Non ci sono più giudici togati che vogliono fare i giudici tributari

Non ci sono più giudici togati che vogliono fare i giudici tributari. Lo certifica il flop del bando sul passaggio tra magistrature, con 100 posti a disposizione.

Sono una decina le manifestazioni di interesse che sono arrivate: lo stesso viceministro dell’Economia Maurizio Leo durante il congresso Uncat ha riconosciuto questo intoppo. «La norma prevedeva 100 magistrati che potevano transitare nei ruoli della giustizia tributaria. Se ci saranno, saranno pochi soggetti interessati al passaggio e ci sarà un delta da coprire già nel 2023».

«Le procedure e le selezioni tradizionali classiche verranno cadenzate dal 2024, quindi bisognerà fare i concorsi. Concorsi che sono abbastanza complessi dove bisognerà avere conoscenza, non solo delle materie giuridiche, ma anche delle materie economiche-aziendali, quindi sarà un procedimento di selezione abbastanza lungo».

Vista l’attuale situazione dei ministeri interessati, ovvero Economia e Giustizia, si ritroveranno ad una scopertura del posti nel 2023. Questo secondo Fiorenzo Sirianni, il direttore del Dipartimento della giustizia tributaria del Mef, che dovrà supportare la commissione d’esame che è stata individuata dal Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria, con un supporto di tipo logistico.

Dunque, dovremmo «tener conto delle sedi dove fare l’esame e mettere a disposizione la Commissione d’esame e tutto ciò che necessita per fare le prove scritte e le prove orali».

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I minori di 16 anni non potranno navigare online

La digitalizzazione che rende liberi: presentato al Tribunale di Rovigo il Progetto Giustizia

I minori di 16 anni non potranno navigare online

Il Telefono Azzurro, in occasione del Safer Internet Day del 7 febbraio, ha presentato un nuovo pacchetto di misure, che il Governo sosterrà. La priorità è l’innalzamento dell’età di connessione a 16 anni. Attualmente, l’età è fissata a 14 anni.

Sostanzialmente si tratta di negare la navigazione online ai minori di 16 anni, a meno che non ci sia l’autorizzazione dei genitori. Questo comporta un cambio di limiti e regole per tutti i servizi online, app e social in primis.

Aggirare questi ostacoli non risulta così complesso, dato che chiunque può iscriversi ad un social indicando una data di nascita falsa. Ma è proprio da questa osservazione che nasce la riflessione di creare nuove regole ed educare i più piccoli al digitale.

Le sette proposte avanzate da Telefono Azzurro prevedono di:

  • invalidare i contratti che sono stati conclusi dai minori di 16 anni con i fornitori dei servizi delle società d’informazione;
  • obbligare i fornitori dei servizi all’obbligo di verifica dell’età dell’utente durante l’atto di perfezionamento del contratto;
  • limitare il consenso al trattamento dei dati personali soltanto agli utenti con più di 16 anni;
  • rafforzare il potere del Garante per la Privacy per quanto riguarda la sextortion;
  • potenziare il servizio del 114 mediante l’introduzione del Contratto di emergenza in App;
  • introdurre l’educazione civica digitale.

Come spiegato dal presidente del Telefono Azzurro, Ernesto Caffo, l’obiettivo è «quello di sensibilizzare non solo l’opinione pubblica, ma anche i legislatori affinché adottino misure di maggiore tutela del minore che naviga sul web e utilizza i social network».

Per Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, le proposte sono «condivisibili, in quanto troviamo che ci debba essere una responsabilità e una consapevolezza della responsabilità a tutti i livelli: istituzionale, delle piattaforme, che devono essere sempre più capaci di introdurre dei sistemi di misurazione dell’età e della scuola che deve formare ed educare per fare in modo che le nuove generazioni che vivono in un mondo digitale possano vedere in quel mondo un luogo delle opportunità e non del malessere e della devianza».

