Nuove imprese e studi professionali, incentivi legati alla formazione

ROMA – La nuova stagione degli incentivi per il lavoro autonomo e le attività professionali si aprirà con un passaggio obbligato: la formazione. Per accedere ai fondi del programma “Resto al Sud 2.0” e della misura “Autoimpiego Centro Nord”, sarà necessario seguire percorsi da 60 fino a 200 ore, pensati per orientare i giovani nella scelta dell’attività e nella costruzione di un business plan solido.

Il pacchetto complessivo vale 800 milioni di euro, di cui 356,4 destinati al Mezzogiorno e 219,6 al Centro-Nord. I destinatari sono i giovani tra i 18 e i 35 anni, disoccupati o con redditi minimi, che vogliono avviare un’attività professionale o imprenditoriale, sia in forma individuale che societaria.

Tre le tipologie di contributo previste: voucher da 30mila euro (aumentabili a 40mila per spese tecnologiche), finanziamenti per programmi fino a 120mila euro con copertura pubblica del 65%, e investimenti più complessi fino a 200mila euro, di cui 78mila a fondo perduto. Non si tratterà di un “click day”: le domande saranno valutate da Invitalia, che seguirà anche l’istruttoria e il monitoraggio.

Il Ministero del Lavoro, insieme ad Invitalia, all’Ente nazionale per il microcredito e a Sviluppo Lavoro Italia, sta definendo tempi e modalità operative. Una parte delle risorse – circa 100 milioni provenienti dal Pnrr – dovrà essere utilizzata entro giugno 2026, imponendo un’accelerazione nelle procedure.

La precedente edizione di “Resto al Sud” aveva registrato risultati significativi sul fronte imprenditoriale (20mila progetti avviati per oltre 1,3 miliardi di investimenti), ma un impatto molto limitato tra i professionisti, con appena 600 progetti finanziati. Per questo la nuova formula punta a rafforzare l’accompagnamento dei beneficiari, combinando formazione, tutoraggio e supporto nella fase di start-up.

«Il nostro obiettivo – spiega il presidente dell’Ente nazionale per il microcredito, Mario Baccini – non è solo facilitare l’accesso al credito, ma accompagnare i giovani verso l’autoimpiego e l’imprenditorialità, fornendo competenze reali per affrontare il mercato». La formazione non sarà obbligatoria, ma garantirà punteggi aggiuntivi nelle graduatorie, premiando chi deciderà di seguire i corsi.

Pnrr, cinque ministeri arrancano: speso meno del 30% delle risorse

ROMA – Il Piano nazionale di ripresa e resilienza procede, ma a velocità diverse. Se da un lato enti locali e imprese hanno mostrato capacità di spesa in crescita, dall’altro cinque ministeri chiave restano indietro. È il caso del Lavoro, dell’Agricoltura, del Turismo, della Cultura e della Salute, che a fine giugno risultavano al di sotto del 30% nell’utilizzo dei fondi assegnati.

A dirlo sono i dati diffusi dal portale governativo Italia Domani ed elaborati da Ifel (Istituto per la finanza e l’economia locale dell’Anci). Il quadro mette in evidenza ritardi consistenti, con il dicastero del Lavoro – guidato da Marina Calderone – fanalino di coda: appena l’11,8% della dotazione spesa. Un po’ meglio l’Agricoltura, ferma comunque al 14,5%. Anche Turismo, Cultura e Salute mostrano andamenti lenti e preoccupanti.

Il contesto generale, però, racconta un’accelerazione negli ultimi mesi. Secondo le rilevazioni, al 31 maggio i pagamenti effettivi ammontavano a 74,3 miliardi, pari al 38,3% della dotazione totale di 194,4 miliardi. Considerando la progressione registrata nei mesi successivi – circa 3 miliardi di euro di spesa aggiuntiva ogni mese – le uscite complessive potrebbero oggi avvicinarsi a quota 100 miliardi.

