Corte UE condanna il requisito dei 10 anni per il Reddito di Cittadinanza

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza che mette in discussione un aspetto fondamentale del precedente sistema del Reddito di Cittadinanza in Italia. Il requisito della residenza di dieci anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo, per poter accedere a questa misura di sostegno è stato dichiarato illegittimo.

Discriminazione indiretta e violazione della direttiva UE

Secondo la Corte, questo requisito costituisce una “discriminazione indiretta” nei confronti dei cittadini di Paesi terzi che hanno ottenuto lo status di soggiornanti di lungo periodo in Italia. Infatti, sebbene il requisito si applichi in linea di principio a tutti i cittadini, sia italiani che stranieri, nella pratica esso incide maggiormente sui cittadini di Paesi terzi, limitando in modo sproporzionato il loro accesso a un diritto fondamentale come quello al sostegno economico.

La sentenza si basa sulla Direttiva UE sui cittadini di Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo, che prevede un periodo di cinque anni di residenza continuativa per acquisire il diritto alla parità di trattamento rispetto ai cittadini dello Stato membro. La Corte ha sottolineato che questo periodo di cinque anni è considerato sufficiente per integrare il soggiornante di lungo periodo nella società ospitante e per garantire un legame effettivo con lo Stato membro.

Le implicazioni della sentenza

La sentenza della Corte di Giustizia ha importanti implicazioni per il sistema di protezione sociale italiano e per i diritti dei cittadini di Paesi terzi che risiedono stabilmente nel nostro Paese. In primo luogo, essa impone all’Italia di rivedere le norme che disciplinano l’accesso alle prestazioni sociali, eliminando ogni forma di discriminazione diretta o indiretta basata sulla cittadinanza o sulla durata della residenza.

In secondo luogo, la sentenza conferma l’importanza della direttiva UE sui soggiornanti di lungo periodo come strumento fondamentale per garantire l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi e per promuovere un’Europa più inclusiva e solidale.

mani su ringhiera

Carceri, governo Meloni rafforza misure per personale

Roma, 29 luglio 2024 –

Come anche di recente ricordato dal Presidente Mattarella, il carcere non può essere il luogo in cui si perde ogni speranza, non va trasformato in palestra criminale; per questo sin dall’inizio del nostro insediamento, il mondo penitenziario, nel suo complesso, è stato oggetto di altissima priorità. Abbiamo fatto tanto e tanto abbiamo ancora da fare. L’attenzione e l’impegno di tutti noi sono massimi”.

Così stamani il ministro della Giustizia, Carlo Nordio.

Ho chiesto ai miei Uffici una ricognizione degli interventi messi in atto in questo anno e mezzo. Ebbene, quanto alle coperture delle piante organiche, per gli Educatori all’interno delle strutture si è passati dalle 905 unità dell’ottobre del 2022 a ben 1.089 unità al 1 luglio 2024, riempiendo di fatto la pianta organica prevista di 1.099 unità; per i funzionari contabili si è passati da 530 unità ad ottobre 2022 a 641 al 29 luglio 2024, su una pianta organica di 739 unità; i funzionari Mediatori Culturali che all’ottobre 2022 erano solo 3, oggi sono 61 a fronte di una pianta organica di 67 unità; i Dirigenti Penitenziari dai 226 dell’ ottobre 2022 sono passati ai 260 di oggi, cui andranno aggiunti 51 unità del secondo corso destinato ai consiglieri penitenziari che terminerà a novembre e l’avvio di 18 unità al terzo corso che è partito l’8 luglio. In totale 330 a fronte di un organico di 350.