Secondo Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza: «Occorre garantire una navigazione sicura e assicurare i diritti dei minorenni connessi all’uso della rete». Propone, dunque, «l’introduzione di una sorta di Spid per minori per la verifica dell’età di accesso alle app e ai social», in quanto necessario «arginare, anche attraverso la co-regolazione con i provider, la sovraesposizione online dei minorenni».

Alcuni consigli per una navigazione in rete più sicura per i più piccoli

Mai condividere informazioni personali

I bambini della generazione Alpha (i nati dopo il 2012, per intenderci), sono considerati i veri nativi digitali. Per questi bambini, tablet e smartphone non sono soltanto un divertimento, ma anche strumenti primari con i quali imparano a studiare e a relazionarsi.

Tuttavia, il 40% dei bambini sembra disposto a condividere le proprie informazioni personali, perché considerano amiche anche le persone incontrate online. Chiaramente ne derivano diversi rischi, che aumentano nell’ambito del gaming, dove i cybercriminali sono capaci di manipolare le conversazioni facilmente.

Non parlare con persone sconosciute

Internet, il mondo del gaming e dei social media, sono cresciuti molto durante la pandemia. I più giovani hanno potuto continuare ad interagire con le altre persone in un momento molto difficile.

Tuttavia, alcune interazioni potrebbero nascondere lati oscuri, poiché predatori e cyberbulli potrebbero fingere di essere qualcun altro, veicolando messaggi inappropriati, chiedendo al giovane di attivare la webcam e arrivando anche ad organizzare incontri pericolosi nella vita reale.

Giocare online, per esempio, permetterebbe ai predatori di raccogliere le informazioni necessarie per guadagnarsi la fiducia dei più giovani. Dunque, è giusto educare i giovani a non interagire online con le persone che non conoscono nel mondo reale.

Attenzione alla webcam

Oggi, la maggior parte dei dispositivi, come laptop, tablet e smartphone, sono dotati di webcam. Le segnalazioni di violazione da parte degli hacker di questi sistemi continuano ad aumentare sempre più.

Per esempio, nel 2022 negli Stati Uniti più di 4.500 webcam sono state oggetto di attacco, e i contenuti relativi sono stati trasmessi online. Che sia esterna o interna, qualsiasi webcam, microfono o semplicemente un dispositivo audio, potrebbe essere soggette al controllo di criminali, intenzionati a sfruttare ragazzi e bambini.

Per limitare i rischi, bisogna utilizzare un software di sicurezza informatica capace di eseguire una scansione del sistema periodicamente e in tempo reale, rilevando tempestivamente eventuali malware. Meglio verificare, anche che l’impostazione sia impostata su “off” e utilizzare protezioni fisiche, come il classico pezzo di nastro adesivo.

Controllare siti ed e-mail per evitare frodi online

Visto l’aumento del traffico che avviene online, aumentano anche le frodi, come furti d’identità e perdite economiche. Non è così semplice individuare, a prima vista, una truffa. Prima di trasferire denaro o inserire dati sensibili, dunque, meglio dedicare più tempo al controllo delle mail e dei siti web.

I genitori, se lasciano utilizzare ai bambini tablet o smartphone, dovranno disattivare gli “aggiornamenti in-app”, evitando così che si accumulino spese per acquisti senza riuscire a rendersene conto. Per esempio, nel mondo del gaming una frode diffusa è la perdita del denaro, oppure dei progressi che si accumulano durante il gioco.

I malware si nascondono nelle app legittime

Non è raro che gli utenti, mentre cercano fonti alternative per scaricare app di giochi o di streaming, incontrino malware, trojan, backdoor, spyware e altre applicazioni malevole. È importante prestare attenzione alle app che si scaricano, dato che i malware si travestono da app legittime.

Cesare D’Angelo, Manager italiano di Kaspersky, afferma: «Internet oggi rappresenta una preoccupazione per molti genitori perché è diventata la principale fonte di informazione e intrattenimento per i giovani ma nasconde gravi rischi: il Safer Internet Day è quindi un’occasione per sottolineare l’importanza di educare le nuove generazioni ad un uso consapevole e sicuro della rete».