Un passo avanti significativo, ma non sufficiente a nascondere la disparità tra i vari settori del Piano. Alcuni filoni, come quelli legati alle missioni energetiche e infrastrutturali, viaggiano a ritmo sostenuto. Altri, invece, arrancano per motivi che vanno dalla complessità dei bandi alla lentezza burocratica, fino a una difficoltà strutturale nel trasformare i progetti in cantieri e spesa reale.

Il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, ha chiesto più volte report puntuali ai colleghi di Governo e alle Regioni per monitorare da vicino l’attuazione. La pressione è alta: entro la fine dell’anno l’Italia dovrà dimostrare a Bruxelles non solo di aver centrato obiettivi e milestone, ma anche di aver tradotto in spesa effettiva le risorse ricevute.

Il rischio, se i ritardi non verranno recuperati, è di compromettere l’efficacia complessiva del Pnrr e mettere in difficoltà la prossima rimodulazione dei fondi. In gioco non ci sono solo le statistiche, ma la capacità del Paese di trasformare l’occasione unica del Recovery in crescita duratura e riforme strutturali.

Italia, il peso dei Neet: un giovane su sette senza futuro

In Italia c’è un esercito silenzioso che grava come un macigno sull’economia e sulla società: i Neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non seguono alcun percorso formativo. Sono 1,4 milioni, il 15,2% della popolazione giovanile, contro l’11% della media europea. Un dato che ci relega al penultimo posto nell’Unione e che tradotto in cifre pesa circa 25 miliardi di euro l’anno, pari all’1,23% del Pil.

La fotografia scattata da The European House – Ambrosetti non lascia spazio a interpretazioni: il fenomeno si concentra soprattutto tra le donne (69%), nel Mezzogiorno (46%) e tra chi ha un basso livello di istruzione (42%). A questi si aggiunge un altro numero allarmante: 453mila giovani sono del tutto inattivi, non cercano occupazione né partecipano ad alcuna attività di formazione.

«È come una manovra finanziaria che ogni anno bruciamo», ha osservato Valerio De Molli, managing partner della società di consulenza, lanciando un appello alle classi dirigenti: «Il futuro dei giovani è stato troppo a lungo trascurato. Serve un cambio di passo immediato».

Alla crisi dei Neet si somma la piaga della dispersione scolastica. In Italia quasi il 10% dei giovani tra i 18 e i 24 anni abbandona gli studi prima del diploma, pari a oltre 400mila ragazzi. Il fenomeno si aggrava tra i giovani stranieri: abbandona la scuola il 15% dei cittadini europei residenti in Italia e addirittura il 27,4% di quelli extra-Ue. Dati che, come ha ricordato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, aprono la strada alla “povertà educativa” e all’emarginazione sociale, con il rischio di devianze e criminalità.

E mentre la base formativa si assottiglia, anche i laureati scelgono di partire: ogni anno oltre 37mila giovani lasciano il Paese, con un costo stimato di 5,1 miliardi di euro per la collettività. Un esodo che si accompagna a un altro primato negativo: solo il 31,6% dei giovani italiani ha un titolo universitario, ben lontano dalla media europea. Tra i giovani stranieri residenti in Italia la percentuale crolla al 13,4%, contro una media Ue del 37,9%.

A completare il quadro c’è il nodo dei salari: l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui i redditi medi reali sono diminuiti nell’ultimo ventennio. Un contesto che alimenta la fuga di competenze e rende sempre più difficile trattenere talenti e investire sulle nuove generazioni.

Bruxelles stangata Google, Trump al contrattacco

Bruxelles mette nel mirino Big Tech e commina a Google una sanzione record: quasi tre miliardi di euro per pratiche anticoncorrenziali nel settore della pubblicità online. La Commissione europea accusa il colosso di Mountain View di aver sfruttato la propria posizione dominante per favorire i propri servizi pubblicitari a scapito dei concorrenti, danneggiando editori, inserzionisti e consumatori.