A settembre, peraltro, bandiremo concorso per altre 14 unità. Consapevoli dell’insufficienza delle attuali piante, abbiamo ampliato l’organico dei dirigenti penitenziari che è stato aumentato da 300 a 350 unità; quello dei Dirigenti Generali che è stato aumentato di due unità con la costituzione di due nuovi Provveditorati. Abbiamo assunto, tramite scorrimento di graduatorie, 6 unità di Dirigenti Funzioni Centrali. Ed ancora gli Assistenti Tecnici che ad ottobre 2022 erano 170 oggi sono 311; i Contabili area 2 che ad ottobre 2022 erano 186 oggi sono 202. Per il Comparto Funzioni Centrali abbiamo anche previsto una indennità aggiuntiva mensile per la specificità penitenziaria attribuita a chi lavora negli istituti penitenziari. Altrettanto significativi i dati delle assunzioni per la Polizia Penitenziaria. Quanto ai Funzionari, già assunti 132 allievi commissari e con il DL del 4 luglio abbiamo previsto scorrimento di ulteriori 22 unità. In atto vi è concorso interno per 60 commissari. Quanto agli Ispettori, il 6 maggio è partito corso di formazione per 411 unità e con il DL del 4 luglio è stato previsto lo scorrimento di 48 unità.

Abbiamo attuato progressione interna per 691 unità. Per il ruolo Sovrintendenti da ottobre 2022 abbiamo immesso 1.852 unità ed abbiamo in atto ulteriori procedure concorsuali per complessivi 1130 posti. Per gli Agenti assistenti da ottobre 2022 ad oggi abbiamo immesso negli istituti 3.333 unità ed il 22 luglio è partito il corso di formazione per 958 uomini e 428 donne. Abbiamo bandito altro concorso per 2.568 unità con prova scritta calendarizzata a settembre. Abbiamo assunto dall’esterno nei vari ruoli della Polizia Penitenziaria 3876 unità che con il 184’ corso che è partito il 22 luglio diventeranno 5262. Più di 2.500 unità hanno beneficiato di progressioni interne.

Queste massicce misure unitamente al piano straordinario per l’edilizia penitenziaria che il Commissario metterà presto in campo è soltanto l’inizio della nostra programmazione. Per agevolarne i lavori è stato bandito concorso per 30 Funzionari Tecnici con l’obiettivo di colmare la pianta organica ed a settembre ne bandiremo uno per assistenti tecnici.

Era necessario comprendere le complessità di un sistema abbandonato da decenni, adesso la visione è più limpida e consentirà di intervenire con misure adeguate e sistemiche. In corso di programmazione incontri con il garante nazionale ed i garanti territoriali e visite mirate negli istituti penitenziari. Nulla sarà lasciato all’improvvisazione o al caso”,

così conclude il Ministro Nordio.

 

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Offese su Facebook: la Cassazione conferma il licenziamento

La Cassazione, con ordinanza numero 12142/2024,  ha confermato la legittimità del licenziamento di un lavoratore che aveva pubblicato un post offensivo nei confronti della sua azienda su Facebook.

Nonostante l’ex dipendente avesse rimosso il post e contestato la validità delle prove presentate dall’azienda, la Corte ha ritenuto che la condotta fosse grave e meritasse il licenziamento. La diffusione di un messaggio diffamatorio su una piattaforma social come Facebook, anche se inizialmente visibile solo ad un cerchio ristretto di persone, ha una potenzialità virale che può danneggiare gravemente l’immagine dell’azienda.

La Cassazione ha sottolineato come la rimozione del post non sia sufficiente a riparare al danno causato e che la potenzialità diffamatoria del messaggio sia sufficiente a giustificare il licenziamento.

Questa sentenza conferma la necessità per i lavoratori di prestare la massima attenzione a ciò che pubblicano sui social media, soprattutto quando riguarda il proprio datore di lavoro. Un commento avventato può infatti avere conseguenze molto gravi sulla propria carriera professionale.

Carceri, Delmastro: approvata indennità specifica comparto funzioni centrali

Approvata indennità specifica di funzione al comparto funzioni centrali. “Altra promessa mantenuta del Governo Meloni che riconosce la specificità di chi lavora negli istituti penitenziari. Uomini e donne del comparto funzioni centrali attendevano da anni un riconoscimento del lavoro svolto in condizioni non sempre agevoli. E’ un riconoscimento a tutti coloro che svolgono funzioni essenziali nel sistema penitenziario italiano contribuendo alla sicurezza e alla rieducazione del detenuto. Il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, spesso scomodato retoricamente, si garantisce con uomini e donne del comparto funzioni centrali: orgogliosi aver completato le piante organiche degli educatori e di aver riconosciuto l’indennità di funzione a tutti gli operatori penitenziari”.
È quanto dichiara in una nota Andrea Delmastro delle Vedove, deputato di Fratelli d’Italia e Sottosegretario di Stato alla Giustizia.