In quest’ottica di educazione, «Kaspersky collabora con il MIUR nello sviluppo del progetto Safer Internet Centre – Generazioni Connesse: si tratta di una testimonianza concreta dell’impegno di Kaspersky nel processo educativo delle nuove generazioni, per aiutare i più piccoli a comprendere i pericoli che il web può nascondere così da consentire di utilizzare le tecnologie in modo consapevole e sicuro».

I rischi nei quali potrebbero incorrere «i più giovani durante la navigazione online sono, infatti, in continua evoluzione, per questo è importante che i ragazzi siano informati e che gli adulti siano sempre aggiornati sulle attività online dei loro figli, stabilendo un dialogo sull’utilizzo sicuro della rete».

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La digitalizzazione che rende liberi: presentato al Tribunale di Rovigo il Progetto Giustizia

Addio alla burocrazia: basterà una PEC per aprire un’impresa

La digitalizzazione che rende liberi: presentato al Tribunale di Rovigo il Progetto Giustizia

Servicematica, insieme all’Ordine degli Avvocati di Rovigo e il Tribunale di Rovigo ha presentato il Progetto Giustizia.

L’obiettivo è quello di perseguire una maggior digitalizzazione degli strumenti analogici, che vengono abitualmente utilizzati dagli attori giudiziali. Dunque, il Progetto Giustizia prevede l’informatizzazione del Tribunale, dell’Avvocato e dell’Ordine degli Avvocati.

Il progetto è stato presentato lunedì 30 gennaio 2023 dall’avvocato Laura Massaro, dal presidente del Tribunale Angelo Risi, da quello uscente dell’Ordine degli Avvocati di Rovigo Enrico Ubertone e da Matteo Zandonà e Gianluca Zandonà di Servicematica.

Grazie all’installazione di maxi-schermi all’interno del Palazzo di Giustizia, potranno essere visualizzate tutte le udienze, calendarizzate per la giornata, ma anche i flussi, eliminando in tal modo la necessità di stazionare davanti all’aula di udienza.

App Ordine degli Avvocati di Rovigo

L’app, dedicata agli Avvocati del Foro, consentirà agli iscritti di avere sempre a portata di mano il proprio studio. La nuova app dell’Ordine agevola l’accesso alle informazioni e implementa delle funzionalità all’avanguardia.

Il Salta code udienze monitora, in tempo reale, lo stato di aggiornamento del ruolo udienze della giornata. Con le notifiche push l’avvocato sarà avvertito quando si avvicina la convocazione in aula.

L’app permette di prenotare e di disdire gli appuntamenti in qualsiasi ufficio giudiziario che aderisce al sistema. Queste operazioni potranno essere fatte ovunque e in pochissimi click.

E’ presente anche l’Agenda Fascicoli, che sincronizza automaticamente tutti gli eventi in agenda, le scadenze termine e le udienze, basandosi sui Tribunali associati alla propria utenza. Selezionando una giornata specifica, sarà possibile visualizzare tutti gli eventi nel dettaglio, ma anche consultare i fascicoli.

Inoltre, è consentito anche il download degli atti di parte con le sentenze del giudice, anche se firmati digitalmente in. p7m (CAdES).

Con la funzionalità Difese d’Ufficio possiamo, invece, avere sempre a portata di mano i nostri turni di reperibilità. Tutte le nomine vengono aggiornate in maniera automatica e in tempo reale, mostrando anche eventuali annullamenti e tutte le relative motivazioni. Tali aggiornamenti verranno comunicati con notifiche push.

Nell’app è presente anche la sezione Gratuito Patrocinio, dove consultare le istanze e scegliendo se visualizzare le pratiche in ordine cronologico o per stato. C’è anche la possibilità di scaricare gli allegati.

Di prossima implementazione anche la funzione Opinamenti Telematici, con l’avvio del portale dedicato e la visualizzazione dello stato delle varie pratiche direttamente dall’applicazione.

