Sostenibilità: obbligo di rendicontazione anche per le cooperative

Le società cooperative costituite come S.p.A. o S.r.l. dovranno rispettare gli obblighi di rendicontazione sulla sostenibilità, come stabilito dal decreto legislativo n. 125/2024. Sebbene le cooperative non siano menzionate esplicitamente nel testo, l’Alleanza Cooperative Italiane—un coordinamento di AGCI, CONFCOOPERATIVE e LEGACOOP—sottolinea che le disposizioni della nuova normativa si applicano anche a queste forme societarie.

Entrata in vigore il 26 settembre 2024, la normativa recepisce la Direttiva 2022/2464/UE (Direttiva CSRD) e si rivolge principalmente alle grandi imprese, imponendo loro di fornire informazioni dettagliate riguardo all’impatto ambientale, sociale e di governance (ESG) delle loro attività. Secondo l’Alleanza, le cooperative dovranno adeguarsi a tali requisiti in conformità all’articolo 2519 del Codice civile, che equipara le cooperative alle società di capitali in termini di disciplina di bilancio e revisione legale dei conti.

Il chiarimento dell’Alleanza è emerso in seguito all’interpretazione contenuta nella Relazione governativa al decreto, che ha dissipato i dubbi sollevati durante l’esame del provvedimento. L’esclusione delle cooperative dal circuito informativo sulla sostenibilità sarebbe stata paradossale, considerata la loro struttura democratica e la funzione sociale riconosciuta dalla Costituzione. Inoltre, in molti settori, le cooperative hanno già svolto un ruolo pionieristico nelle politiche di transizione ecologica.

Sanzioni privacy: l’avvocato generale dell’UE contesta i calcoli sul fatturato

Le sanzioni per le violazioni della privacy, calcolate sul fatturato aziendale, sono considerate eccessive. Secondo l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione Europea, le imprese appartenenti a un gruppo devono tener conto del fatturato globale solo se la violazione della privacy deriva da una strategia comune. Questa interpretazione dell’articolo 83 del GDPR è stata presentata il 12 settembre 2024 nella causa C-383/23. L’articolo in questione stabilisce gli importi massimi delle sanzioni amministrative pecuniarie, sollevando interrogativi sull’equità delle attuali pratiche di sanzionamento.

IA e magistratura, Galoppi (MI): intelligenza artificiale supporto e non sostituto

In un’epoca segnata dalla rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale, la magistratura italiana si trova di fronte a sfide e opportunità senza precedenti. Claudio Galoppi, segretario nazionale di Magistratura Indipendente, in un’intervista a Giulia Melo per Il Domani, sottolinea l’importanza di preservare l’autorevolezza del lavoro giudiziario in un contesto di riforme e innovazioni tecnologiche.

IA: risorsa o rischio?

Durante il convegno nazionale promosso da MI e dedicato all’intelligenza artificiale, Galoppi ha descritto questa rivoluzione culturale come un tema di rilevanza per tutti i cittadini, in particolare per coloro che svolgono professioni intellettuali. L’IA, afferma, può rappresentare una risorsa fondamentale per rendere il servizio giustizia più accessibile e efficiente, ma porta con sé anche potenziali pericoli.

«Dobbiamo lavorare per rafforzare ciò che differenzia l’uomo dalle macchine», ha detto Galoppi, evidenziando la necessità di sviluppare un pensiero critico e di mantenere la centralità delle relazioni umane nel processo decisionale.

Il ruolo del giudice e l’IA

L’applicazione dell’IA nel lavoro dei magistrati deve avvenire con cautela. «L’attività di giudicare deve rimanere unica e originale, caratterizzata dalla centralità dell’uomo», afferma Galoppi. L’IA deve fungere da supporto, non da sostituto. «La decisione non può mai essere demandata a un algoritmo», sottolinea, richiamando l’importanza di una collaborazione in cui il giudice resta il decisore finale.

Criticità nel processo penale telematico

Nonostante le promesse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) per modernizzare la giustizia, Galoppi riconosce che i risultati, in particolare nel settore penale, sono ancora insufficienti. «È chiaro che nessuna innovazione tecnologica potrà essere efficace senza investimenti strutturali adeguati», avverte, evidenziando l’importanza della formazione e dell’assistenza continua per gli operatori.

Riforme e separazione delle carriere

Galoppi esprime una posizione di apertura al dialogo riguardo alle riforme in atto, come la separazione delle carriere, pur rimanendo scettico sull’efficacia di tali misure nel migliorare la giustizia. «Non porterà vantaggi in termini di efficienza e garanzie per i cittadini», sostiene, richiamando l’attenzione su un confronto costruttivo con il governo.

