Gli strumenti di intelligenza artificiale generativa sono ormai entrati nella cassetta degli attrezzi di molti studi legali, utili per la ricerca di giurisprudenza e la prima stesura degli atti. Ma portano con sé un rischio ormai noto anche ai non addetti ai lavori: quello delle cosiddette allucinazioni, contenuti plausibili nella forma e del tutto falsi nella sostanza. La Cassazione penale ha appena chiarito, con una delle prime pronunce esplicite sul tema, cosa succede quando queste allucinazioni finiscono in un atto processuale.
Il caso riguardava un ricorso contro un’ordinanza della Corte d’appello di Napoli, in funzione di giudice dell’esecuzione, che aveva dichiarato inammissibile un’istanza di revoca di un ordine di demolizione per abuso edilizio. Il difensore sosteneva l’irrilevanza di un vizio anagrafico nell’atto di nomina, richiamando a sostegno tre precedenti della Suprema Corte che, alla verifica, si sono rivelati inesistenti: numeri di sentenza mai emessi, oppure riferiti a casi che con la questione discussa non avevano nulla a che fare.
Con la sentenza n. 23006/2026, la terza sezione penale ha dichiarato il ricorso inammissibile, osservando che il richiamo a giurisprudenza mai pronunciata “rivela che il ricorso è stato proposto in violazione del dovere di controllo e con un grado di negligenza che supera la soglia dell’errore scusabile”. Una qualificazione della colpa che ha conseguenze dirette sulla misura della sanzione.
La Corte non condanna lo strumento in sé: il problema non è l’uso dell’intelligenza artificiale nella ricerca o nella redazione, ma l’assenza di verifica da parte del professionista, che resta l’unico responsabile di quanto sottoscrive. La tecnologia può assistere il lavoro difensivo, non sostituirlo nel controllo finale su norme, sentenze e principi di diritto richiamati: prima del deposito, ogni riferimento giurisprudenziale andrebbe riscontrato sulle banche dati ufficiali, allo stesso modo in cui si controllerebbe una massima trovata su un manuale o suggerita da un collega.
Sul piano pratico, la Cassazione ha fissato la sanzione a 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende, un importo superiore alla misura ordinaria e determinato in via equitativa proprio in ragione della gravità della negligenza riscontrata.
Il caso si aggiunge a un filone di pronunce di merito emerso nei mesi scorsi davanti a diversi tribunali italiani, segno che il fenomeno non è isolato né limitato a un singolo settore del diritto. Per gli studi legali la lezione pratica riguarda meno la tecnologia e più l’organizzazione interna: servono protocolli di verifica sistematica di ogni citazione prodotta con l’ausilio dell’IA, prima che l’atto lasci lo studio, con una responsabilità di controllo che difficilmente potrà essere delegata a un praticante o considerata un passaggio accessorio.
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