L’informatizzazione non finisce qui

Nuovi strumenti per nuovi servizi: l’informatizzazione dell’Ordine degli Avvocati di Rovigo continua, con:

  • una nuova rete internet per migliori performance: una linea internet che permette ad avvocati e magistrati di migliorare gli strumenti di lavoro e di conseguenza, anche i servizi offerti ai cittadini;
  • segreteria in cloud, che ottimizza gli strumenti messi a disposizione alla segreteria dell’Ordine realizzando gestionali amministrativi dedicati e all’avanguardia.

C’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti. (Henry Ford)

Addio alla burocrazia: basterà una PEC per aprire un’impresa

Sta per arrivare un decreto legge finalizzato allo snellimento delle procedure burocratiche che sono previste per avviare un’attività commerciale. La sperimentazione riguarderà 36 categorie di artigiani, per i quali sarà possibile anche avviare la propria attività tramite comunicazione via PEC al Comune di residenza, che sostituirà completamente gli oneri burocratici.

Il nuovo decreto “burocrazia zero”, al quale sta attualmente lavorando Paolo Zangrillo, ministro per la PA, semplificherà 600 procedure entro l’anno 2026. Potrebbe arrivare già entro la fine di febbraio 2023. Fabbri, calzolai, idraulici, falegnami e molti altri potranno risparmiare soldi e tempo, poiché basterà inviare una PEC per cominciare a lavorare.

La PEC andrà, dunque, a velocizzare e a semplificare alcune pratiche amministrative, necessarie per avviare un’attività.

Il decreto burocrazia zero fa parte dell’impegno preso dal Governo grazie al PNRR, con l’obiettivo di arrivare, entro il 2026, a semplificare 600 procedure. Le prime 200 dovranno essere “sfoltite” entro il 2024.

Leggi anche: La PEC diventa europea: quali saranno le conseguenze?

Spiega il ministro Zangrillo: «Un lavoro non facile, ma di fondamentale importanza perché dovrà costituire la base del nuovo rapporto tra cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. E’ l’eccessiva burocrazia, la difficoltà a reperire informazioni, presentare istanze, avere risposte, a complicare la vita di cittadini e imprese. Capire dove e cosa semplificare, vuol dire intervenire in maniera efficace nei settori strategici e maggiormente critici».

Questa semplificazione verrà inserita all’interno di un decreto legislativo che verrà approvato con tutta probabilità entro la fine del mese di febbraio. Lo scopo è superare il sistema della Comunicazione Unica d’Impresa, che comprende il modello per Registro Imprese, Inps, Inail, Agenzia delle Entrate e Scia per lo Sportello Unico delle Attività Produttive.

Tali passaggi, attualmente, sono necessari per poter aprire un’attività, e dovrebbero essere completamente sostituiti da una PEC al Comune in cui si svolge l’attività.

Le attività che potranno ricevere l’ok con Burocrazia zero, sono quelle collegate all’edilizia: muratori, idraulici, carpentieri, piastrellisti, elettricisti, falegnami, fabbri, ebanisti, tornitori, restauratori e decoratori. E ancora, sartorie, calzolai e riparatori di elettrodomestici.

Oltre agli artigiani, i primi interventi previsti per febbraio riguarderanno ambiente, disabilità, edilizia, energia e telecomunicazioni. Tuttavia, entro la fine del 2023, il numero di procedure semplificate potrebbe toccare quota cento, includendo anche quelle necessarie all’avvio di attività ricettive quali B&B, agriturismi e breakfast, che ad oggi devono seguire regole differenti a seconda della regione.

Il fine è quello di arrivare ad una normativa semplificata e unica, in modo tale da garantire piena interoperabilità tra le amministrazioni. Per tutte le attività dovrebbe dunque realizzarsi la semplificazione burocratica che permetterà di inviare una PEC per avviare l’attività.

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La catastrofe dell’informazione: nel futuro il nostro corpo sarà fatto di bit?

