ROMA – Il processo penale telematico (PPT) fatica a decollare. Nonostante il Ministero della Giustizia abbia confermato l’obbligo esclusivo del digitale per il deposito delle notizie di reato e degli atti nei giudizi per direttissima, molti tribunali stanno frenando la transizione. I presidenti di diverse corti hanno infatti adottato provvedimenti per mantenere il doppio binario analogico-digitale, segnalando le persistenti criticità tecniche che rischiano di bloccare l’attività giudiziaria.
La decisione segue il precedente di 87 tribunali che, a inizio anno, avevano già scelto di preservare il sistema misto per evitare il collasso del sistema. Tra le principali difficoltà segnalate, la lentezza della piattaforma ministeriale e l’impossibilità di generare automaticamente la firma digitale del cancelliere su alcuni atti fondamentali, come il decreto di giudizio immediato.
A Milano, il presidente del tribunale Fabio Roia ha disposto la sospensione dell’applicativo ministeriale fino al 30 giugno, permettendo il deposito anche in formato cartaceo. Situazione simile a Palermo, dove il presidente Piergiorgio Morosini ha rilevato problemi tecnici che ostacolano la digitalizzazione, minacciando persino gli obiettivi del PNRR.
L’avvocatura, intanto, insorge. L’Organismo Congressuale Forense (OCF) denuncia ritardi nell’iscrizione delle notizie di reato, difficoltà nel deposito degli atti e richieste arbitrarie di certificati, compromettendo il diritto di difesa. Anche le Camere Penali protestano: la gestione del fascicolo telematico sarebbe sbilanciata a favore della magistratura, con gli avvocati relegati al ruolo di meri depositanti senza reale accesso ai documenti.
Il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, è stato sollecitato a intervenire, ma il futuro del PPT resta incerto. Il rischio è che il progetto, anziché rappresentare un passo avanti verso la digitalizzazione della giustizia, si trasformi in un’ennesima riforma monca, incapace di rispondere alle reali esigenze degli operatori del diritto.
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