Ispezioni antiriciclaggio nel mirino della CEDU

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso una sentenza destinata a fare storia in materia di antiriciclaggio, mettendo in discussione le modalità di ispezione della Guardia di Finanza. La decisione, resa nota il 6 febbraio scorso, evidenzia criticità nelle procedure ispettive adottate dalle autorità italiane, ritenute in contrasto con i principi fondamentali della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).

Il caso

Al centro della vicenda giudiziaria vi è l’operato della Guardia di Finanza nelle ispezioni fiscali condotte presso sedi aziendali e professionali. La Corte ha censurato l’eccessiva discrezionalità concessa dalle normative italiane (in particolare dall’art. 52 del D.P.R. n. 633/1972 e dall’art. 33 del D.P.R. n. 600/1973), che permette alle autorità di accedere e sequestrare documentazione contabile senza adeguate garanzie procedurali.

La Corte ha rilevato l’assenza di un controllo giudiziario effettivo, sia preventivo che successivo, su tali operazioni, violando così l’articolo 8 della CEDU, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare, anche nei luoghi di lavoro. Questa mancanza di tutele ha portato la Corte a dichiarare inadeguato il quadro giuridico italiano, evidenziando il rischio di abusi o arbitrarietà da parte delle autorità fiscali.

L’impatto sulla normativa antiriciclaggio

La sentenza non si limita alle ispezioni fiscali, ma ha implicazioni dirette anche sul settore antiriciclaggio. Infatti, le modalità operative della Guardia di Finanza in materia antiriciclaggio si basano proprio sull’art. 52 del D.P.R. n. 633/1972, richiamato dall’art. 9 del D.lgs. n. 231/2007. Questo collegamento normativo impone un adeguamento delle procedure ispettive, affinché rispettino i principi di legalità, proporzionalità e giusto processo sanciti dalla CEDU.

I principi violati e le conseguenze

Secondo la Corte di Strasburgo, la normativa italiana non garantisce sufficienti tutele procedurali per le ispezioni antiriciclaggio, in quanto:

  • La legge risulta poco chiara e accessibile, violando il principio di determinatezza (art. 7 CEDU);
  • Le autorità fiscali godono di un potere discrezionale illimitato, in contrasto con lo stato di diritto;
  • Manca un effettivo riesame giudiziario delle ispezioni, rendendo la difesa dei soggetti ispezionati inefficace.

Queste criticità rischiano di esporre l’Italia a ulteriori sanzioni internazionali se non si adotteranno correttivi normativi adeguati.

Un monito per il legislatore italiano

La sentenza rappresenta un chiaro monito per il legislatore italiano: le modalità di accertamento delle violazioni antiriciclaggio devono essere riviste per garantire il rispetto dei diritti umani, dalla presunzione di innocenza al giusto procedimento (art. 6 CEDU). In caso contrario, le ispezioni della Guardia di Finanza potrebbero continuare a violare il diritto sovranazionale, con conseguenti ripercussioni legali ed economiche per l’Italia.

La pronuncia della Corte Europea apre quindi a un necessario ripensamento dell’intero impianto normativo e operativo delle ispezioni antiriciclaggio, affinché siano rispettati i diritti fondamentali sanciti dalla CEDU.

Delaware: niente fair use per l’AI che si allena con dati protetti da copyright

La Corte distrettuale del Delaware ha recentemente emesso una sentenza destinata a far discutere nel mondo della tecnologia e della proprietà intellettuale. Nel caso che ha visto contrapposti il Thomson Reuters Centre GmbH e West Publishing Corp. contro Ross Intelligence Inc., il Giudice Bibas ha stabilito che Ross Intelligence ha violato il copyright di Thomson Reuters, respingendo la difesa basata sul fair use.

Il nodo della questione: come si allena un’Intelligenza Artificiale?

Le intelligenze artificiali necessitano di enormi quantità di dati per essere addestrate. In questo contesto, il text and data mining (TDM) gioca un ruolo cruciale, poiché consente l’estrazione di contenuti da opere creative preesistenti per creare copie a scopo di training. Tuttavia, questo processo solleva questioni spinose riguardo alle potenziali violazioni del diritto d’autore.

Fair use: perché non si applica in questo caso?