Strategie digitali per costruire un business forte

La catastrofe dell’informazione: nel futuro il nostro corpo sarà fatto di bit?

Spesso immaginiamo un futuro pieno di pandemie, di alieni, o di altre presenze inquietanti. Nessuno pensa, invece, ad un futuro in cui gli umani si libereranno completamente dal corpo per trasformarsi in bit. È un futuro probabile: anzi, è quasi realtà.

L’informatica non è propriamente la scienza dei computer, ma quella dell’informazione, poiché qualsiasi cosa all’interno dei pc produce informazioni, che prendono forma di byte. Il mondo risulta sempre più dipendente dall’informazione, e, di conseguenza, le unità digitali cominciano a dominare il nostro Pianeta

Bit – il termine sta per binary information digit, ed è l’unità di base nelle comunicazioni digitali e dell’informazione in informatica. È la più piccola unità di informazione binaria, e costituisce la base per tutti i dati nella tecnologia digitale. Non esiste nulla di più piccolo del bit: è il contenitore più piccolo in cui un’informazione può essere archiviata. I bit vengono principalmente utilizzati per descrivere l’utilizzo dei dati e la velocità di trasmissione di internet, dei telefoni e dei servizi di streaming. La velocità di trasmissione corrisponde alla quantità di bit che vengono trasmessi ogni secondo.

Byte – i byte sono sequenze di bit e vengono utilizzati per descrivere le capacità di memoria. 1 byte equivale a 8 bit.

Usiamo risorse come petrolio, carbone, silicio, rame e alluminio per realizzare computer e dar forma all’informazione digitale. In tal senso non stiamo redistribuendo soltanto l’informazione, ma la materia in quanto tale. Gli atomi di cui siamo composti cominciano a non essere più le particelle prevalenti: lo sono quelle digitali, che per alcuni studiosi, rappresentano il quinto stato della materia.

Scrive il fisico Melvin M. Vopson: «Attualmente, produciamo circa 10^21 bit digitali di informazioni ogni anno sulla Terra. Ipotizzando un tasso di crescita annuo del 20%, stimiamo che tra circa 350 anni, il numero di bit prodotti supererà il numero di tutti gli atomi sulla Terra, all’incirca 10^50».

L’energia necessaria per tenere in movimento i bit corrisponderà al nostro consumo totale di energia. Già nel 2030 arriveremo a consumarne il 51%, e nel 2070 ci sarà 1 kg di bit immagazzinato all’interno di qualche cloud per ogni nostro telefono cellulare, tablet o computer.

Se l’incremento annuo arrivasse al 50%, tra 150 anni arriveremmo alla saturazione. È una stima molto realistica, se teniamo conto della crescita della popolazione e dell’aumento all’accesso alle varie tecnologie. Per Vopson, ci troviamo di fronte ad una catastrofe dell’informazione, che avverrà in concomitanza a quella energetica, climatica e di migrazione delle popolazioni.

L’informazione è fisica

Il fisico tedesco Rolf Landauer sosteneva che l’eliminazione di un bit produceva una quantità minima di calore, e che il processo fosse irreversibile. L’informazione, dunque, è fisica.

Anche Einstein teorizzò che energia e massa sono equivalenti. L’informazione non è affatto un concetto astratto, ma una cosa fisicamente concreta. Per questi motivi viene considerata come quinto stato della materia, dopo gas, liquido, solido e plasma.

Tra 500 anni, il contenuto digitale rappresenterà oltre la metà della massa della Terra, che nel frattempo diventerà un enorme processore.

Un atomo è grande 10 alla meno 9 – un decimo di miliardesimo di metro. Un bit, invece, è 25 volte più grande. La massa totale di bit prodotti ogni anno è di 23,3 x 10 -17 kg. Poca roba, direte voi: ma questo non impedirà che nel 2245, l’intera massa del nostro Pianeta sarà composta da bit.

Senza troppi dati e giri di parole, tutto questo significa che il mondo sarà completamente dominato da bit e codici del computer. Tutto questo è partito dalla prima messa a punto dei transistor, ovvero nel 1947.

