Dai magazzini ai tribunali, l’intelligenza artificiale riscrive le regole del lavoro

Nel cuore della rivoluzione digitale immaginata da Alan Turing oltre settant’anni fa, il mondo del lavoro sta cambiando volto. Professioni che un tempo sembravano intoccabili vengono progressivamente automatizzate, mentre nuove figure emergono per accompagnare e addestrare le intelligenze artificiali. È una trasformazione silenziosa ma radicale, che riguarda anche l’Italia e coinvolge sempre più settori.

Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, entro il 2030 il 22% degli impieghi formali sarà trasformato da automazione, IA e crisi geopolitiche. Se da un lato si prevede la creazione di 170 milioni di nuovi posti di lavoro, dall’altro ben 92 milioni scompariranno o saranno riconvertiti. Un saldo positivo, sì, ma accompagnato da un dato allarmante: il 39% delle competenze oggi richieste sarà obsoleto in meno di cinque anni.

Tra le nuove professioni più richieste spicca quella dell’addestratore di chatbot. Lavoratori che, dietro schermi anonimi, valutano centinaia di conversazioni generate dalle macchine, selezionano la risposta più adatta, correggono testi ambigui e segnalano errori di tono o contenuto. È il mestiere dell’AI trainer, parte di quella branca nota come Reinforcement Learning from Human Feedback: insegnare alle macchine a essere più precise e comprensibili grazie al giudizio umano.

A livello globale, aziende come Scale AI — la startup californiana fondata dai giovani Alexandr Wang e Lucy Guo — impiegano oltre 100.000 collaboratori per queste attività. Pagati a cottimo, i freelance di Scale guadagnano tra i 20 e i 50 dollari per compito, a seconda della complessità. In Italia, però, la figura dell’addestratore di chatbot non è ancora riconosciuta da alcun codice Ateco, e viene genericamente classificata tra le consulenze informatiche.

Intanto, l’automazione avanza ovunque. Nei magazzini di Amazon è stato superato il milione di robot in funzione, mentre nei centri logistici più automatizzati si elaborano oltre 2.000 pacchi al giorno per addetto, contro i 175 di pochi anni fa. E mentre le macchine imparano a parlare, a scrivere e a svolgere mansioni operative, il mercato del lavoro si polarizza.

Secondo il Financial Times, l’adozione massiccia dell’intelligenza artificiale nei grandi studi legali e nelle banche sta spezzando la catena di trasmissione delle competenze tra senior e junior. I più giovani rischiano di non apprendere il pensiero critico necessario a correggere gli errori degli algoritmi, aggravando così il problema della qualità e del controllo umano.

Anche il settore dell’insegnamento delle lingue subisce il contraccolpo. Due mesi fa Duolingo ha annunciato il licenziamento dei propri collaboratori esterni, sostituiti con chatbot potenziati da intelligenza artificiale. Una scelta giustificata dal ceo Luis von Ahn come “necessaria per competere sul mercato”, ma che riduce ulteriormente le occasioni di lavoro qualificato.

Lo stesso vale per il customer service: piattaforme come Klarna hanno tentato di affidare le relazioni con i clienti ai chatbot, salvo poi dover fare marcia indietro a causa del calo di qualità. E nuove funzioni di traduzione simultanea, come quelle presentate da Google Meet, minacciano la sopravvivenza del mestiere dell’interprete.

Lo scenario è complesso. Secondo Dario Amodei, ceo di Anthropic, nei prossimi cinque anni l’intelligenza artificiale potrebbe eliminare fino al 50% dei ruoli impiegatizi di primo livello negli Stati Uniti, con un tasso di disoccupazione tra il 10 e il 20%. Il pericolo, avverte Amodei, è che né le aziende né i governi stiano preparando misure adeguate per gestire una transizione equa.

Caso Almasri, Pnrr e carceri: la magistratura sfida il governo Nordio

“Inaccettabile. Non possiamo consentire che si parli di una vendetta dei magistrati”. È una presa di posizione dura quella espressa ieri dall’Associazione Nazionale Magistrati (Anm), riunita in comitato centrale, che ha puntato il dito contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio e i vertici di Fratelli d’Italia, accusati di tentare goffamente di scaricare sulla magistratura la responsabilità di fughe di notizie nel caso Almasri e di insuccessi nella gestione del comparto giustizia.

Il presidente Cesare Parodi e il segretario generale Rocco Maruotti hanno affrontato i dossier più delicati: dall’imbarazzante vicenda del torturatore libico rimpatriato dal governo con un volo di Stato, fino ai mancati progressi sugli obiettivi Pnrr e al dramma del sovraffollamento carcerario.