La decisione, firmata dalla vicepresidente dell’esecutivo comunitario Teresa Ribera, è arrivata al termine di un’indagine avviata nel 2021 e che, secondo Bruxelles, ha accertato condotte scorrette almeno dal 2014. “Google deve ora proporre rimedi concreti – ha dichiarato Ribera – perché i mercati digitali devono funzionare in modo equo, garantendo ai cittadini reali possibilità di scelta”.

Ma l’azienda californiana non ci sta: con una nota ufficiale, la vicepresidente Lee-Anne Mulholland ha definito la decisione “errata” e ha annunciato l’intenzione di impugnarla. Google ha ora 60 giorni di tempo per presentare le proprie controdeduzioni e illustrare come intende adeguarsi.

Se l’Europa ha voluto dare un segnale di fermezza, oltreoceano la reazione non si è fatta attendere. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con un’agenda fortemente protezionista, ha bollato la multa come “ingiusta” e ha minacciato l’introduzione di nuove tariffe commerciali ai danni dell’Ue. “Non possiamo permettere che la brillante ingegnosità americana venga colpita – ha tuonato il presidente – e, se necessario, avvierò un procedimento ai sensi della Sezione 301 per cancellare queste sanzioni”.

Lo scontro si inserisce in un contesto già teso nei rapporti transatlantici, con l’Unione europea divisa al proprio interno: alcuni commissari avrebbero preferito rinviare la decisione per non compromettere il dialogo in corso con Washington sui dazi. La linea dura, però, ha prevalso, aprendo un nuovo capitolo nella lunga partita tra Europa e giganti tecnologici americani.

Il braccio di ferro è appena iniziato. Da un lato Bruxelles, decisa a difendere concorrenza e trasparenza; dall’altro Google e gli Stati Uniti, pronti a rispondere con ricorsi e minacce commerciali. Sullo sfondo, miliardi di euro e il futuro stesso della regolazione dei mercati digitali.

I contribuenti più tassati e più ricchi d’Italia risiedono a Milano

Al netto delle detrazioni[1] e degli oneri deducibili, nel 2023 i contribuenti italiani hanno dichiarato un’Irpef pari a 190 miliardi di euro. Questa imposta, ricordiamo, è la più importante in termini di gettito e vale circa un terzo delle entrate tributarie complessive. A livello territoriale il prelievo medio netto più elevato ha interessato i contribuenti della Città Metropolitana di Milano con 8.846 euro. Seguono le persone fisiche di Roma con 7.383, della provincia di Monza-Brianza con 6.908, di Bolzano con 6.863 e della Città Metropolitana di Bologna con 6.644.  I meno tartassati d’Italia sono stati i contribuenti della Sud Sardegna che hanno pagato solo 3.619 euro. La media nazionale è stata pari a 5.663 euro. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA che ha elaborato i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

In considerazione del fatto che il nostro sistema fiscale si fonda su criteri di progressività[2], è fondamentale evidenziare che le aree geografiche caratterizzate da un prelievo fiscale più elevato corrispondono, in linea di massima, a quelle con redditi più alti. Infatti, se analizziamo la graduatoria delle province italiane per reddito complessivo medio dichiarato, scorgiamo che la Città Metropolitana di Milano è la più ricca con 33.604 euro. Seguono i contribuenti di Bologna con 29.533, quelli di Monza-Brianza con 29.455, di Lecco con 28.879, di Bolzano con 28.780, di Parma con 28.746 e di Roma con 28.643. Tutte realtà territoriali che si contendono anche le primissime posizioni della classifica relativa al prelievo fiscale riconducibile all’Irpef. Infine, va segnalato che nei territori in cui l’imposta sulle persone fisiche è più elevata, solitamente si osserva una qualità/quantità superiore dei servizi pubblici offerti ai cittadini, quali trasporti, infrastrutture sociali, istruzione, cultura, sport e tempo libero.

