Nel cuore della rivoluzione digitale immaginata da Alan Turing oltre settant’anni fa, il mondo del lavoro sta cambiando volto. Professioni che un tempo sembravano intoccabili vengono progressivamente automatizzate, mentre nuove figure emergono per accompagnare e addestrare le intelligenze artificiali. È una trasformazione silenziosa ma radicale, che riguarda anche l’Italia e coinvolge sempre più settori.
Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, entro il 2030 il 22% degli impieghi formali sarà trasformato da automazione, IA e crisi geopolitiche. Se da un lato si prevede la creazione di 170 milioni di nuovi posti di lavoro, dall’altro ben 92 milioni scompariranno o saranno riconvertiti. Un saldo positivo, sì, ma accompagnato da un dato allarmante: il 39% delle competenze oggi richieste sarà obsoleto in meno di cinque anni.
Tra le nuove professioni più richieste spicca quella dell’addestratore di chatbot. Lavoratori che, dietro schermi anonimi, valutano centinaia di conversazioni generate dalle macchine, selezionano la risposta più adatta, correggono testi ambigui e segnalano errori di tono o contenuto. È il mestiere dell’AI trainer, parte di quella branca nota come Reinforcement Learning from Human Feedback: insegnare alle macchine a essere più precise e comprensibili grazie al giudizio umano.
A livello globale, aziende come Scale AI — la startup californiana fondata dai giovani Alexandr Wang e Lucy Guo — impiegano oltre 100.000 collaboratori per queste attività. Pagati a cottimo, i freelance di Scale guadagnano tra i 20 e i 50 dollari per compito, a seconda della complessità. In Italia, però, la figura dell’addestratore di chatbot non è ancora riconosciuta da alcun codice Ateco, e viene genericamente classificata tra le consulenze informatiche.
Intanto, l’automazione avanza ovunque. Nei magazzini di Amazon è stato superato il milione di robot in funzione, mentre nei centri logistici più automatizzati si elaborano oltre 2.000 pacchi al giorno per addetto, contro i 175 di pochi anni fa. E mentre le macchine imparano a parlare, a scrivere e a svolgere mansioni operative, il mercato del lavoro si polarizza.
Secondo il Financial Times, l’adozione massiccia dell’intelligenza artificiale nei grandi studi legali e nelle banche sta spezzando la catena di trasmissione delle competenze tra senior e junior. I più giovani rischiano di non apprendere il pensiero critico necessario a correggere gli errori degli algoritmi, aggravando così il problema della qualità e del controllo umano.
Anche il settore dell’insegnamento delle lingue subisce il contraccolpo. Due mesi fa Duolingo ha annunciato il licenziamento dei propri collaboratori esterni, sostituiti con chatbot potenziati da intelligenza artificiale. Una scelta giustificata dal ceo Luis von Ahn come “necessaria per competere sul mercato”, ma che riduce ulteriormente le occasioni di lavoro qualificato.
Lo stesso vale per il customer service: piattaforme come Klarna hanno tentato di affidare le relazioni con i clienti ai chatbot, salvo poi dover fare marcia indietro a causa del calo di qualità. E nuove funzioni di traduzione simultanea, come quelle presentate da Google Meet, minacciano la sopravvivenza del mestiere dell’interprete.
Lo scenario è complesso. Secondo Dario Amodei, ceo di Anthropic, nei prossimi cinque anni l’intelligenza artificiale potrebbe eliminare fino al 50% dei ruoli impiegatizi di primo livello negli Stati Uniti, con un tasso di disoccupazione tra il 10 e il 20%. Il pericolo, avverte Amodei, è che né le aziende né i governi stiano preparando misure adeguate per gestire una transizione equa.
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