Sulle riforme del CSM e il caso Natoli

Il dibattito sul sorteggio dei consiglieri togati e la recente controversia riguardante la componente laica Rosanna Natoli hanno sollevato interrogativi sull’autorevolezza del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Galoppi avverte che le riforme non devono essere qualunquiste e che è necessario premiare il merito nelle designazioni.

La pressione mediatica e politica sui magistrati

Infine, Galoppi ribadisce che i magistrati devono concentrarsi sul loro lavoro, lontano dalle pressioni esterne. «L’importante è il rigore professionale e l’assenza di pregiudizio», afferma, sottolineando l’importanza di mantenere l’integrità e la professionalità nella magistratura.

Addio a Gianfranco Amenta, avvocato galantuomo

Il mondo universitario, giuridico, forense e lionistico perde un pilastro: si è spento a 76 anni Gianfranco Amenta, avvocato e professore di Diritto privato all’Università di Palermo. Figura di spicco anche nel Lions Club, Amenta è stato governatore nell’anno sociale 2013-2014 e ha ricoperto diversi incarichi multi-distrettuali per gli affari legali, ottenendo il prestigioso riconoscimento di Good Will Ambassador.

Gianfranco Amenta si laureò in Giurisprudenza con il massimo dei voti e la lode nel 1971, discutendo una tesi sul contratto preliminare. Iniziò la sua carriera accademica da giovanissimo, sotto la guida del professore Salvatore Orlando Cascio, figura eminente della Giurisprudenza e padre dell’ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. Dopo aver superato il concorso per professore universitario, Amenta iniziò a insegnare Diritto delle Comunità Europee e, successivamente, Diritto dell’Unione Europea, materie in cui era appassionato e profondo conoscitore.

Per oltre vent’anni, Amenta ha tenuto la cattedra di Istituzioni di Diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza, contribuendo a formare una generazione di giuristi oggi attivi nelle più prestigiose università italiane. Fu tra i fondatori del dottorato di ricerca in Diritto comparato e, successivamente, del dottorato in Fondamenti del Diritto europeo e metodologia comparatistica.

Parallelamente alla carriera accademica, Gianfranco Amenta non ha mai abbandonato l’attività forense, distinguendosi come avvocato cassazionista e ricoprendo anche il ruolo di vicepresidente regionale della commissione tributaria e dell’associazione dei magistrati tributari. La sua integrità professionale e la sua passione per il diritto hanno lasciato un’impronta indelebile nel mondo forense.

Aggrediti e stalkerizzati: la crisi di prestigio degli avvocati

Dopo gli ultimi casi cronaca in tutta Italia, protagonisti avvocati aggrediti o stalkerizzati dai clienti o dalle controparti, s’impone un profondo ripensamento, non solo nei rapporti con il pubblico ma anche all’interno della categoria stessa. Negli ultimi anni, la figura dell’avvocato ha perso parte del prestigio che un tempo la caratterizzava. Un fenomeno complesso, frutto di molteplici fattori che hanno contribuito a erodere l’immagine pubblica di una professione storicamente associata a ideali di giustizia e difesa dei diritti civili. Analizziamo le cause principali di questa crisi di prestigio sociale.

Un mercato saturo e la competizione al ribasso

Il numero degli avvocati è cresciuto a dismisura, creando una competizione esasperata e abbassando, in molti casi, la qualità del servizio offerto. Questa saturazione ha reso la professione meno esclusiva e ha spinto molti professionisti ad accettare incarichi mal pagati, minando ulteriormente l’immagine dell’avvocato come figura di prestigio.

Una percezione negativa alimentata dai media

Gli avvocati sono spesso rappresentati come astuti manipolatori delle leggi, più interessati a vincere le cause che a cercare la verità o promuovere la giustizia. Scandali legati a corruzione, conflitti di interesse e pratiche discutibili hanno peggiorato ulteriormente la percezione pubblica, contribuendo a una perdita di fiducia verso la categoria.

La lentezza del sistema giudiziario e l’eccessiva burocrazia

La lentezza e la complessità del sistema giudiziario italiano non aiutano. Molti cittadini associano questi problemi anche agli avvocati, ritenuti corresponsabili delle lungaggini burocratiche e dei ritardi nei procedimenti legali. Questa inefficienza percepita incide negativamente sull’immagine dell’intera professione.