Negli Stati Uniti, la dottrina del fair use consente l’utilizzo di opere protette da copyright per scopi specifici, come l’insegnamento e la ricerca, senza necessità di autorizzazione da parte del titolare dei diritti. Tuttavia, nel caso del Delaware, il giudice ha escluso l’applicabilità del fair use poiché Ross Intelligence ha utilizzato il database di Westlaw per addestrare la propria intelligenza artificiale, competendo così direttamente con il prodotto di Thomson Reuters.

L’approccio europeo e le implicazioni globali

Diversamente dagli Stati Uniti, l’Unione Europea disciplina il text and data mining attraverso la Direttiva Copyright (n. 790/2019), che prevede eccezioni specifiche al diritto d’autore per consentire operazioni di TDM in contesti di ricerca e innovazione. Questa differenza normativa potrebbe spingere le aziende tecnologiche a rivalutare le proprie strategie globali di sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Quale futuro per l’AI?

La sentenza del Delaware potrebbe avere conseguenze significative sull’evoluzione del settore AI, soprattutto per le aziende che si affidano al TDM per addestrare i propri algoritmi. La necessità di ottenere licenze dai titolari dei diritti d’autore potrebbe rallentare lo sviluppo tecnologico o aumentarne i costi.

Questa decisione segna un punto di svolta nella giurisprudenza americana sul rapporto tra copyright e intelligenza artificiale, ponendo un interrogativo cruciale: fino a che punto sarà possibile allenare l’AI utilizzando dati protetti da copyright?

Sciopero dei magistrati: mobilitazioni in tutta Italia “Contro la riforma e a difesa della Costituzione”

Manifestazioni, flash mob e assemblee pubbliche in tutta Italia: i magistrati hanno scioperato oggi contro la riforma della giustizia, proclamando un’astensione “a difesa della Costituzione” e contro la separazione delle carriere. L’Associazione Nazionale Magistrati (Anm), promotrice dello sciopero, ha registrato un’adesione vicina all’80%, con picchi del 90% al Tribunale di Milano e dell’86,5% alla Procura di Torino.

Le ragioni dello sciopero

La protesta nasce dal dissenso verso la riforma costituzionale che prevede la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, oltre all’istituzione di un’Alta Corte. Secondo l’Anm, queste modifiche metterebbero a rischio l’indipendenza della magistratura e l’equilibrio dei poteri, violando i principi costituzionali.

In tutta Italia, i magistrati hanno organizzato eventi per sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli della riforma. A Roma, circa un centinaio di togati, con coccarde tricolori e Costituzione alla mano, si sono riuniti sulla scalinata della Corte di Cassazione per un flash mob. A Bologna, la protesta si è svolta davanti al Tribunale di via Farini, con magistrati che hanno ricordato l’importanza dell’indipendenza giudiziaria citando eventi storici come la strage di via d’Amelio.

L’apertura del Governo

Parallelamente allo sciopero, il Governo ha tenuto un vertice a Palazzo Chigi con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, i vicepremier Tajani e Salvini, e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Da questo incontro è emersa un’apertura su due punti critici della riforma: il sorteggio temperato per il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) e la riserva delle quote rosa. Il sorteggio potrebbe riguardare i membri laici, i togati o entrambe le componenti del Csm. La premier Meloni incontrerà l’Anm e l’Unione delle Camere Penali il prossimo 5 marzo per ulteriori confronti.

Le posizioni politiche

Sul fronte politico, il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha criticato duramente lo sciopero, definendolo “dal sapore eversivo” e affermando che “non bloccherà il cammino della democrazia”. Gasparri ha ribadito la volontà del Governo di proseguire con la riforma per garantire la separazione dei poteri e la certezza della pena, accusando i magistrati di voler ostacolare il processo democratico.

Di parere diverso il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che si è dichiarato favorevole al sorteggio dei componenti del Csm, purché venga applicato in modo equilibrato e trasparente. Secondo Gratteri, questa misura potrebbe garantire maggiore imparzialità nella gestione della magistratura.