Sul caso Almasri, l’Anm ha respinto con fermezza le illazioni che vedrebbero i magistrati dietro la diffusione di mail e documenti riservati del Ministero della Giustizia, che proverebbero come la decisione di rimpatriare il libico — condannato per torture — sia stata una scelta esclusivamente politica, poi maldestramente attribuita alla Corte d’Appello di Roma.

“Non solo è falso, ma è offensivo immaginare che si tratti di una ritorsione dei giudici per contrastare la riforma Nordio-Meloni”, ha sottolineato Maruotti, aggiungendo che il tentativo di far passare l’accertamento della verità per un sabotaggio corporativo è una narrazione che l’Anm respinge con determinazione.

Obiettivi Pnrr a rischio
Non meno preoccupante, nella valutazione dei magistrati, è la corsa contro il tempo per rispettare gli impegni presi con Bruxelles sul Disposition time — la durata media dei processi civili — e sullo smaltimento di oltre 200mila sentenze arretrate. Obiettivi che rischiano di saltare per mancanza di personale amministrativo, risorse e organici adeguati.

Parodi ha ricordato come “il ministero abbia richiesto proposte e disponibilità, e i magistrati, come sempre, non si sono sottratti”, ma ha ammonito: “Se non riusciranno per colpa di iniziative tardive, non dicano che è responsabilità dei giudici: sarebbe un falso clamoroso”. Il rischio concreto, qualora gli obiettivi saltassero, è la restituzione di miliardi di euro all’Unione Europea.

Emergenza carceri e sciopero della fame
Acceso anche il fronte carcerario, dove l’Anm ha lanciato un appello a favore di una raccolta straordinaria di firme per denunciare l’insostenibile sovraffollamento delle strutture penitenziarie italiane. Numerose toghe, inoltre, hanno aderito allo sciopero della fame a staffetta promosso dall’associazione Nessuno tocchi Caino.

Parodi, storico volto della magistratura torinese e presidente Anm da febbraio, ha sottolineato che “la responsabilità politica della situazione carceraria è sotto gli occhi di tutti” e ha rimarcato il rischio di una frattura tra il vertice istituzionale della giustizia e chi ogni giorno ne garantisce il funzionamento nei tribunali.

Meta, OpenAI e il mercato dei cervelli: l’IA che arricchisce pochi e precarizza molti

Nel vorticoso mondo dell’intelligenza artificiale, dove le promesse di rivoluzione si alternano a rischi e polemiche, c’è una sola bussola in grado di indicare davvero la direzione: il denaro. È seguendo i flussi miliardari degli investimenti che si scopre una delle tendenze più rilevanti di questa fase: la competizione sfrenata tra big tech per assicurarsi i migliori cervelli del settore. Una vera e propria “guerra per le superstar” della ricerca, a suon di stipendi che nulla hanno da invidiare a quelli dei top manager o dei fuoriclasse dello sport.

Nelle ultime settimane, il caso più clamoroso è stato quello di Meta, che ha lanciato un’offensiva senza precedenti per reclutare esperti dai laboratori di OpenAI e Google DeepMind per il proprio nuovo polo di superintelligenza, affidato ad Alexandr Wang, fondatore di Scale AI, valutata circa 14 miliardi di dollari. Secondo indiscrezioni, Mark Zuckerberg avrebbe messo sul piatto offerte da decine di milioni tra salari, bonus e stock option, puntando soprattutto su talenti di origine asiatica, un bacino ormai strategico nel panorama globale dell’IA.

La mossa non è piaciuta a Sam Altman, numero uno di OpenAI, che ha stigmatizzato la strategia di Meta definendola una caccia ai “mercenari”, contrapposti ai “missionari” che ancora crederebbero nella visione originaria dell’intelligenza artificiale come bene pubblico. Ma la verità, come spesso accade, è più complessa.

Quando OpenAI nacque nel 2015 come no-profit — fondata dallo stesso Altman e da Elon Musk — l’obiettivo era proprio quello di sottrarre alla sola Google il controllo sui migliori talenti, facendo leva più sugli ideali che sugli stipendi. Una strategia che riuscì a coinvolgere figure di spicco come Ilya Sutskever. Ma con la trasformazione dell’IA in un business miliardario, anche OpenAI è diventata una macchina di raccolta fondi, valutazioni stellari e investimenti senza sosta, dove convincere qualcuno a unirsi “per la missione” è diventato sempre più difficile.