  • Differenze di reddito Nord-Sud molto elevate

Sia per quanto riguarda il livello di reddito che di tassazione, lo scostamento tra Nord e Sud del Paese è molto rilevante. Si pensi che tra le 107 province monitorate in questa analisi dalla CGIA, la prima area geografica del Mezzogiorno per livello di prelievo Irpef e anche per quel che concerne il reddito complessivo medio è la Città Metropolitana di Cagliari che occupa rispettivamente il 25° (vedi Tab. 1) e il 46° posto (vedi Tab. 2). Inoltre, se stimiamo la percentuale di contribuenti sul totale regionale che dichiara un reddito complessivo inferiore a quello medio nazionale (pari nel 2023 a 24.830 euro), notiamo che le regioni del Mezzogiorno presentano dati molto preoccupanti. Se a livello medio nazionale la percentuale è del 65,9 per cento, tutte le regioni del Sud e delle Isole registrano una quota superiore al 70 per cento. La situazione più critica riguarda la Calabria, dove il 77,7 per cento dei contribuenti (pari a 919.009 persone fisiche) ha dichiarato meno della media nazionale (vedi Tab. 3).

  • Sono 42,5 milioni i contribuenti Irpef

Sono oltre 42,5 milioni i contribuenti Irpef presenti in Italia. Di questi, quasi 23,8 sono lavoratori dipendenti, 14,5 pensionati, 1,6 lavoratori autonomi[3] e 1,6 sono percettori di altri redditi. L’area che ne conta di più è Roma. Nella ex provincia capitolina ve ne sono quasi 3 milioni, a Milano 2,4, a Torino poco meno di 1,7, a Napoli 1,65 e a Brescia poco più di 941mila. Chiude la graduatoria nazionale la provincia di Isernia con oltre 59mila (vedi Tab. 4).

  • La pressione fiscale non scende

Nel Documento di Economia e Finanza del 2025, si stima una pressione fiscale per l’anno in corso del 42,7 per cento; un livello in lieve aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al dato del 2024. Tuttavia, è necessaria una puntualizzazione: va ricordato che la Legge di Bilancio 2025 ha sostituito la decontribuzione a favore dei lavoratori dipendenti con una analoga misura che combina gli sconti Irpef con il “bonus” a favore delle maestranze a basso reddito. Mentre la decontribuzione si traduceva in minori entrate fiscali-contributive, il “bonus” (che vale circa 0,2 punti percentuali di Pil) viene contabilizzato come maggiore spesa e quindi va ad “appesantire” la pressione fiscale. Pertanto, se tenessimo conto di questo aspetto, nel 2025 la pressione fiscale sarebbe destinata a diminuire, sebbene di poco, attestandosi comunque al 42,5 per cento.

  • Anzi, aumenta. Ma ha effetti solo statistici

Osservando il Graf. 1, l’incremento della pressione fiscale è tornato a salire con vigore a partire dal 2023. Tuttavia, affermare che in questi ultimi anni sia aumentato il prelievo del fisco sul contribuente sarebbe fuorviante. L’incremento della pressione fiscale, infatti, non è ascrivibile ad un aumento delle tasse, quanto a una pluralità di novità legislative di natura economica introdotte a livello politico.

Oltre a quelle richiamate poc’anzi, ricordiamo che il buon andamento delle entrate fiscali nel 2024 è stato determinato da fattori economici positivi che hanno condizionato la crescita delle imposte sostitutive attinenti ai redditi da capitale. Non va nemmeno dimenticata la crescita registrata dalle retribuzioni; grazie ai rinnovi contrattuali, alla corresponsione degli arretrati nel pubblico impiego e all’aumento del numero di occupati, l’Irpef e i contributi previdenziali hanno subito un rialzo positivo.

  • Le nuove tasse hanno causato un prelievo insignificante

L’impatto sulla pressione fiscale riconducibile all’aumento delle tasse provocato dal governo Meloni non ha inciso in maniera determinante. Ricordiamo, tra i principali inasprimenti fiscali introdotti dal governo in carica, le seguenti misure:

– incremento della tassazione sui tabacchi, dell’IVA su alcuni prodotti per l’infanzia/igiene femminile e dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione dei terreni e delle partecipazioni per l’anno 2024;

– rimodulazione delle detrazioni per le spese fiscali con l’introduzione di alcune limitazioni per redditi elevati, l’inasprimento della tassazione sulle cripto-attività, la riduzione delle detrazioni delle spese per le ristrutturazioni edilizie e il risparmio energetico per l’anno 2025.