Mobilitazioni in tutta Italia

Le manifestazioni si sono svolte in molte città italiane:

  • Roma: Assemblea pubblica al Cinema Adriano e flash mob sulla scalinata della Corte di Cassazione.
  • Milano: Adesione quasi all’80% allo sciopero, con flash mob e incontri con i cittadini per spiegare i rischi della riforma.
  • Torino: Assemblea pubblica seguita dalla lettura di articoli della Costituzione in un flash mob al Palazzo di Giustizia.
  • Napoli: Oltre il 75% di adesione allo sciopero e incontri pubblici per sensibilizzare sull’importanza dell’indipendenza della magistratura.
  • Bologna: Manifestazione all’ingresso del Tribunale di via Farini, con magistrati che hanno evidenziato i rischi della riforma per le garanzie costituzionali.

Il ruolo del Csm

I consiglieri togati del Consiglio Superiore della Magistratura hanno espresso solidarietà alle ragioni dello sciopero, sottolineando che la protesta non riguarda interessi di categoria, ma la tutela dell’autonomia e dell’indipendenza dell’ordine giudiziario.

Prossimi sviluppi

Il confronto politico proseguirà nelle prossime settimane, con l’incontro programmato tra la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e le rappresentanze della magistratura. L’Anm continuerà a mobilitarsi per difendere l’indipendenza giudiziaria e i principi costituzionali, mentre il Governo intende andare avanti con la riforma per garantire l’efficienza del sistema giustizia e la separazione dei poteri.

Spese di giustizia in aumento: gratuito patrocinio, intercettazioni e legge Pinto pesano sul bilancio

Nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025, il Ministero della Giustizia ha presentato la Relazione annuale, rivelando cifre preoccupanti sui capitoli di spesa legati al gratuito patrocinio, alle intercettazioni e ai pagamenti previsti dalla legge Pinto.

Gratuito patrocinio: spese in costante aumento

Uno dei dati più significativi riguarda le spese per i difensori di soggetti ammessi al gratuito patrocinio, che nel 2023 hanno raggiunto i 493 milioni di euro, confermando un trend in crescita costante. Dal 2015, quando il costo annuo era di 215 milioni di euro, la cifra è più che raddoppiata.

Questa voce di spesa comprende anche i pagamenti per consulenti, periti, traduttori, custodi, giudici popolari, testimoni e trasferte per atti processuali. L’Organismo Congressuale Forense (OCF) ha recentemente chiesto al Ministero di separare la spesa per il gratuito patrocinio da tutte le altre voci, a causa dei ritardi nei pagamenti che si accumulano soprattutto nell’ultimo quadrimestre dell’anno.

Intercettazioni: costi in crescita dopo anni di calo

Anche le spese per le intercettazioni sono aumentate, passando dai 203 milioni di euro nel 2021 ai 239 milioni di euro nel 2023. Un dato che segna un’inversione di tendenza rispetto al decennio precedente, durante il quale i costi si erano ridotti progressivamente (dai 300 milioni del 2010 ai 200 milioni del 2019).

Legge Pinto: un debito che pesa sui conti pubblici

Ancora più complessa è la situazione dei pagamenti previsti dalla legge Pinto per l’eccessiva durata dei processi. A fine 2023, il debito arretrato ammontava a 403 milioni di euro. Nonostante l’implementazione del sistema informatico Siamm Pinto Digitale, volto a velocizzare le liquidazioni, i ritardi accumulati negli anni hanno portato a numerose azioni esecutive contro l’Amministrazione, con un aumento di spese e interessi passivi.

Per affrontare questa situazione, il Ministero ha annunciato il piano straordinario “PINTOPAGA”, con l’obiettivo di azzerare il debito nel corso del 2025.

Un bilancio da ripensare

Il Ministero della Giustizia ha sottolineato che non ha margine di intervento diretto su queste spese, rimandando al legislatore eventuali modifiche normative per ottenere risparmi. L’elevato impatto finanziario delle voci di spesa analizzate evidenzia l’urgenza di una riforma strutturale, necessaria per garantire la sostenibilità economica del sistema giudiziario italiano.

Incontro Meloni – ANM, COA Roma: “Partecipino anche gli avvocati”

L’incontro fra i rappresentanti dell’ANM e la Premier Giorgia Meloni è fissato per il 5 marzo. Sul tavolo del confronto il tema ormai noto della separazione delle carriere fra giudici e pm,  contenuto nel disegno di legge costituzionale C.1917,  “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”.