L’effetto superstar ha così trasformato ricercatori un tempo sconosciuti, abituati a pubblicare in conferenze di settore, in figure pagate quanto amministratori delegati di grandi aziende europee. E non solo negli Stati Uniti: anche in Cina la corsa al talento ha preso una piega analoga, con aziende di robotica e intelligenza artificiale che offrono salari fino a tre volte superiori alla media per assicurarsi i migliori specialisti, nell’ambito di una competizione globale sempre più serrata.

Ma questo vertice dorato convive con una base lavorativa sempre più fragile. Mentre gli stipendi delle élite intellettuali dell’IA crescono, il resto del settore tecnologico fatica. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics americano, le offerte di lavoro per programmatori e sviluppatori sono diminuite sensibilmente rispetto al picco del 2022, complice l’arrivo delle tecnologie generative che automatizzano molte mansioni di livello intermedio.

Lo stesso Dario Amodei, ceo di Anthropic — una delle startup più promettenti del settore — ha avvertito che l’adozione di sistemi di IA avanzata potrebbe eliminare nel giro di cinque anni metà degli impieghi entry-level in ambiti come tecnologia, consulenza, finanza e servizi legali. In un memorandum inviato ai colleghi, Amodei ha sottolineato l’urgenza di prepararsi a una polarizzazione del mercato del lavoro senza precedenti.

A fronte di una ristretta élite di ricercatori superstar, stipendiati a peso d’oro, si profila dunque una massa crescente di lavoratori sottopagati e con prospettive sempre più limitate. E se da un lato i data center richiedono ingenti competenze informatiche e specializzazioni di altissimo livello, dall’altro continua a crescere la domanda di figure tecniche e manuali, come elettricisti e idraulici industriali, indispensabili per il funzionamento di quegli stessi impianti.

Jensen Huang, ceo di NVIDIA, ha recentemente sottolineato come i partner industriali della sua azienda non siano soltanto eccellenti programmatori, ma anche abili “idraulici digitali”, capaci di gestire i complessi sistemi di raffreddamento dei data center, vero cuore fisico della nuova era digitale.

Il ciclo dell’intelligenza artificiale, insomma, non è solo algoritmi, cloud e cervelli strapagati. È anche un ecosistema che accentua le disuguaglianze, crea nuove élite e lascia sul terreno migliaia di posti di lavoro qualificati, ridisegnando silenziosamente le gerarchie economiche e sociali del nostro tempo.

Dazi al 30%: costo fino a 35 miliardi. A rischio è soprattutto il sud

I dazi doganali al 30 per cento voluti dall’Amministrazione Trump potrebbero innescare una serie di effetti diretti sulle nostre esportazioni, ma anche indiretti – come l’ulteriore apprezzamento dell’euro, un aumento dell’incertezza dei mercati finanziari e un incremento del costo di molte materie prime – in grado di provocare un danno economico al nostro sistema produttivo fino a 35 miliardi di euro all’anno. Praticamente una finanziaria. E a pagare il conto più salato potrebbero essere le regioni del Sud. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA.

Le più a rischio sono le regioni del sud

Concentrando l’attenzione solo sulle vendite di beni verso gli USA, i dazi generalizzati al 30 per cento imposti dal Presidente Trump potrebbero penalizzare, in particolare, le esportazioni del Mezzogiorno.  A differenza del resto del Paese, infatti, la quasi totalità delle regioni del Sud presenta una bassa diversificazione dei prodotti venduti nei mercati esteri. Pertanto, se dopo l’acciaio, l’alluminio e i loro derivati, gli autoveicoli e la componentistica auto gli USA – e, a catena, altri Paesi del mondo – decidessero di innalzare le barriere commerciali anche ad altri beni, gli effetti negativi per il nostro sistema produttivo potrebbero abbattersi maggiormente nei territori dove la dimensione economica dell’export è fortemente condizionata da pochi settori merceologici.

L’analisi realizzata dall’Ufficio studi della CGIA si fonda sulla misurazione dell’indice di diversificazione di prodotto dell’export per regione; parametro che pesa il valore economico delle esportazioni dei primi 10 gruppi merceologici sul totale regionale delle vendite all’estero. Laddove l’indice di diversificazione è meno elevato, tanto più l’export regionale è differenziato, risultando così meno sensibile a eventuali sconvolgimenti nel commercio internazionale. Diversamente, tanto più è elevata l’incidenza del valore dei primi 10 prodotti esportati sulle vendite all’estero complessive, quel territorio risulta essere più esposto alle potenziali congiunture negative del commercio internazionale.