Condizioni di lavoro precarie e compensi ridotti

Con la liberalizzazione delle tariffe e l’abbassamento dei compensi, soprattutto per i giovani professionisti, la figura dell’avvocato appare oggi meno remunerativa e meno sicura rispetto al passato. Questo trend ha conseguenze significative sul prestigio della professione, che perde l’aura di esclusività e successo economico.

La minaccia della tecnologia e dell’automazione

L’introduzione di nuove tecnologie e l’uso crescente di intelligenza artificiale stanno trasformando il mondo legale. Compiti tradizionalmente affidati agli avvocati, come la stesura di contratti o la ricerca giurisprudenziale, possono oggi essere svolti da software avanzati, riducendo la percezione della necessità di un professionista in carne e ossa.

La perdita del ruolo morale nella società

Un tempo considerati come paladini della giustizia e della difesa dei diritti, gli avvocati sono oggi visti spesso come figure orientate al profitto piuttosto che all’etica. Questo cambiamento di percezione ha indebolito il loro ruolo come guide morali nella società.

La spettacolarizzazione dei processi legali

La spettacolarizzazione mediatica dei processi, che spesso finiscono sotto i riflettori di televisioni e social media, ha contribuito a distorcere l’immagine dell’avvocato, più simile a un attore di un reality show che a un serio professionista al servizio della giustizia.

DoNotPay: il primo avvocato robot al mondo sotto accusa per incompetenza

DoNotPay, la compagnia tech che offre assistenza legale tramite un chatbot presentato come “il primo avvocato robot al mondo”, è finita sotto i riflettori internazionali. Negli ultimi giorni, la Federal Trade Commission (FTC) ha inflitto all’azienda una multa di 193.000 dollari per non aver mai verificato che il suo chatbot avesse acquisito competenze legali reali. Secondo la FTC, DoNotPay non ha mai assunto avvocati per sviluppare o supervisionare il prodotto, mettendo così in discussione la legittimità delle sue affermazioni pubblicitarie.

Oltre alla sanzione pecuniaria, l’azienda dovrà inviare una comunicazione a tutti gli utenti che hanno utilizzato il servizio tra il 2021 e il 2023, avvertendoli delle limitazioni del chatbot. La FTC ha inoltre imposto un divieto severo: DoNotPay non potrà più promuovere il proprio servizio come sostitutivo di un avvocato professionista senza prove concrete delle sue competenze.

La questione sollevata dalle autorità statunitensi è chiara: il chatbot non è un avvocato e non può essere spacciato per tale. La FTC ha evidenziato gravi mancanze nella qualità e nell’accuratezza dei documenti e dei consigli legali prodotti dal servizio. “I dipendenti di DoNotPay non hanno testato la qualità e l’accuratezza dei documenti generati dalla maggior parte delle funzioni legali del servizio – ha dichiarato la FTC -. DoNotPay non ha mai assunto avvocati o esperti con competenze legali per testare la qualità delle sue funzioni.”

DoNotPay ha cercato di difendersi, affermando che le accuse si riferiscono a servizi non più attivi, utilizzati dagli utenti in passato. Tuttavia, questa spiegazione appare riduttiva e ha suscitato dubbi tra gli esperti, che si chiedono se sia stata realmente formulata da un dipendente della società o se, paradossalmente, sia un’ulteriore creazione dell’AI.

Sensazionalismo mediatico, Camera penale Monza: non più in basso

In un comunicato stampa la Camera Penale di Monza ha espresso preoccupazione per l’atteggiamento di alcuni media, in particolare dopo l’episodio avvenuto lunedì pomeriggio scorso durante la trasmissione “Pomeriggio Cinque”. Gli inviati della trasmissione hanno infatti intercettato il figlio di un’anziana uccisa nella propria abitazione, arrivando sul posto prima delle Forze dell’Ordine.

Questa situazione ha sollevato interrogativi cruciali sulla responsabilità dei media e sul ruolo che questi assumono nei momenti di dolore e tragedia. La Camera Penale ha denunciato come i giornalisti, sentendosi legittimati a svolgere funzioni che non spettano loro, abbiano condotto un’intervista che ha prodotto una confessione straziante, colma di dettagli sulle sofferenze vissute dalla famiglia. Tale intervista, che ha immediatamente fatto il giro dei telegiornali serali, è stata descritta come un esempio di mercificazione del dolore umano.