“Appare evidente già dal titolo del disegno di legge un elemento che sembra essere stato completamente trascurato – commenta il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Paolo Nesta – qui si parla di giurisdizione e di riforma della Giustizia, un tema sul quale anche gli Avvocati devono essere ascoltati”.

Di qui la proposta di Paolo Nesta, che guida l’Ordine forense più grande d’Italia, rivolta tanto all’interlocutore politico, quanto a quello giudiziario: “Sarebbe utile che all’incontro fossero presenti anche i rappresentanti dell’Avvocatura – penso ai vertici dell’OCF, che è organo di rappresentanza politica degli Avvocati – perché se è vero che giurisdizione è amministrazione della Giustizia, è altrettanto vero che nel nostro sistema costituzionale non esiste giurisdizione senza la presenza di un difensore”.

La proposta di Nesta arriva nel giorno dello sciopero del Magistrati in tutta Italia. “Leggo che ci saranno iniziative ed eventi in tutti i distretti d’Italia aperti alla società civile – conclude Nesta – E allora, quale segno migliore di apertura se non quello di accettare l’offerta di dialogo? Siano i Magistrati a chiedere che l’incontro a due diventi un incontro a tre: Politica, Magistratura e Avvocatura. Qualcosa di diritto la sappiamo anche noi Avvocati”.

Il dominus deve pagare il domiciliatario se il cliente non lo fa

La Corte di Cassazione ha stabilito che l’avvocato che incarica un collega domiciliatario deve provvedere al suo compenso se il cliente non vi adempie, pena la sanzione della censura. La decisione è contenuta nell’ordinanza n. 4850 depositata oggi. Nella stessa data, un’altra pronuncia (ordinanza n. 4844) ha confermato la sospensione per un anno di un legale che, dopo aver assistito entrambi i coniugi nella separazione, aveva poi difeso l’ex marito contro l’ex moglie.

Il pagamento del domiciliatario: un dovere deontologico

La questione (n. 4850/2025) è nata da segnalazioni presentate al Consiglio dell’Ordine di Civitavecchia da due avvocati, uno del foro di Brescia e l’altro di Firenze, che lamentavano il mancato pagamento del compenso per l’attività svolta come difensori domiciliatari.
Nel primo caso, il pagamento era stato tentato con un assegno risultato insoluto, ma l’azione disciplinare è stata dichiarata prescritta poiché erano trascorsi i sette anni e mezzo previsti dalla legge.

Nel secondo caso, l’avvocato non aveva ricevuto alcun pagamento. La Suprema Corte ha ricordato che l’articolo 43 del Nuovo Codice Deontologico Forense prevede che il dominus, ovvero l’avvocato che incarica un collega di esercitare funzioni di rappresentanza o assistenza, è tenuto a compensarlo se il cliente non lo fa. La violazione di questo obbligo comporta la sanzione della censura.
La Cassazione ha sottolineato come questa disposizione tuteli il rapporto di colleganza e promuova i principi di lealtà e correttezza professionale. Ha inoltre chiarito che l’illecito deontologico può essere considerato “permanente” fino a quando non viene sanata la situazione debitoria.

Conflitto di interessi: sospeso l’avvocato che ha difeso l’ex marito dopo aver assistito la coppia

Nell’ordinanza n. 4844/2025, la Corte di Cassazione ha confermato la sospensione per un anno di un avvocato accusato di conflitto di interessi. Il procedimento disciplinare era stato avviato dopo l’esposto di una donna che aveva scoperto che l’avvocato, che in passato aveva assistito lei e l’ex marito nella separazione, aveva poi assunto la difesa dell’ex coniuge contro di lei.
La Suprema Corte ha ricordato che il Codice Deontologico vieta all’avvocato di accettare incarichi contro una parte già assistita quando l’oggetto del nuovo incarico non è estraneo a quello precedentemente trattato. È altresì vietato utilizzare le informazioni acquisite in precedenza in controversie successive tra gli stessi soggetti.

In primo grado, il Consiglio Nazionale Forense (Cnf) aveva ridotto la sanzione di tre mesi considerando le circostanze attenuanti, come la successiva rinuncia ai mandati e l’assenza di precedenti disciplinari. Tuttavia, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la sospensione annuale in considerazione della gravità dell’illecito.