Le più a rischio sono Sardegna, Molise e Sicilia

La regione che a livello nazionale presenta l’indice di diversificazione peggiore è la Sardegna (95,6 per cento), dove domina l’export dei prodotti derivanti della raffinazione del petrolio. Seguono il Molise (86,9 per cento) – caratterizzato da un peso particolarmente elevato della vendita dei prodotti chimici/materie plastiche e gomma, autoveicoli e prodotti da forno – e la Sicilia (85 per cento), che presenta una forte vocazione nella raffinazione dei prodotti petroliferi. Tra le realtà territoriali del Mezzogiorno, solo la Puglia presenta un livello di diversificazione elevato (49,8 per cento). Un dato che la colloca al terzo posto a livello nazionale tra le regioni potenzialmente meno a rischio da un’eventuale estensione dei dazi ad altri prodotti merceologici.

Le meno coinvolte parrebbero la Lombardia e il Nordest

Ad eccezione della Puglia, le aree geografiche che, invece, potrebbero subire degli effetti negativi più contenuti di quelli previsti in capo alle regioni del Mezzogiorno sono la Lombardia (con un indice del 43 per cento), il Veneto (46,8), la Puglia (49,8), il Trentino Alto Adige (51,1), l’Emilia Romagna (53,9) e il Piemonte (54,8).

Separazioni e spese extra per i figli: il Tribunale di Milano aggiorna le regole 2025

Chi paga cosa tra genitori separati quando si tratta di spese extra per i figli? A chiarirlo arrivano le linee guida 2025 del Tribunale di Milano, uno strumento ormai di riferimento per tutta Italia, sottoscritto da Corte d’appello, Tribunale ordinario, Ordine degli avvocati e Osservatorio sulla giustizia civile. Un vademecum pensato per ridurre i conflitti nelle ex coppie, garantendo trasparenza, rapidità nei rimborsi e soprattutto tutela dell’interesse dei minori e dei maggiorenni non economicamente autosufficienti.

Un principio semplice: il mantenimento mensile copre le spese ordinarie — vitto, abbigliamento, materiale scolastico di base e medicinali da banco — mentre tutto ciò che è extra va suddiviso in base a regole chiare, distinte fra ordinarie prevedibili e straordinarie eccezionali.

Quando serve il consenso di entrambi

Le nuove linee guida prevedono che alcune spese straordinarie necessitino sempre del consenso preventivo di entrambi i genitori, pena l’inammissibilità della richiesta di rimborso. È il caso di:

  • Acquisto di smartphone, tablet e dispositivi elettronici
  • Supporto psicologico
  • Iscrizioni a scuole private, master e corsi universitari post-laurea
  • Corsi di lingue, musica e attività sportive extra-curriculari
  • Patente di guida, motorini, microcar e relative spese di gestione
  • Vacanze, soggiorni studio e stage all’estero o fuori sede

In questi casi, senza accordo o dissenso motivato per iscritto entro dieci giorni, scatta il principio del silenzio-assenso: se il genitore non collocatario non risponde, si presume il suo consenso.

Le spese che non richiedono concertazione

Per molte spese ricorrenti e ordinarie non è necessario il consenso dell’altro genitore. Rientrano in questa categoria:

  • Visite specialistiche prescritte, ticket sanitari e farmaci prescritti
  • Cure dentistiche urgenti o presso strutture pubbliche
  • Tasse scolastiche e universitarie pubbliche
  • Libri di testo e materiale scolastico
  • Mensa scolastica, abbonamento ai trasporti pubblici
  • Pre-scuola, doposcuola e centri estivi pubblici o parrocchiali
  • Occhiali da vista prescritti e presidi sanitari prescritti dal medico

In questi casi basta documentare la spesa e inviare i giustificativi entro 30 giorni, con modalità che ne garantiscano la ricezione. Il rimborso deve avvenire entro 15 giorni dalla richiesta.

Spese per figli con disabilità: priorità assoluta

La versione 2025 introduce una sezione dedicata ai figli con disabilità, aggiornata in base al decreto legislativo 62/2024. Non serve il previo accordo per le spese sanitarie e assistenziali: visite, presidi, terapie riabilitative, veicoli modificati e cani-guida rientrano tra gli esborsi immediatamente rimborsabili se sostenuti dal genitore affidatario, documentati e in linea con le necessità del minore.

Il criterio dell’eccezionalità prevedibile

Una novità rilevante riguarda la distinzione tra spese straordinarie prevedibili, come il pagamento annuale di tasse scolastiche o le cure dentistiche programmate, e quelle imprevedibili e urgenti, come interventi chirurgici o terapie improvvise. Solo per le spese imprevedibili di rilevante entità è richiesto il consenso salvo urgenza, per le altre basta seguire le percentuali fissate dal giudice o dagli accordi fra le parti.