[1] Per familiari a carico, da lavoro e per spese varie (mediche, farmaceutiche, universitarie, etc.).

[2] Art. 53 della Costituzione.

[3] Questo dato non include le partite Iva sottoposte al regime fiscale dei minimi che, ricordiamo, non versano l’Irpef.

La guerra dei droni: Pechino arma Mosca con tecnologia made in China

Neutralità solo sulla carta. Mentre ufficialmente Pechino si dichiara estranea al conflitto in Ucraina, nei fatti la Cina rappresenta la principale arteria tecnologica che alimenta la macchina bellica di Mosca. Motori, microchip, leghe speciali, fibre di carbonio e sistemi ottici: sono oltre 97 i fornitori cinesi che inviano componenti essenziali alle fabbriche russe di droni, destinati a martellare le città e le infrastrutture ucraine.

Secondo stime raccolte dall’intelligence di Kiev e rilanciate dal Telegraph, la Russia ha speso almeno 55 milioni di dollari tra il 2023 e il 2024 per bombardare l’Ucraina con centinaia di droni kamikaze. Denaro che, attraverso società statali e zone economiche speciali come Alabuga, nel Tatarstan, si trasforma in contratti milionari per le aziende di Xi Jinping.

L’arsenale dei droni

Il piano di Mosca è ambizioso: produrre entro fine anno due milioni di droni FPV (a pilotaggio remoto con visuale diretta), oltre a 30mila velivoli a lungo raggio e altrettanti “esca”, utilizzati per confondere i radar ucraini. In questo schema, i componenti cinesi sono insostituibili. Non è raro che tra i rottami di droni abbattuti compaiano parti con etichette e marchi in caratteri mandarini.

Il patto strategico sino-russo

La cooperazione tra Russia e Cina non è nuova, ma ha assunto una nuova forma dopo il 2014, con l’annessione della Crimea e l’espulsione di Mosca dal mercato militare-industriale occidentale. Se prima era la Russia a fornire armi a Pechino, oggi i ruoli si sono ribaltati: la Cina garantisce tecnologia, materiali e componentistica, mentre la Russia apre le porte alle proprie conoscenze più avanzate su missili, difesa aerea e guerra elettronica.

Il risultato è una partnership di convenienza: Mosca ottiene l’ossigeno tecnologico per sostenere l’offensiva, Pechino accede a know-how strategico e, nel frattempo, inonda il mercato russo con automobili, elettronica e beni di consumo.

Il lato economico

Il legame tra i due Paesi non si misura solo in termini militari. Nel 2024, il commercio bilaterale ha toccato la cifra record di 280 miliardi di dollari, segno di un’integrazione economica che va ben oltre le necessità belliche. La Cina, inoltre, continua ad acquistare petrolio russo a prezzi di favore, consolidando una relazione che intreccia pragmatismo e ideologia.

Neutralità apparente, interessi concreti

Se Xi Jinping evita accuratamente di inviare truppe o forniture militari dirette – per non provocare un confronto aperto con l’Occidente – l’evidenza sul terreno racconta altro. Kiev ha denunciato la presenza di cittadini cinesi arruolati tra le fila russe e ha documentato l’uso diffuso di equipaggiamenti di fabbricazione cinese.

Gli analisti sottolineano che Pechino sosterrà l’alleanza finché le converrà. Quando l’esercito cinese avrà acquisito abbastanza tecnologia da sviluppare in autonomia armi avanzate – in particolare missili, sottomarini e sistemi di guerra elettronica – non è escluso che riveda i termini del rapporto con Mosca.

Un messaggio anche per l’Occidente

La recente parata militare a Pechino, con Putin e Xi fianco a fianco, non è stata solo una dimostrazione di forza rivolta all’Occidente. È stata anche la conferma che l’asse tra i due leader regge su interessi concreti: la sopravvivenza militare della Russia e l’ascesa strategica della Cina.