Obiettivo «zero morti sul lavoro» con intelligenza artificiale e badge digitale

VENEZIA – L’intelligenza artificiale per la gestione della sicurezza sul lavoro e l’idea di un badge digitale per i cantieri sono state le proposte centrali del tavolo convocato dal prefetto Darco Pelos. L’incontro si è tenuto a sei giorni dall’ultimo incidente mortale a Sottomarina, in cui ha perso la vita il 22enne Andrea Canzonieri, e a meno di un mese dalla scomparsa di Alessandro Brunello, trasportatore 49enne deceduto in un incidente sul Canal Salso.

«È necessario fare il punto sulla situazione per prevenire ulteriori tragedie», ha dichiarato Pelos, sottolineando come la carenza di organico rappresenti un problema costante.

Monitoraggio digitale nei cantieri

Daniele Giordano, segretario generale della Cgil di Venezia, ha proposto la sperimentazione del monitoraggio digitale nei settori dell’edilizia e delle manutenzioni meccaniche. La proposta ha ricevuto il sostegno di Ance e Confindustria, favorevoli all’innovazione a patto che si raggiunga un’intesa operativa nei cantieri.

Il sistema prevederebbe l’uso di un badge digitale per monitorare in tempo reale la presenza, la posizione nell’area di lavoro, le condizioni di salute e persino l’altezza a cui sta operando un lavoratore. I dati, raccolti tramite sensori, verrebbero gestiti dal prefetto e dallo Spisal nel rispetto della privacy e della dignità dei lavoratori.

Prevenzione con l’Intelligenza Artificiale

Il tavolo ha discusso anche dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per simulazioni di rischio nelle aziende, con l’obiettivo di rafforzare la formazione e la prevenzione degli infortuni. «La tecnologia può ottimizzare le informazioni sulla sicurezza attraverso il Building Information Modeling (BIM), fondamentale in un contesto di risorse umane limitate», ha spiegato Pelos.

Gli strumenti informatici permetterebbero di registrare automaticamente le presenze nei cantieri, contrastando illegalità e elusioni normative, in linea con il decreto governativo che ne promuove l’uso per prevenire gli infortuni e favorire la formazione continua.

Verso l’obiettivo «zero morti sul lavoro»

La Cisl Venezia, per voce di Dario De Rossi, ha sottolineato la necessità di un approccio condiviso: «Per sconfiggere il triste primato di morti e incidenti sul lavoro nel Veneziano, serve una prevenzione che coinvolga imprenditori, datori di lavoro e operai».

Il coordinatore provinciale della Uil, Giuliano Gargano, ha aggiunto: «Tutti devono dare il proprio contributo. La Regione ha annunciato l’imminente approvazione del nuovo “Piano per la salute e sicurezza sul lavoro”, un passo decisivo verso l’obiettivo “zero morti sul lavoro”».

Prossimi passi

Il 12 marzo si terrà un tavolo presso la Cassa Edile per discutere le tempistiche dell’implementazione del badge digitale. Per il finanziamento dell’iniziativa, si pensa al coinvolgimento della Camera di Commercio e all’eventuale utilizzo di fondi europei.

Controlli fiscali: le chat WhatsApp diventano prove documentali

Da oggi, una semplice foto di una chat su WhatsApp può bastare come prova in un controllo fiscale. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1254 del 18 gennaio 2025, ha stabilito che i messaggi su WhatsApp possono essere utilizzati come prove documentali durante gli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza, anche in assenza di intercettazioni autorizzate.

Prove digitali nei controlli fiscali

WhatsApp è ormai una delle piattaforme di messaggistica più utilizzate, sia dai privati che dalle aziende, grazie anche alle funzionalità dedicate ai profili business. Le conversazioni su questa app possono contenere informazioni rilevanti e, come ha chiarito la Cassazione, possono costituire prove valide durante un processo legale.

La novità risiede nel fatto che le chat possono essere utilizzate come prove anche senza intercettazioni dirette, purché non venga contestata la loro autenticità. Questo apre nuovi scenari nei controlli fiscali, dove le prove documentali rivestono un ruolo cruciale.