Rimborso e azioni esecutive

Se il genitore non collocatario si rifiuta di pagare la sua quota, il genitore affidatario può utilizzare direttamente la sentenza di separazione come titolo esecutivo per ottenere il rimborso tramite precetto, senza bisogno di nuovo giudizio.

Un principio ribadito anche di recente dal Tribunale di Ragusa: la spesa per uno psicologo sostenuta senza accordo è inammissibile se l’altro genitore aveva manifestato dissenso motivato, annullando così il precetto di rimborso.

Responsabilità sanitaria, accertamento tecnico e rimborso spese: quando l’azione è inammissibile

Non basta sostenere di aver ragione per adire il giudice: occorre che la causa abbia una reale utilità pratica. È il principio riaffermato dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 13385 del 20 maggio 2025, che ha rigettato il ricorso di un odontoiatra il quale, dopo essere uscito indenne da un accertamento tecnico preventivo (Atp) in materia sanitaria, aveva promosso un giudizio di accertamento negativo della propria responsabilità, finalizzato esclusivamente a ottenere il rimborso delle spese sostenute per consulenti e legali.

Secondo la Suprema Corte, un’azione di accertamento negativo è ammissibile solo se sorretta da un concreto e attuale interesse a ottenere l’accertamento richiesto, così come stabilito dall’articolo 100 del Codice di procedura civile. Non è sufficiente, invece, che l’unico scopo sia recuperare le spese affrontate durante la fase di Atp, che la legge considera fase stragiudiziale e non giudiziale.

La vicenda: accertamento favorevole ma richiesta di rimborso respinta

Il caso nasce da una procedura di accertamento tecnico preventivo avviata da un paziente nei confronti di un odontoiatra, per verificare l’eventuale responsabilità sanitaria del professionista. L’esito della consulenza fu favorevole al medico, escludendo ogni profilo di colpa. Tuttavia, il sanitario ha deciso di promuovere ugualmente un giudizio di accertamento negativo, con il solo obiettivo di ottenere il rimborso delle spese sostenute nella fase di Atp.

Respinto sia in appello che in Cassazione, il ricorso è stato giudicato inammissibile. I giudici di legittimità hanno osservato che il paziente convenuto non aveva più sollevato alcuna contestazione o pretesa risarcitoria dopo l’Atp, assumendo un atteggiamento processuale inerte. Venuto meno, quindi, ogni interesse concreto a chiarire la situazione controversa, è mancata la legittimazione ad agire.

Le spese di Atp: stragiudiziali e non di soccombenza

La Cassazione ha ricordato che le spese sostenute in un procedimento di Atp ex articolo 696-bis c.p.c. — condizione di procedibilità per le cause di responsabilità sanitaria — non sono considerate spese processuali ma spese stragiudiziali. Non possono dunque essere liquidate come spese di soccombenza ai sensi dell’articolo 91 c.p.c. al di fuori di un giudizio ordinario di merito. Possono costituire una voce di danno emergente, e come tali essere richieste in rimborso, solo nell’ambito di una causa effettiva in cui la responsabilità sia ancora controversa.

Se la parte avversa non ha più nulla da chiedere o contestare, manca l’interesse ad agire. E l’azione, chiarisce la Suprema Corte, non può essere utilizzata per conseguire unicamente il rimborso delle spese di Atp, pena la sua inammissibilità.

Il principio: l’interesse ad agire deve essere concreto, attuale e non strumentale

Con questa ordinanza, la Cassazione ha riaffermato il principio secondo cui un’azione di accertamento negativo è ammissibile solo se volta a definire una reale situazione di incertezza giuridica tra le parti, e non può essere strumentalizzata per scopi meramente patrimoniali o risarcitori riferiti a spese stragiudiziali.

Un chiarimento utile per il contenzioso in materia di responsabilità sanitaria, dove la procedura di Atp rappresenta spesso una fase determinante per evitare o deflazionare il processo ordinario. Ma proprio per questa ragione, i giudici di merito e di legittimità vigilano affinché non se ne faccia un uso improprio o pretestuoso.

Parcelle degli avvocati, il giudice non può scendere sotto il 50% dei parametri forensi

Parcelle e liquidazioni delle spese processuali: un tema sempre attuale e tornato di recente all’attenzione grazie a una sentenza della Corte di Cassazione, sezione lavoro, depositata l’11 luglio 2025 (n. 19049). I giudici di Piazza Cavour hanno ribadito un principio fermo: nella liquidazione a carico del soccombente, il giudice non può mai ridurre il compenso del difensore oltre il 50% rispetto ai valori medi dei parametri forensi stabiliti dal Ministero della Giustizia.