Incendio al carcere di Lecce: in fumo i prodotti di “Made in carcere”

Un rogo ha scosso nei giorni scorsi la casa circondariale di Lecce. Le fiamme si sono sviluppate all’interno di un locale adibito a deposito per i prodotti dell’associazione “Made in carcere”, un progetto che coinvolge i detenuti nella produzione di manufatti artigianali.

I vigili del fuoco, giunti sul posto con diverse squadre, hanno lavorato a lungo per domare l’incendio, reso particolarmente difficile dalle alte temperature e dalla struttura del luogo. Nonostante le difficoltà, sono riusciti a circoscrivere le fiamme e a impedire che si propagassero ad altre aree della sartoria.

Al momento, le cause dell’incendio sono ancora oggetto di indagine. I danni causati dalle fiamme sono ingenti e colpiscono un progetto che mirava alla riabilitazione dei detenuti attraverso il lavoro.

Il vigile in mutande è stato reintegrato: la Cassazione dà ragione

C’era una volta un vigile urbano che, per un gesto incauto, era diventato il simbolo nazionale dei “furbetti del cartellino”. Ora, a distanza di anni, la storia ha preso una svolta inaspettata. La Cassazione ha infatti stabilito che il licenziamento del vigile, che era stato ripreso dalle telecamere mentre timbrava il badge in mutande, era illegittimo.

La Suprema Corte, con sentenza n.. 20109/2024, ha motivato la sua decisione sottolineando come l’assoluzione penale del vigile di Sanremo, con la formula “perché il fatto non sussiste”, intaccava la fondatezza stessa delle accuse mossegli nel procedimento disciplinare. In altre parole, se il fatto non si è verificato, non può esserci stata alcuna infrazione disciplinare.

Nonostante la reintegra, il vigile non tornerà in servizio, avendo nel frattempo rassegnato le dimissioni. Tuttavia, avrà diritto a ricevere tutti gli stipendi non percepiti dal momento del licenziamento fino a quello della reintegra.

Questa sentenza della Cassazione solleva importanti questioni sul rapporto tra giustizia penale e giustizia disciplinare. La Suprema Corte ha ribadito il principio secondo cui un’assoluzione penale, soprattutto con la formula “perché il fatto non sussiste”, ha un impatto significativo anche sui procedimenti disciplinari.

delitto di minaccia

Ammonimento o reato? Il TAR di Bari fa chiarezza sullo stalking

Il Tribunale Amministrativo Regionale di Bari ha recentemente emesso una sentenza che fa chiarezza su un tema di grande attualità: la differenza tra l’ammonimento del Questore e il procedimento penale per atti persecutori, comunemente noto come stalking.

Il caso in esame riguardava una donna che, dopo aver scoperto il tradimento del suo compagno, aveva iniziato a riceverne messaggi e email insistenti. Di fronte a questa situazione, la donna aveva richiesto e ottenuto un ammonimento dal Questore nei confronti del suo ex.

La sentenza del TAR ha approfondito le caratteristiche di queste due misure, evidenziando come l’ammonimento sia uno strumento preventivo, finalizzato a fermare sul nascere comportamenti che potrebbero sfociare in atti persecutori. Per ottenere un ammonimento non è necessario dimostrare in modo definitivo che sia stato commesso un reato, ma è sufficiente che ci siano indizi sufficienti a far ritenere che la persona stia subendo delle molestie.

Diversamente, il procedimento penale per stalking richiede prove concrete e inequivocabili per poter condannare il colpevole. In questo caso, è necessario dimostrare che le condotte persecutorie hanno causato un grave stato d’ansia o di paura nella vittima, costringendola a modificare le proprie abitudini di vita.

