Uno dei mali principali della Giustizia italiana è l’eccessiva durata dei processi, che spesso si concludono con la prescrizione.
Ancora nel 2019 Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Ucpi dichiarava:
«i processi che si concludono per prescrizione sono il 10% del totale. In questo 10%, quelli in cui la prescrizione matura prima della sentenza di primo grado sono il 70%».
E proprio a causa dell’eccessiva durata di un procedimento, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia.
IL CASO PETRELLA
Il 28 luglio 2001 Vincenzo Petrella, avvocato ed ex presidente della squadra di calcio Casertana, querela il quotidiano Il Corriere di Caserta dopo la pubblicazione di articoli in cui veniva accusato corruzione e frode.
Petrella si costituisce parte civile e chiede un risarcimento di circa cinque milioni di euro, ma non riesce a far valere i propri diritti poiché la causa rimane ferma per più di 5 anni presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Salerno, cadendo così in prescrizione.
Nel 2007 il giudice per le indagini preliminari di Salerno interrompe definitivamente il procedimento, togliendo a Petrella anche la possibilità di agire civilmente, in base alle disposizioni dell’articolo 79 c.p.c. secondo cui «la costituzione di parte civile può avvenire per l’udienza preliminare», fase in cui è però avvenuta la prescrizione.
ECCESSIVA DURATA DEI PROCESSI. LA CONDANNA DI STRASBURGO
Il caso arriva innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che riconosce eccessiva la durata delle indagini preliminari, in totale violazione del requisito della ragionevole durata dei procedimenti.
La Corte evidenzia anche come Petrella non abbia neppure potuto ricorrere alla “Legge Pinto” per richiedere un’equo risarcimento per l’irragionevole durata del procedimento. Petrella dunque non ha avuto accesso ad alcuno strumento di diritto per contestare le tempistiche.
«A un attore non può essere richiesto di intentare una nuova azione in un tribunale civile, per gli stessi scopi della responsabilità civile, laddove il procedimento penale idoneo ad affrontare la domanda fosse scaduto per colpa delle autorità penali»
La Corte dunque ritiene siano stati violati l’articolo 6 (diritto ad un processo equo e all’accesso a un tribunale) e l’articolo 13 (diritto ad un ricorso effettivo) della CEDU, la Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali.
Pertanto, condanna l’Italia a risarcire Petrella della somma di 5.200€ per danni morali e 2.000€ per spese legali.
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