Si tratta di una soglia di equità che trova fondamento diretto nella Costituzione e nel principio dell’equo compenso fissato dall’articolo 13-bis della legge n. 247 del 2012, introdotto con il decreto-legge n. 148 del 2017. La norma dispone che il compenso si presume equo se conforme ai parametri ministeriali; liquidazioni irrisorie o meramente simboliche – avverte la Cassazione – mortificano la professionalità e sviliscono la funzione difensiva, in contrasto con la dignità della professione forense e con il diritto di difesa dei cittadini.

Un valore pubblico da proteggere

La pronuncia si inserisce nel quadro di tutela dell’autonomia professionale e della qualità dell’attività difensiva. Il legislatore, già dal 2008, ha voluto rafforzare la protezione degli avvocati anche nei confronti di “contraenti forti” — banche, assicurazioni e grandi imprese — introducendo norme sull’equo compenso. Con il decreto 148/2017 si è voluto assimilare i parametri minimi fissati dal decreto ministeriale alla misura dell’equo compenso, rimuovendo ogni discrezionalità in eccesso ai giudici e rafforzando la tutela dei professionisti.

La questione europea: il caso bulgaro non fa testo

A complicare il quadro era intervenuta, a gennaio 2024, una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea (C-0438/22), che aveva dichiarato contraria ai principi di concorrenza europei una normativa bulgara che imponeva minimi obbligatori per gli avvocati. Tuttavia, osserva la Cassazione, il contesto italiano è radicalmente diverso. I parametri forensi nazionali sono infatti approvati con decreto ministeriale, previo parere del Consiglio di Stato, e lasciano al giudice margini di discrezionalità più ampi nella liquidazione, oltre alla possibilità per le parti di concordare liberamente compensi diversi.
Non solo: la normativa italiana tutela anche un interesse di ordine pubblico, assicurando che il compenso minimo dell’avvocato non scenda mai sotto una soglia dignitosa, in modo da garantire l’indipendenza della funzione difensiva e la qualità della prestazione professionale. Secondo la Cassazione, la sentenza europea non può sovvertire questa impostazione nazionale né essere automaticamente applicata al nostro ordinamento.

Un indirizzo ormai consolidato

La sentenza del luglio 2025 conferma la direzione già tracciata dal legislatore e dalla giurisprudenza amministrativa. Non a caso, il decreto Giustizia n. 37/2018 ha eliminato dal testo del precedente decreto 55/2014 la formula “di regola”, che consentiva al giudice di derogare ai minimi. Una scelta deliberata per rimuovere ogni incertezza interpretativa e valorizzare il ruolo degli avvocati nel sistema giudiziario.

Dazi USA: un costo fino a 12 miliardi

L’Ufficio studi della CGIA comunica che nel caso i dazi imposti dall’Amministrazione Trump dovessero rimanere gli stessi di oggi[1] costerebbero al nostro Paese 3,5 miliardi di euro circa di mancate esportazioni. Se, invece, le tariffe doganali dovessero essere innalzate al 20 per cento, il danno economico ammonterebbe fino a 12 miliardi di euro. Sono stime che sono state riprese dalle elaborazioni fatte qualche mese fa dall’Ocse; importi che non includevano l’impatto economico di eventuali tariffe che potrebbero essere applicate su singoli prodotti merceologici.

L’Italia è un Paese con una forte vocazione all’export verso gli USA (nel 2024 la dimensione economica è stata pari a 64,7 miliardi di euro) e in attesa che il Presidente Trump ufficializzi l’intensità dei dazi, le cifre richiamate più sopra dovranno “misurarsi” con i seguenti interrogativi:

a) i consumatori e le imprese statunitensi sostituiranno i beni finali e intermedi italiani con quelli autoctoni o di altri Paesi, oppure continueranno ad acquistare prodotti Made in Italy ?

b) A seguito delle nuove barriere doganali, le imprese esportatrici italiane riusciranno a non aumentare i prezzi di vendita negli USA, contenendo i margini di profitto?

Sono domande a cui non è per nulla facile dare una risposta. Tuttavia, la Banca d’Italia ricorda che il 43 per cento delle nostre esportazioni verso gli Stati Uniti sono costituite da prodotti di qualità alta e un altro 49 per cento di qualità media[2]. Pertanto, sono prodotti che, verosimilmente, sono diretti ad acquirenti (persone fisiche o imprese) ad elevato reddito che potrebbero rimanere indifferenti ad un aumento del prezzo causato dall’introduzione di nuove barriere doganali. In merito al secondo interrogativo, invece, i ricercatori di via Nazionale segnalano che il potenziale calo della domanda statunitense legato all’incremento dei prezzi dei prodotti finali potrebbe essere assorbito dalle nostre imprese attraverso una contrazione dei propri margini di profitto. A tal proposito va segnalato che le aziende italiane che esportano negli USA presentano una incidenza delle vendite in questo mercato “solo” del 5,5 per cento del fatturato totale, mentre il margine operativo lordo[3] è mediamente pari al 10 per cento dei ricavi. In altre parole, sono poco esposte verso il mercato statunitense ed una eventuale “chiusura” di questo mercato inciderebbe relativamente poco.

