della Corte di Cassazione e prima donna al vertice della Suprema Corte. A lei vanno le mie felicitazioni e i più sinceri auguri di buon lavoro».

Per il Guardasigilli Nordio, la nomina è «il traguardo di un percorso iniziato 60 anni fa, con l’ingresso delle prime donne in magistratura e rappresenta un ulteriore fondamentale passo in avanti verso l’effettiva parità di genere». Aggiunge: «La Presidente Cassano sarà un punto di riferimento per le giovani che sempre più numerose superano il concorso, per prestare un essenziale servizio alla Repubblica».

Alla data del 30 giugno 2022, le donne facenti parte della magistratura hanno superato numericamente i colleghi maschi: rappresentano il 55% del totale e sono 4.952. L’apripista fu la legge 66 del 1963, che permise alle donne di entrare in magistratura, disciplinando anche l’ammissione agli impieghi pubblici e a tutte le cariche.

Le prime 27 vincitrici di concorso entrarono nel 1965, e da quell’anno la percentuale ha cominciato ad aumentare sempre più, anche ai vertici.

Pinelli, il vicepresidente del Csm, ha parlato di un passaggio cruciale, sottolineando come questa nomina «giunge a coronamento del luminoso percorso professionale di altissimo livello e di assoluta eccellenza, coerente, del resto, con l’eccellenza professionale che è patrimonio della Corte di legittimità».

Maria Masi, invece, presidente del Cnf, ha dichiarato: «La nomina testimonia un momento importante nella storia del nostro paese e nel mondo della giustizia. Sono onorata di condividere un momento storico così favorevole al riconoscimento delle capacità professionali delle donne con la presidente Cassano, alla quale esprimo i miei più sentiti auguri di buon lavoro».

Non mancano anche i complimenti di Silvio Berlusconi, che arrivano dal suo profilo Instagram: «La nomina di Margherita Cassano a Primo Presidente della suprema Corte di Cassazione è un’ottima notizia per due ragioni. Prima di tutto per la sua straordinaria competenza giuridica, il grande equilibrio e il profondo senso delle istituzioni che hanno caratterizzato un’intera vita spesa al servizio della giustizia».

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Riforma Cartabia | AGGIORNAMENTO SERVICE1

Si comunica che, al fine di rendere disponibili le nuove funzionalità previste dalla Riforma della Giustizia Cartabia, i nostri programmatori stanno lavorando per l’aggiornamento di Service1.

Tutti gli aggiornamenti di Service1 saranno disponibili a breve, entro la sera del 1 marzo 2023.

Ricordiamo che è disponibile la guida per il deposito telematico con Service 1 al seguente link: Guide Depositi – SM Servicematica

Avvocati: addio all’esonero dei contributi 2023

È arrivato il momento di dire addio all’esonero del contributo minimo, decisione presa dai ministeri vigilanti, che hanno deciso di negare l’approvazione della delibera di Cassa Forense. Quest’ultima aveva infatti esteso l’esonero dal pagamento contributo minimo sin dal 2018. Compatto, il mondo dell’avvocatura, nel definire assurda questa decisione.

Temporaneamente abrogato dal 2018 al 2022, Cassa Forense aveva disposto la sospensione del contributo minimo anche per il 2023. Tuttavia, dopo la decisione presa dal ministero, informa la Cassa, l’ente dovrà riscuotere tale contributo, con la rata del 20 settembre 2023, nella misura di 770 euro.

È un provvedimento «assolutamente inaspettato», dice la Cassa, sulla quale si «riserva l’impugnazione», dato che «la delibera del Comitato era funzionale all’entrata in vigore, dal 2024, della riforma strutturale della Previdenza Forense, già all’esame degli stessi Ministeri».

Il costo contenuto dell’esonero, peraltro, leggiamo nella nota firmata da Valter Militi, «stimato in circa 25 milioni di euro è assolutamente compatibile con gli equilibri finanziari di lungo periodo dall’Ente, mentre il richiamo agli “effetti negativi sui saldi di finanza pubblica”, contenuto nella nota ministeriale, appare del tutto inconferente, stante il fatto che gli stessi vigilanti avevano approvato l’analogo provvedimento per il quinquennio 2018/2022».

Un diniego che non soltanto «lede l’autonomia dell’ente», ma anche «inutilmente vessatorio nei confronti degli iscritti e fondato su motivazioni non condivisibili».

La reazione del’AIGA

Anche l’Associazione dei giovani avvocati si dichiara preoccupata, tramite un comunicato stampa in cui commenta «l’assurda decisione».

Nella nota diffusa dal presidente Perchinunno leggiamo che «AIGA richiede con forza ai Ministeri Vigilanti di rivedere la decisione sulla delibera tenuto conto non solo dell’autonomia dell’Ente che verrebbe in tal modo lesa, ma anche delle esigenze della giovane avvocatura che necessita di essere sostenuta nel particolare momento storico che stiamo attraversando».

Avvocatura sempre più sola: la denuncia dell’OCF

La reazione dell’OCF, invece, è ancora più dura. «L’avvocatura, nel pieno della grave crisi economica, è stanca e arrabbiata: non è prudente abusare della sua pazienza», dice il coordinatore Mario Scialla.

Continua Scialla: «La mancata sospensione colpisce gli avvocati con i redditi più bassi in modo incomprensibile. Ciò che indigna di più, però, non sono tanto le non condivisibili ragioni tecniche alla base del diniego, ma alcuni passaggi della decisione, che dimostrano la totale mancanza di conoscenza di quella che è la difficile situazione che da anni vive l’avvocatura».

Nella decisione ministeriale, «si stigmatizza il fatto che circa un terzo degli iscritti dichiari un fatturato inferiore a 17.750 euro e quindi si invita Cassa Forense ad effettuare un puntuale approfondimento su costoro i quali, probabilmente, esercitano altre professioni, per le quali è richiesta l’iscrizione ad un albo, o ancor peggio, sono lavoratori dipendenti».

Per Scialla, è un’affermazione che «dimostra, chiaramente, che chi vigila su Cassa Forense non ha la minima idea di cosa significhi, in questi anni, lavorare e produrre reddito, cercando di assicurare la difesa, nonostante le pesanti disfunzioni della giustizia».

Denuncia ancora il coordinatore: «L’avvocatura è lasciata sempre più sola a combattere con le conseguenze sociali ed economiche di pandemia e guerra. C’è una bella differenza tra chi, nell’ambito della Pubblica Amministrazione, vive molto più comodamente la crisi, senza temere nulla dal punto di vista economico e chi, invece, dalla improduttività e inefficienza della giustizia deve trarre il suo sostegno, difendendo i diritti dei cittadini».

«L’avvocatura va aiutata e non mortificata, e alla stessa va ridata la giusta dignità che merita. Diversamente, si rischia una sua reazione».

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