Il comunicato solleva interrogativi inquietanti: è questo il “fondo del barile” a cui i media sono disposti a scendere per ottenere share e introiti pubblicitari? È preoccupante constatare che una parte del pubblico sembra nutrirsi di questa drammatica sovrapposizione di ruoli, dove il dolore altrui diventa oggetto di intrattenimento. “Abbassando il volume, alzando la pietà” è l’invito rivolto dalla Camera Penale a una società che, troppo spesso, si ciba di sensazionalismo.

La Camera Penale di Monza ha sottolineato l’importanza di denunciare questi fenomeni e di farlo con un linguaggio semplice, ma efficace, per arrivare al cuore e al buon senso della gente. In un momento in cui il sensazionalismo sembra prevalere, è fondamentale riscoprire la pietà e il rispetto per le vittime e per le loro famiglie.

Indennizzi ingiusta detenzione: se vittima il magistrato, risarcimenti fino a sette volte maggiori

La giustizia italiana, quando si tratta di errori, sembra seguire due pesi e due misure: se un cittadino comune viene ingiustamente detenuto, l’indennizzo che riceve è ben diverso da quello riservato ai magistrati. È quanto emerge dal caso dell’ex procuratore facente funzioni di Aosta, che ha ricevuto un indennizzo di 48.800 euro per aver trascorso due mesi agli arresti domiciliari nel 2017. Un importo ben sette volte superiore rispetto a quello che avrebbe ricevuto un qualsiasi altro cittadino nelle stesse circostanze.

Un indennizzo record: 800 euro al giorno per la libertà perduta

Nel dettaglio, la Corte d’Appello di Milano ha stabilito un risarcimento di 800 euro per ogni giorno trascorso agli arresti domiciliari dall’ex procuratore, per un totale di 48.800 euro. La somma è definitiva dal 17 settembre, quando la decisione del 7 agosto della quinta sezione è diventata inappellabile, poiché la Procura Generale ha scelto di non presentare ricorso. Le accuse che avevano portato all’arresto del magistrato includevano induzione indebita a dare o promettere utilità, rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento. Accuse da cui, nel 2021, l’ex procuratore è stato definitivamente assolto.

Il confronto con gli indennizzi “standard” per i cittadini comuni

Il calcolo aritmetico prevede per ogni giorno di detenzione ingiusta circa 117 euro di risarcimento, il che avrebbe portato a una cifra di poco superiore ai 7.000 euro per i 61 giorni di detenzione domiciliare. Ma quando la vittima della giustizia è un magistrato, il valore di ogni giorno di libertà perduta sale vertiginosamente a 800 euro, senza apparente giustificazione normativa che ne giustifichi la sproporzione.

Ingiustizie su larga scala: migliaia di risarcimenti, ma sanzioni minime

Il caso dell’ex procuratore non è un’eccezione isolata, ma evidenzia un problema più ampio. Dal 2018 al 2023, lo Stato ha risarcito 4.368 persone ingiustamente arrestate, per un totale di 193 milioni di euro. Tuttavia, le responsabilità interne al sistema giudiziario restano per lo più impunite: su 87 azioni disciplinari avviate tra il 2017 e il 2023, si sono concluse con 44 archiviazioni, 27 assoluzioni, 8 censure e solo 1 ammonimento. In pratica, sanzioni disciplinari sono state applicate solo nello 0,2% dei casi.

Addio posto fisso: in Veneto le dimissioni aumentano e trovare lavoro è questione di giorni

In Veneto, il posto fisso non è più così ambito, ma non per la precarietà del mercato del lavoro. Secondo la Cgia di Mestre, nel 2022 le dimissioni volontarie hanno superato quota 126.500, segnando un incremento del 35% rispetto al 2019. Questo fenomeno, noto anche come “Great Resignation,” non sembra però preoccupare i lavoratori: chi decide di lasciare il proprio impiego trova un nuovo lavoro in tempi record, spesso in meno di una settimana.

Dimissioni e rapida ricollocazione: i nuovi scenari nel mercato del lavoro veneto

I dati della Cgia mostrano che, se nel 2019 il tasso di ricollocamento entro sette giorni si attestava al 52%, nel 2022 è salito al 56%. Le aziende venete, soprattutto nel settore manifatturiero, edile e dei servizi, faticano a trovare profili con competenze adeguate e, per attrarre e mantenere i talenti, si stanno orientando verso pratiche innovative: stipendi più alti, contratti a tempo indeterminato, orari di lavoro flessibili, strumentazioni all’avanguardia, opportunità di carriera e un’ampia gamma di benefit e welfare aziendale.