Venezia, borseggiatore denuncia i cittadini che lo fermano. Zaia: “Capovolgimento della realtà”

Un nuovo caso scuote Venezia e riaccende la polemica sulla sicurezza nelle calli. Ad agosto un borseggiatore, bloccato con decisione da alcuni privati cittadini, non solo non ha pagato per il reato commesso, ma ha sporto denuncia per lesioni contro chi lo aveva fermato. L’esposto porta la firma del suo legale, l’avvocato Damiano Danesin, e riapre un dibattito che la città lagunare conosce bene.

La reazione del governatore

Durissimo il commento del presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, che ha preso le difese dei cittadini:
“È un capovolgimento della realtà. La vergogna non può essere di chi difende Venezia, ma di chi la saccheggia. Non accetto questo ennesimo spregio da parte delle bande di borseggiatori”.

Zaia ha ringraziato quanti, tra residenti e turisti, contribuiscono a segnalare e a fermare i ladri, e ha ribadito la proposta di introdurre il braccialetto elettronico per i borseggiatori seriali, anche acquistato direttamente dalla Regione se necessario.

Il fenomeno dei “cittadini non distratti”

Il caso di agosto non è isolato. Da mesi circolano video virali di cittadini e turisti che, stanchi dei furti, reagiscono bloccando i ladri. Tra gli episodi più noti, quello di una turista americana che ha fermato una giovane borseggiatrice per la coda di cavallo, mentre un’altra donna la colpiva con la borsetta. Le immagini hanno fatto il giro del web, alimentando il dibattito sul cosiddetto “giustizialismo di strada”.

Il comandante della polizia locale, Marco Agostini, ha confermato che più di un ladro ha sporto denuncia contro chi lo ha fermato o filmato, ribaltando i ruoli di vittima e aggressore.

Il nodo normativo

Il codice di procedura penale consente ai privati di fermare una persona colta in flagranza, ma la fattispecie del borseggio resta borderline. Il legislatore ha voluto limitare i margini d’intervento per evitare abusi. Una zona grigia che oggi alimenta tensioni e polemiche.

Emergenza sicurezza e proposte

Secondo i dati diffusi dalla Regione, le bande organizzate arriverebbero a guadagnare fino a 3.000 euro al giorno, approfittando del flusso turistico. Per Zaia, però, non è questione di giustizia sommaria ma di “protezione dell’immagine e dell’onorabilità della città”.

A condividere l’allarme anche il mondo produttivo. Matteo Massat di Confartigianato non usa mezzi termini: “Questa follia ha un nome: la legge Cartabia da un lato e un certo buonismo dall’altro. Non si tratta di poveri disperati, ma di organizzazioni criminali che depredano Venezia e i suoi visitatori. Se non si può modificare la legge, almeno si diano ai sindaci poteri straordinari per fermarli”.

Una città esasperata

Tra cittadini che si improvvisano “vigilantes”, turisti che riprendono le scene con il cellulare e borseggiatori che denunciano chi li ostacola, Venezia si ritrova a fare i conti con un paradosso che rischia di minarne l’immagine internazionale. In attesa che la politica trovi una soluzione, resta la sensazione di una città assediata e di una giustizia che, almeno in parte, sembra girata al contrario.

Telecamere-spia, la nuova frontiera del cybercrimine: migliaia di video intimi in vendita online

Un occhio elettronico che non si spegne mai, puntato su salotti, camere da letto e persino studi professionali. È da qui che parte l’ultima, inquietante deriva del cybercrimine: migliaia di filmati rubati dalle telecamere di videosorveglianza a basso costo, hackerate da pirati informatici e rivenduti online a pagamento.

Un portale registrato alle Isole Tonga, e quindi difficilmente perseguibile dalle autorità internazionali, raccoglie e organizza oltre 2.000 video provenienti da abitazioni private, palestre, centri estetici e persino ambulatori medici. Le clip, spesso a sfondo sessuale, vengono catalogate per luogo, stanza e tipo di attività, trasformando la violazione della privacy in un vero e proprio motore di ricerca per contenuti illegali.