Garanzia di autenticità: l’importanza degli screenshot

Affinché i messaggi siano considerati validi come prove, è essenziale garantirne l’autenticità. La Corte di Cassazione ha precisato che gli screenshot – fotografie dello schermo del dispositivo – possono essere acquisiti come prova anche se l’autore della conversazione ha successivamente cancellato i messaggi. Se un altro soggetto ha salvato la chat, essa può essere utilizzata come prova in un processo, a condizione che il contenuto non risulti alterato o manipolato.

Ispezioni fiscali e dispositivi elettronici

Durante le ispezioni fiscali, i controlli possono includere anche i dispositivi elettronici, come computer e smartphone, utilizzati per le attività economiche. In caso di sospetto di contabilità parallela o di illeciti fiscali, le conversazioni su WhatsApp presenti sui dispositivi del contribuente possono essere utilizzate come prove.

Un precedente giuridico non del tutto nuovo

Sebbene la sentenza della Cassazione del 2025 introduca importanti novità, non si tratta di un cambiamento completamente innovativo. Già nel 2023, la Corte Costituzionale aveva stabilito che l’acquisizione di messaggi da dispositivi sequestrati non richiede autorizzazioni speciali. Inoltre, la Guardia di Finanza, con una circolare del 2018, aveva già previsto la possibilità di controllare i dispositivi elettronici durante le ispezioni fiscali.

Implicazioni per privati e imprese

Questa sentenza potrebbe avere un forte impatto sia sui privati che sulle imprese, aumentando la responsabilità e l’attenzione nell’utilizzo di piattaforme digitali come WhatsApp per comunicazioni di natura professionale o economica. Inoltre, potrebbe influire sulle modalità di raccolta delle prove nei procedimenti tributari, segnando un passo avanti verso l’adattamento delle norme alle nuove tecnologie.

IA, cliente e avvocato: il nuovo triangolo del diritto

Non è fantascienza, è già realtà: l’intelligenza artificiale sta entrando negli studi legali. E non solo come strumento a supporto dell’avvocato, ma anche come giudice silenzioso del suo operato. Immaginate un cliente che, ricevuto l’atto giudiziario dal suo legale, decide di sottoporlo al vaglio di un programma di IA. In pochi istanti, la macchina emette il suo verdetto: l’atto è nel complesso sufficiente, ma alcune parti potrebbero essere migliorate. Un feedback sintetico e freddo, privo di sfumature, ma sufficiente a mettere in discussione la professionalità dell’avvocato.

Questa situazione non è solo ipotetica. Sta già accadendo. E porta con sé una serie di riflessioni su un rapporto professionale che rischia di trasformarsi radicalmente.

Una relazione che cambia
L’avvocato non è più solo in studio. Al suo fianco, anche se invisibile, potrebbe esserci una macchina pronta a valutare ogni riga del suo lavoro. Ma il punto è: il legale lo sa? Non necessariamente. Il cliente potrebbe usare un programma di intelligenza artificiale per giudicare l’operato del proprio avvocato senza mai rivelarglielo, insinuando un terzo elemento nel rapporto fiduciario che tradizionalmente lega le due parti.

E se invece il cliente lo dichiarasse apertamente? In tal caso, l’avvocato si troverebbe davanti a un bivio: accettare di confrontarsi con il giudizio della macchina o rifiutare il mandato, vedendo vacillare la fiducia che è alla base di ogni consulenza legale.

Ma rinunciare al mandato non risolverebbe il problema. Altri clienti potrebbero fare lo stesso, in silenzio. E comunque, l’IA non ha obblighi deontologici né tantomeno responsabilità etiche: emette un giudizio tecnico, algoritmico, privo di contesto.

Il rapporto a tre: cliente, avvocato e IA
Quando l’intelligenza artificiale entra in gioco, il rapporto tra cliente e avvocato diventa inevitabilmente a tre. La macchina è come un terzo incomodo, una presenza silente che media il legame fiduciario. E può persino influenzare la scrittura degli atti stessi: il cliente, forte del parere della macchina, potrebbe pretendere modifiche o addirittura decidere di fare a meno del legale, cercando qualcuno disposto a limitarsi a firmare un testo prodotto dall’IA.