Inoltre, queste realtà produttive hanno mediamente buoni margini per ridurre il prezzo finale dei propri beni da vendere negli States, compensando, almeno in parte, gli aumenti provocati dall’introduzione delle barriere doganali. Ovvio che potrebbero verificarsi delle situazioni molto più gravi di quelle appena descritte, se le politiche protezionistiche di Trump dovessero provocare una forte svalutazione del dollaro, innescare delle contromisure in grado di provocare una caduta della domanda globale e dei mercati finanziari. Non solo. Come ha ricordato nelle sue considerazioni finali il 31 maggio scorso il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta: “…il rischio più profondo è un altro: che il commercio, da motore di integrazione e dialogo, si trasformi in una fonte di divisione, alimentando l’instabilità politica e mettendo a repentaglio la pace”.

Le nostre imprese che esportano in USA sono 44mila

Il Paese a stelle e strisce rappresenta il secondo mercato di sbocco per le esportazioni italiane, con un valore annuale che nel 2024 ha toccato i 64,7 miliardi di euro, pari al 9 per cento circa dell’intero export nazionale. In particolare, le categorie merceologiche maggiormente esportate negli USA includono i prodotti chimici/farmaceutici, gli autoveicoli, le navi/imbarcazioni e le macchine di impiego generale. Tali voci incidono per oltre il 40 per cento delle vendite totali nel mercato statunitense. Il numero degli operatori commerciali italiani attivi negli Stati Uniti è relativamente contenuto, ammontando a poco meno di 44mila unità; a questo dato si devono aggiungere le imprese dell’indotto non contabilizzate nelle statistiche Istat[4].

A rischio l’export delle regioni del sud

I dazi voluti dall’amministrazione Trump potrebbero penalizzare, in particolare, le esportazioni del Mezzogiorno.  A differenza del resto del Paese, infatti, la quasi totalità delle regioni del Sud presenta una bassa diversificazione dei prodotti venduti nei mercati esteri. Pertanto, se dopo l’acciaio, l’alluminio e i loro derivati, gli autoveicoli e la componentistica auto gli USA – e, a catena, altri Paesi del mondo – decidessero di innalzare le barriere commerciali anche ad altri beni, gli effetti negativi per il nostro sistema produttivo potrebbero abbattersi maggiormente nei territori dove la dimensione economica dell’export è fortemente condizionata da pochi settori merceologici.

L’analisi realizzata dall’Ufficio studi della CGIA si fonda sulla misurazione dell’indice di diversificazione di prodotto dell’export per regione; parametro che pesa il valore economico delle esportazioni dei primi 10 gruppi merceologici sul totale regionale delle vendite all’estero. Laddove l’indice di diversificazione è meno elevato, tanto più l’export regionale è differenziato, risultando così meno sensibile a eventuali sconvolgimenti nel commercio internazionale. Diversamente, tanto più è elevata l’incidenza del valore dei primi 10 prodotti esportati sulle vendite all’estero complessive, quel territorio risulta essere più esposto alle potenziali congiunture negative del commercio internazionale.

Le più a rischio sono Sardegna, Molise e Sicilia

La regione che a livello nazionale presenta l’indice di diversificazione peggiore è la Sardegna (95,6 per cento), dove domina l’export dei prodotti derivanti della raffinazione del petrolio. Seguono il Molise (86,9 per cento) – caratterizzato da un peso particolarmente elevato della vendita dei prodotti chimici/materie plastiche e gomma, autoveicoli e prodotti da forno – e la Sicilia (85 per cento), che presenta una forte vocazione nella raffinazione dei prodotti petroliferi. Tra le realtà territoriali del Mezzogiorno, solo la Puglia presenta un livello di diversificazione elevato (49,8 per cento). Un dato che la colloca al terzo posto a livello nazionale tra le regioni potenzialmente meno a rischio da un’eventuale estensione dei dazi ad altri prodotti merceologici.