Il caso italiano

Secondo i dati diffusi da Yarix, centro di competenza per la cybersecurity del gruppo Var di Treviso, sono già 150 i filmati italiani identificati, tra cui tre provenienti da una sola abitazione di Verona. Alcuni hanno superato le 20.000 visualizzazioni. Per accedere al materiale non serve alcuna registrazione: basta collegarsi al portale o a un bot dedicato su Telegram e pagare una quota compresa tra 20 e 575 sterline, a seconda del pacchetto scelto.

Un business globale

I video provengono da dispositivi distribuiti in tutta Europa e oltre: Francia, Germania, Messico, Argentina. L’Italia, con i suoi 150 casi noti, è solo una parte di un fenomeno che rischia di dilagare. A rendere più difficile l’azione repressiva sono le normative leggere dei Paesi in cui vengono registrati i domini e la mancanza di accordi internazionali vincolanti.

La beffa della “giustificazione”

Sul portale compare persino una sorta di manifesto etico, in cui i gestori dichiarano di voler “sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi legati alla vulnerabilità di hardware e software”. Una motivazione surreale di fronte a un sistema costruito per monetizzare violazioni sistematiche della vita privata.

L’allarme degli esperti

“Queste piccole telecamere domestiche, acquistate online a prezzi bassi e installate senza particolari accorgimenti, possono trasformarsi in strumenti di spionaggio involontario” avverte Giorgio Marson, Chief Technical Officer di Yarix. “Molti utenti utilizzano password troppo semplici o addirittura lasciano quelle di default fornite dal produttore. Il primo passo per difendersi è cambiarle subito con codici complessi e, quando non serve, staccare la spina della videocamera”.

Dal 2016 Yarix collabora con la Polizia Postale del Veneto attraverso un protocollo d’intesa e ha segnalato l’attività al Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica (Co.Sc.) di Venezia, affinché vengano avviate indagini.

La lezione da imparare

Il caso dimostra ancora una volta come la sicurezza digitale non sia solo un tema tecnico, ma una vera e propria esigenza sociale. La diffusione incontrollata di immagini intime non riguarda più solo personaggi noti – come il recente episodio che ha coinvolto il conduttore Stefano De Martino – ma rischia di travolgere cittadini comuni, inconsapevoli di avere una telecamera-spia accesa in casa.

Cassazione, Pasquale D’Ascola nuovo primo presidente

Il plenum straordinario del Consiglio superiore della magistratura, riunito ieri sotto la presidenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, ha nominato Pasquale D’Ascola nuovo primo presidente della Corte di Cassazione. La scelta è arrivata al termine di una votazione serrata: 14 preferenze per D’Ascola, sostenuto dall’area progressista, contro 13 voti e cinque astensioni. Una manciata di schede che ha segnato la differenza rispetto a Stefano Mogini, segretario generale della Cassazione e candidato dell’area più conservatrice.

Il profilo del nuovo presidente

Classe 1958, nato a Reggio Calabria, D’Ascola ha iniziato la carriera a Verona prima di approdare alla Suprema Corte. Dopo un periodo all’Ufficio studi, nel 2018 è stato nominato presidente della seconda sezione civile. Attuale presidente aggiunto, raccoglie il testimone da Margherita Cassano, prima donna a guidare la Cassazione, che il 9 settembre andrà in pensione per raggiunti limiti di età.

Una scelta non unanime

Come previsto, non c’è stata quell’unanimità auspicata dal Presidente della Repubblica. A sostenere D’Ascola sono stati i consiglieri di Area, Magistratura indipendente, Unicost e il laico Ernesto Carbone di Italia Viva. Mogini ha invece raccolto i voti dei togati e dei laici espressione del centrodestra.