Questo scenario apre interrogativi etici e deontologici non da poco. L’avvocato ha il dovere di indipendenza e deve fare proprio ogni atto che sottoscrive. Ma come verificare se un professionista ha realmente aderito ai contenuti di un atto o si è limitato a firmarlo per compiacere un cliente “assistito” dall’IA?

Quando la macchina scrive come un avvocato
L’IA è già in grado di redigere pareri, memorie difensive, osservazioni procedimentali. Testi che potrebbero sembrare scritti da un giurista in carne e ossa. La tentazione di farne uso è forte, specie per abbattere i costi e velocizzare il lavoro. Ma questa scorciatoia porta con sé rischi enormi: una produzione sovrabbondante e priva di sostanza, basata su testi generati in serie e privi di quella profondità analitica che solo l’esperienza e l’intuizione di un avvocato possono garantire.

Impedire l’uso dell’intelligenza artificiale è illusorio. La tecnologia avanza e sarebbe ingenuo pensare di fermarla con divieti formali. La vera sfida è saperla governare, senza diventarne schiavi.

Le conseguenze per la professione forense
All’interno degli studi legali, gli effetti dell’intelligenza artificiale sono dirompenti. Se prima un giovane praticante iniziava facendo ricerche giurisprudenziali per poi passare alla redazione di atti, ora il suo ruolo rischia di essere occupato da un algoritmo. Forse potrà distinguersi diventando un esperto nell’uso di queste nuove tecnologie, ma dovrà affrontare un confronto economico spietato: la macchina lavora più velocemente, impara continuamente e non ha bisogno di pause.

Il rapporto con il cliente cambia di conseguenza. Quest’ultimo deve sapere se l’avvocato sta utilizzando strumenti di IA per redigere gli atti, sollevando anche il delicato tema della privacy e dei dati sensibili che passano attraverso questi programmi. Ma come garantire trasparenza su questi aspetti? E soprattutto, come verificare eventuali illeciti, che non riguardano solo la deontologia ma anche il diritto penale?

Verso una nuova deontologia professionale
L’uso dell’intelligenza artificiale pone interrogativi che vanno ben oltre l’aspetto tecnologico: riguarda l’essenza stessa della professione forense. Qual è il ruolo dell’avvocato in un mondo in cui una macchina può scrivere atti legali credibili? E come salvaguardare quel legame di fiducia con il cliente, messo in discussione dalla presenza di un “terzo incomodo” che non sbaglia mai (almeno in apparenza)?

L’avvocato dovrà ridefinire il proprio valore aggiunto, puntando su ciò che una macchina non può offrire: l’empatia, l’intuizione strategica, la capacità di negoziazione. Perché la giustizia non è solo una questione di algoritmi. È fatta di persone, di emozioni, di storie da raccontare.

E questo, almeno per ora, resta un compito tutto umano.

Avvocati in sciopero: la Cassazione chiarisce gli effetti sulla prescrizione

L’adesione del difensore allo sciopero delle udienze indetto dalle Camere Penali non costituisce un legittimo impedimento a comparire, ma rappresenta l’esercizio del diritto costituzionalmente tutelato alla libertà di associazione. Di conseguenza, il rinvio della trattazione del processo comporta la sospensione della prescrizione fino all’udienza successiva, senza l’applicazione del limite di sessanta giorni previsto per altri motivi di rinvio.

Questo principio è stato confermato dalla sentenza n. 2375 del 21 gennaio 2025 della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, che ha ribadito un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato. Secondo la Corte, l’astensione del difensore dalle udienze per aderire allo sciopero delle Camere Penali costituisce una causa di sospensione della prescrizione per l’intero periodo tra le due udienze, anche se il rinvio supera i sessanta giorni previsti dall’art. 159, comma 1, n. 3 del codice penale.

La Corte ha sottolineato che l’adesione allo sciopero rappresenta un diritto costituzionale garantito dalla libertà di associazione (art. 18 Cost.), non un impedimento a comparire. Pertanto, il giudice non è obbligato a fissare l’udienza entro i sessanta giorni e l’intero periodo di rinvio viene considerato ai fini della sospensione della prescrizione.

Questa interpretazione si allinea con precedenti decisioni della Suprema Corte, rafforzando il principio che l’astensione dell’avvocato dalle udienze non rappresenta un legittimo impedimento ma un diritto costituzionalmente riconosciuto.

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