Roma, 13 febbraio 2026 – Le parole del Procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, hanno trasformato la campagna referendaria sulla giustizia in uno scontro istituzionale di primo livello. Durante un’intervista, il magistrato ha dichiarato: «Voteranno per il sì indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
L’affermazione ha immediatamente acceso il dibattito, provocando reazioni ai vertici delle istituzioni e aprendo un fronte delicato sul ruolo pubblico dei magistrati in una fase di confronto referendario.
L’apertura della pratica al Csm
A seguito della bufera, il Consiglio Superiore della Magistratura ha aperto una pratica per valutare eventuali profili disciplinari legati alle dichiarazioni del Procuratore.
Gratteri, di fronte alle polemiche, ha precisato che il suo intervento sarebbe stato “strumentalizzato e parcellizzato”, chiarendo di aver espresso una valutazione personale: «Ho detto che a mio parere voteranno sì le persone a cui questo sistema conviene, ma non tutti quelli che votano sì sono appartenenti a centri di potere». In serata ha poi ribadito la propria posizione, respingendo l’idea che eventuali atti istituzionali possano metterlo a tacere.
Il caso, intanto, ha ulteriormente polarizzato il clima attorno al referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, previsto per metà marzo.
Le reazioni dell’Avvocatura
Dopo le reazioni istituzionali, sono arrivate anche le prese di posizione ufficiali dell’Avvocatura.
La Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane ha diffuso una nota molto critica. Secondo i penalisti, le dichiarazioni del Procuratore rischiano di sovrapporre indagine e colpevolezza, mettendo in discussione il principio della presunzione di innocenza. Nel comunicato si evidenzia come equiparare indagati, imputati e colpevoli rappresenti una visione incompatibile con i fondamenti del giusto processo.
La Giunta sottolinea inoltre che il video dell’intervento è pubblico e che le successive precisazioni non cancellano la portata delle parole pronunciate. Per le Camere Penali, la vicenda finirebbe per dimostrare – paradossalmente – l’attualità del tema della separazione delle carriere, ritenuta uno strumento per garantire un giudice realmente terzo e non condizionabile.
Sulla stessa linea l’Organismo Congressuale Forense (OCF), che in un proprio comunicato ha espresso “profondo sconcerto e ferma condanna” per dichiarazioni considerate idonee a “inquinare gravemente il dibattito pubblico”, spostando il confronto dal piano tecnico-giuridico a quello della delegittimazione morale.
L’OCF ha chiesto formalmente l’intervento del Csm affinché richiami il magistrato al rispetto dei doveri di riserbo e continenza propri della funzione, ribadendo la necessità che il confronto referendario torni sul terreno delle argomentazioni giuridiche e dell’efficienza del sistema giustizia.
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