A pesare anche le astensioni annunciate alla vigilia dai consiglieri indipendenti Roberto Fontana e Andrea Mirenda, critici verso il meccanismo delle nomine stabilito dal Testo unico sulla dirigenza giudiziaria. Una scelta contestata da parte di Unicost, che ha parlato di scorciatoia mediatica capace di indebolire il Csm e di dare argomenti a chi intende ridimensionare la magistratura.

Le parole del Capo dello Stato

Nel suo intervento, Mattarella ha espresso “apprezzamento” per l’operato di Margherita Cassano, sottolineando come abbia saputo interpretare “l’irrinunciabile autonomia e indipendenza della giurisdizione rispetto a ogni altro potere”. Un riconoscimento che il Capo dello Stato ha voluto suggellare con un’eccezione alla consuetudine di non partecipare alle votazioni.

Rivolgendosi al nuovo presidente, Mattarella ha ricordato che “il sapere giuridico di D’Ascola e la sua lunga esperienza gli consentiranno di guidare con efficacia la Corte, proseguendo nel percorso di rinnovata efficienza avviato dalla presidente Cassano”. Ha quindi invitato il Csm ad assicurare decisioni tempestive e trasparenti, “fondate su criteri al di sopra di divisioni di parte”.

Scudo penale per i sanitari: responsabilità solo in caso di colpa grave

Dopo anni di rinvii e polemiche, arriva il tanto discusso “scudo penale” per medici e operatori sanitari. Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge delega per la riforma delle professioni sanitarie, introducendo una novità destinata a segnare un punto di svolta: d’ora in avanti i sanitari risponderanno penalmente di lesioni o omicidio colposo solo nei casi di colpa grave, purché abbiano rispettato le linee guida ufficiali o le buone pratiche clinico-assistenziali.

I criteri di valutazione

I giudici, nel valutare la condotta del medico, dovranno considerare non solo le regole scientifiche ma anche i fattori di contesto: carenze di personale o attrezzature, difficoltà legate alla natura dell’intervento, urgenze ed emergenze, perfino la complessità dovuta alla presenza di più specialisti. Una visione più realistica delle condizioni in cui il personale sanitario si trova quotidianamente a operare.

Le nuove disposizioni modificano il codice penale (articolo 590) e intervengono anche sulla legge Gelli-Bianco del 2017, rafforzando il ruolo delle linee guida, che diventano vincolanti. Sul piano civile, la colpa sarà valutata anch’essa alla luce dei fattori esterni che possono incidere sull’attività clinica.

Medicina difensiva nel mirino

Per il ministro della Salute, Orazio Schillaci, e per il Guardasigilli Carlo Nordio, la riforma rappresenta un argine alla cosiddetta “medicina difensiva”, una pratica che costa al Servizio sanitario circa 11 miliardi di euro l’anno e contribuisce ad allungare le liste d’attesa. L’obiettivo è restituire serenità ai medici e ridurre la prescrizione di esami costosi e spesso inutili.

Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, parla di “provvedimento che restituisce serenità ai camici bianchi”, mentre il segretario di Anaao Assomed, Pierino Di Silverio, ricorda che “un medico su tre subisce una denuncia, ma solo il 3% viene condannato”. Più prudente Guido Quici, presidente di Cimo-Fesmed, che sottolinea la mancanza di una definizione chiara di “colpa grave”, lasciata alla discrezionalità dei giudici.

Le altre novità della riforma

Oltre allo scudo penale, la delega autorizza il Governo ad adottare entro il dicembre 2026 decreti legislativi per ridefinire carriere, incentivi e condizioni di lavoro nel settore sanitario. Tra le misure previste:

  • utilizzo più flessibile dei medici specializzandi;
  • riduzione della burocrazia per il personale ospedaliero;
  • rafforzamento della sicurezza sul lavoro;
  • sistemi premiali legati alla riduzione delle liste d’attesa;
  • certificazione nazionale delle competenze;
  • governance dell’intelligenza artificiale in sanità;
  • formazione universitaria per i medici di medicina generale.

“Ci aspettiamo una riforma inclusiva, capace di valorizzare tutte le professioni sanitarie”, ha dichiarato Diego Catania, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM-PSTRP).

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