Il rischio per le imprese: la concorrenza sui migliori talenti

Il Veneto si colloca al terzo posto in Italia per qualità del lavoro, preceduto solo da Lombardia e Provincia autonoma di Bolzano. Tuttavia, nonostante i miglioramenti nelle condizioni lavorative, la ricerca di nuove opportunità è in continua crescita. Con un’offerta di lavoro che supera la domanda, le imprese si trovano a competere per i dipendenti più qualificati, una dinamica che si è intensificata soprattutto dopo la pandemia.

Le ragioni del fenomeno: stipendi bassi, sovraccarico di lavoro e una nuova consapevolezza

Le motivazioni alla base delle dimissioni non sono solo economiche. Secondo Francesca Coin, docente di sociologia e autrice del libro Le grandi dimissioni, pubblicato da Einaudi, la precarizzazione e il calo dei salari in Italia hanno reso difficile per i lavoratori trovare una contropartita adeguata nel proprio impiego. Oltre agli stipendi insoddisfacenti, pesano anche il sovraccarico di mansioni, la scarsa autonomia e le difficoltà nel conciliare vita privata e obiettivi aziendali.

Il nuovo paradigma lavorativo: cercare il benessere oltre il salario

Se prima della pandemia molti lavoratori erano disposti ad accettare condizioni difficili pur di mantenere il posto di lavoro, oggi in molti hanno scoperto che il benessere personale vale più del sacrificio economico. Il fatto che nel giro di una settimana sia possibile trovare un nuovo impiego, spesso più gratificante e meno stressante, ha spinto sempre più persone a riconsiderare le proprie priorità, portando a un aumento senza precedenti delle dimissioni volontarie, almeno in Veneto.

Deepfake, la crescente minaccia e la scarsa consapevolezza degli italiani

“Non credete a quello che vedete”. Potrebbe essere questo lo slogan di una futura campagna di sensibilizzazione contro i Deepfake, contenuti digitali sofisticati e manipolati da Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) che minano la fiducia nelle informazioni online. Secondo uno studio condotto da Ipsos e presentato con lo Studio Previti, solo il 30% degli italiani conosce con precisione il termine “Deepfake”, una percentuale decisamente inferiore rispetto ad altri Paesi come Indonesia (89%), Perù (82%) e Cile (81%). Inoltre, il 46% degli italiani ritiene che l’IA aumenti il rischio di diffusione di fake news, una preoccupazione diffusa a livello globale.

Una tecnologia sofisticata e pericolosa

I Deepfake includono foto, video e audio generati da software di AI che, partendo da contenuti reali, alterano in modo estremamente realistico volti, movimenti e voci, rendendo difficile distinguere la realtà dalla finzione. Il problema principale, come evidenziato da Diego Ciulli, Head of Government Affairs and Public Policy di Google Italy, è la facilità con cui questi contenuti illeciti possono essere creati e diffusi, grazie alla democratizzazione della tecnologia. “Il fake è un concetto vecchio,” ha affermato Ciulli, “ma oggi è troppo facile venire a contatto con questi contenuti.”

Le preoccupazioni di cittadini e aziende

Il rapporto Ipsos mostra come la consapevolezza dei rischi dei Deepfake stia crescendo, ma anche le paure connesse. Il 78% delle persone e delle aziende esprime timori, tra cui l’impatto sulla democrazia e la difficoltà di distinguere la realtà dalla finzione. Le aziende, in particolare, chiedono strumenti più efficaci per riconoscere i Deepfake (64%) e maggiori responsabilità dai social media e dai media tradizionali (35%).

L’approccio normativo in Italia

L’Italia ha introdotto un decreto legislativo sull’Intelligenza Artificiale, ancora in esame al Senato, che prevede la creazione di una nuova fattispecie di reato autonoma per i Deepfake. Il sottosegretario Alberto Barachini ha sottolineato l’importanza della tracciabilità e riconoscibilità dei contenuti generati dall’AI, elementi chiave per difendere il diritto d’autore e prevenire abusi.

Prevenzione e consapevolezza: le chiavi per affrontare il fenomeno

Nicola Neri, CEO di Ipsos, ha evidenziato l’importanza di un approccio integrato che combini informazione, formazione, sviluppo tecnologico e regolamentazione per affrontare i rischi legati ai Deepfake. Solo un impegno congiunto tra istituzioni, aziende e cittadini può preservare la fiducia nelle informazioni e garantire sicurezza e privacy online.

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