In sintesi, l’ammonimento serve a prevenire, mentre il procedimento penale serve a punire.

Questa sentenza del TAR di Bari fornisce un importante chiarimento sulle diverse misure a disposizione delle vittime di stalking e sottolinea l’importanza di agire tempestivamente per tutelare la propria incolumità.

Imprese familiari, la Corte Costituzionale: i conviventi di fatto ora tutelati

Roma, 29 luglio 2024 – La Corte Costituzionale ha sancito con una sentenza innovativa che anche i conviventi di fatto hanno diritto di essere considerati parte integrante dell’impresa familiare.

Fino ad oggi, la legge italiana limitava i benefici legati all’impresa familiare ai coniugi e ai parenti stretti. Questa esclusione dei conviventi di fatto era considerata una discriminazione ingiustificata, soprattutto alla luce dell’evoluzione dei modelli familiari e delle nuove forme di convivenza.

La Corte, accogliendo le istanze della Cassazione, ha ritenuto che negare ai conviventi di fatto i diritti legati all’impresa familiare fosse in contrasto con i principi costituzionali di uguaglianza e tutela del lavoro. La decisione rappresenta un passo avanti verso un riconoscimento più ampio dei diritti delle coppie di fatto e sottolinea l’importanza di adeguare la legislazione alle nuove realtà sociali.

Con questa sentenza, la n. 148 depositata il 25 luglio 2024, i conviventi di fatto che collaborano nell’impresa familiare avranno accesso agli stessi diritti e tutele previsti per i familiari.

Carceri, Delmastro: “Previsto commissario straordinario edilizia penitenziaria”

Approvato nel DL carceri il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria. Il Governo procede speditamente alla realizzazione del piano carceri per superare le emergenze e le criticità ricevute in eredità. Il sovraffollamento carcerario si supera con un imponente piano di edilizia penitenziaria e con la sua celere realizzazione, non con provvedimenti svuota carceri che costituiscono un colpo di spugna, erodono la certezza della pena e incrinano la sicurezza sociale
È quanto dichiara in una nota Andrea Delmastro delle Vedove, deputato di Fratelli d’Italia e Sottosegretario di Stato alla Giustizia.
cassazione relatore

Suicidio e mesotelioma: il Tribunale di Bologna riconosce il nesso causale

Una sentenza storica è stata emessa dal Tribunale di Bologna, sezione lavoro, che riconosce il diritto al risarcimento dei familiari di un lavoratore deceduto per suicidio a seguito della diagnosi di mesotelioma, causato dall’esposizione all’amianto.

Il Tribunale ha stabilito che il suicidio, pur essendo un gesto estremo determinato da molteplici fattori, non interrompe il nesso causale tra la malattia professionale e il decesso. È sufficiente, infatti, che esista un legame diretto tra il mesotelioma e la depressione che ha portato al suicidio per configurare la responsabilità dell’azienda.

La decisione del Tribunale

I giudici bolognesi hanno sottolineato come la malattia professionale, con il suo impatto devastante sulla vita del lavoratore e dei suoi familiari, possa innescare gravi disturbi psichiatrici, tra cui la depressione. In questo caso specifico, il Tribunale ha ritenuto che la malattia professionale abbia rappresentato un fattore determinante nel causare il suicidio.

Un precedente importante

Questa sentenza rappresenta un importante precedente giurisprudenziale, in quanto riconosce la complessità dei casi in cui il decesso avviene per suicidio a seguito di una malattia professionale. Il Tribunale di Bologna ha affermato che non è sufficiente individuare una singola causa scatenante il suicidio, ma è necessario valutare l’insieme dei fattori che hanno contribuito al tragico epilogo.

Le implicazioni della sentenza

La sentenza del Tribunale di Bologna apre nuove prospettive per le vittime dell’amianto e le loro famiglie. In futuro, sarà più facile ottenere il riconoscimento del diritto al risarcimento anche nei casi in cui il decesso avvenga per suicidio a seguito di una malattia professionale causata dall’esposizione all’amianto.

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