È corsa contro il tempo per la conversione del decreto Sicurezza, atteso alla Camera per il via libera definitivo entro il 25 aprile. Ma sul provvedimento si apre un confronto sempre più serrato, che coinvolge direttamente l’avvocatura e i suoi organi rappresentativi.
Al centro del dibattito c’è la norma che introduce un compenso per i legali impegnati nell’assistenza ai migranti per i rimpatri volontari, subordinato all’effettiva partenza dello straniero. Secondo i promotori, tra cui il senatore Marco Lisei, si tratterebbe di una possibilità e non di un obbligo, con l’obiettivo di riconoscere un’attività oggi non remunerata.
Tuttavia, le principali istituzioni forensi hanno espresso forti riserve.
Il Consiglio Nazionale Forense ha chiarito innanzitutto di non essere stato coinvolto nella stesura della norma, prendendo le distanze da un’impostazione che lo chiamerebbe a svolgere funzioni non previste dall’ordinamento. Il presidente Francesco Greco ha evidenziato come il CNF non possa in alcun modo erogare compensi agli avvocati, attività che spetta ad altri soggetti, come gli uffici presso le Corti d’appello nel caso del patrocinio a spese dello Stato. Resta inoltre sullo sfondo una questione di principio: il diritto di difesa, sancito dall’articolo 24 della Costituzione, non può essere condizionato da meccanismi economici legati all’esito della prestazione.
Sulla stessa linea l’Organismo Congressuale Forense, che ha proclamato lo stato di agitazione dell’intera avvocatura. L’OCF denuncia come la norma rischi di compromettere l’effettività del diritto di difesa, introducendo un potenziale conflitto di interessi: il difensore verrebbe incentivato verso un risultato – il rimpatrio – coerente con l’interesse dell’amministrazione, mettendo in discussione l’autonomia e la libertà della funzione difensiva.
Ancora più netta la posizione dell’Unione Nazionale delle Camere Civili, che parla di una scelta “grave” e incompatibile con il ruolo dell’avvocato. Il meccanismo previsto – un compenso di 615 euro subordinato alla partenza del migrante – viene interpretato come una forma di “premio di risultato” che altera il rapporto fiduciario tra difensore e assistito. Per i civilisti, l’avvocato non può essere neppure indirettamente orientato verso un esito, ma deve restare garante esclusivo dei diritti della persona, senza sovrapposizioni tra interesse del cliente, interesse dello Stato e interesse economico.
Le critiche non si fermano qui. Diverse associazioni e componenti del mondo politico hanno espresso perplessità sulla norma, mentre all’interno della stessa maggioranza emergono richieste di correzione. Noi Moderati ha già definito l’intervento una “forzatura normativa”, chiedendone la revisione in un successivo provvedimento.
Il nodo, in definitiva, è sistemico. Da un lato si introduce un incentivo economico legato a un esito che coincide con una finalità pubblica; dall’altro si ridimensionano strumenti fondamentali come il patrocinio a spese dello Stato. Un equilibrio che, secondo l’avvocatura, rischia di incrinare i principi costituzionali e di compromettere la credibilità della funzione difensiva.
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