Le meno coinvolte parrebbero la Lombardia e il Veneto

Ad eccezione della Puglia, le aree geografiche teoricamente meno in pericolo sono tutte del Nord. La Lombardia (con un indice del 43 per cento) è ipoteticamente la meno a “rischio”. Seguono il Veneto (46,8), la Puglia (49,8), il Trentino Alto Adige (51,1), l’Emilia Romagna (53,9) e il Piemonte (54,8).

Milano, Firenze, Modena, Bologna e Torino producono un terzo delle merci italiane vendute in USA

La Città Metropolitana di Milano è l’area geografica del Paese che esporta di più verso gli Stati Uniti: nel 2024 le vendite hanno toccato i 6,35 miliardi di euro. Seguono Firenze con 6,17, Modena con 3,1, Bologna con 2,6 e Torino con 2,5. Tutte assieme queste cinque realtà territoriali esportano quasi un terzo del totale nazionale delle merci destinate negli USA.

[1] Su acciaio, alluminio e derivati i dazi sono al 50 per cento.  Sulle auto, i ricambi e la componentistica auto sono al 25 per cento. Su tutti gli altri prodotti che hanno subito la “sospensione”, probabilmente  fino al prossimo 1 agosto, la tariffa doganale è al 10 per cento.

[2] Bollettino Economico, Numero 2/2025 Aprile

[3] E’ il valore della produzione al netto degli acquisti netti di materie prime, dei costi per servizi e godimento di beni terzi e del costo del lavoro, a cui va aggiunta la variazione delle scorte di materie prime.

[4] Commercio estero e attività internazionali delle imprese, Edizione 2024, 15 luglio 2024.

Fisco soccombente: compensazione delle spese di lite solo con motivazioni dettagliate, stabilisce la Cassazione

La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 18799 depositata il 10 luglio 2025 ha chiarito un importante principio in materia di spese legali nelle controversie tributarie: quando l’amministrazione finanziaria soccombe in giudizio, la compensazione delle spese di lite può essere disposta solo se supportata da una motivazione dettagliata e specifica. Non è dunque sufficiente un richiamo generico alla “particolarità delle questioni esaminate”.

Il caso riguarda un contribuente che aveva impugnato un avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate relativo a un presunto maggior reddito conseguito nel 2011. Dopo il rigetto in primo grado, la Commissione tributaria regionale aveva confermato la decisione, tuttavia aveva disposto la compensazione delle spese di giudizio senza fornire motivazioni approfondite, limitandosi a indicare la particolare complessità della materia.

La Cassazione, accogliendo il ricorso del contribuente, ha rilevato che una simile decisione contrasta con l’articolo 92, comma 2, del codice di procedura civile, che regola in modo stringente l’ipotesi di compensazione, prevedendo che questa possa essere disposta solo in presenza di situazioni di “assoluta novità della questione trattata”, “mutamento della giurisprudenza” o “gravi ed eccezionali ragioni”, tutte da motivare espressamente.

La Corte sottolinea che il giudice di merito deve esprimersi con argomentazioni puntuali e circostanziate per giustificare la compensazione delle spese. Una decisione sommaria o basata su formulazioni generiche configura una violazione delle norme processuali e una motivazione apparente, con conseguente annullamento della pronuncia.

Il principio affermato rafforza la tutela dei contribuenti e la trasparenza nelle decisioni giudiziarie, impedendo che il Fisco possa sottrarsi al pagamento delle spese di lite senza una motivazione adeguata, specie quando risulta completamente soccombente.

Assenza all’udienza, no alla scusa del “nessun danno” per il cliente: è illecito disciplinare

Non è necessario che l’assenza dell’avvocato all’udienza provochi un danno concreto o rilevante al cliente per configurare un illecito disciplinare. A stabilirlo con chiarezza è il Consiglio Nazionale Forense, che nella sentenza n. 9 del 29 gennaio 2025, sotto la presidenza f.f. Napoli e la relazione del consigliere Minervini, ha affermato il principio secondo cui la tutela del decoro e della dignità della categoria prevale sull’effettiva entità del danno causato da una condotta contraria ai doveri professionali.

Nel caso esaminato, la contestazione disciplinare riguardava proprio l’assenza ingiustificata del difensore di fiducia all’udienza processuale, comportamento ritenuto incompatibile con i doveri imposti dalla legge. La difesa, infatti, aveva sostenuto l’insussistenza di illecito in assenza di un pregiudizio concreto per il cliente.

Il Consiglio ha rigettato tale argomentazione, spiegando che il procedimento disciplinare non mira esclusivamente alla tutela del singolo assistito, ma soprattutto a salvaguardare il decoro e la dignità dell’intera classe forense. Questo implica la repressione di ogni condotta lesiva delle regole professionali, anche qualora il danno diretto risulti minimo o inesistente.

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