Un lasso di tempo brevissimo, insomma. Si pensi, inoltre, che il 90% dei dati attualmente presenti sono stati creati soltanto negli ultimi dieci anni – e con la pandemia abbiamo cominciato a produrne una mole significativa.

Tra cento anni, sempre secondo Vopson, la linea che separa realtà virtuale e materia fisica comincerà ad assottigliarsi sempre più, cominciando a non essere più visibile. Se vogliamo evitare di arrivare al punto in cui, dopo aver impostato la società sulla tecnologia, non avremo più abbastanza energia o spazio per sostenerla, sarà fondamentale far sì che l’informazione cominci ad occupare meno spazio possibile.

Per esempio, potrebbero essere utilizzati i fotoni, oppure gli ologrammi. Anche in natura, d’altronde, l’informazione è veicolata dal Dna e dall’Rna. Molti ricercatori starebbero studiando proprio la possibilità di utilizzare tali molecole per immagazzinare i bit.

Il primo a pensare a questo metodo è stato Mijhail Neiman, uno scienziato sovietico, che riuscì a tradurre in Dna un testo con linguaggio Html. Un grammo di Dna è in grado di ospitare 215 milioni di gigabyte: dura migliaia di anni ed è ultra compatto. Tutti i dati prodotti fino ad ora, in questo modo potrebbero essere messi in contenitori grandi quanto un paio di camion.

Oppure, se vogliamo continuare ad immagazzinare i dati, dovremmo cominciare a cercarci un nuovo pianeta dove trasferire alcune delle nostre operazioni.

Questo articolo è basato su uno scritto apparso nel 2020 su Business Insider.

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11mila segnalazioni al mese: il trend delle telefonate selvagge non cambia

Strategie digitali per costruire un business forte

Nonostante la crisi, crescere è sempre possibile. Tutti i cambiamenti scatenati dall’emergenza e le nuove sfide che imprese e professionisti stanno affrontando dopo la spinta inflazionistica ci portano inevitabilmente a chiederci come fare, oggi, a costruire un business forte in questa nuova epoca digitale.

Cerchiamo di capire quali sono le opportunità che ci offre una buona strategia digitale, e quali potrebbero essere gli investimenti intelligenti che ci fanno crescere e distinguere dalla concorrenza, in questo scenario in continua evoluzione.

Il mondo ormai è cambiato, e di conseguenza anche il mercato globale. La pandemia, l’aumento dei prezzi, le instabilità geopolitiche, l’inflazione e l’incertezza economica hanno reso più difficile stabilire delle connessioni solide con collaboratori e clienti.

Le aziende e i professionisti che sono riusciti a crescere, nonostante la crisi e le incertezze, hanno investito in una strategia, capace di stare al passo con l’avanzamento tecnologico. Si è dimostrato, in tal senso, che non è necessario fare affidamento soltanto sulle cose fatte in precedenza, perché è necessario stare sempre sull’attenti, trovando nuovi metodi di collaborazione e nuovi approcci, senza ritrovarsi ad improvvisare all’ultimo minuto.

Strategie digitali e opportunità da cogliere

L’inflazione ha alimentato alcune incertezze economiche, che hanno spinto aziende e professionisti ad affacciarsi con molta cautela al futuro. Alcuni hanno preferito fermarsi, per aspettare che passasse la tempesta.

In questo scenario, tuttavia, alcuni marketers hanno visto opportunità da cogliere assolutamente. I cambiamenti, infatti, favoriscono la crescita, per aumentare le proprie quote di mercato. Per farlo, hanno investito in strategie digitali.

Per gli esperti, combinare i vantaggi dei canali digitali con strategie proprie di un business consentono non soltanto di fare in modo che il pubblico venga coinvolto su tutte le piattaforme, ma addirittura di espandersi.

Infatti, in un mondo dove le persone trascorrono la maggior parte del loro tempo online, risulta fondamentale che professionisti e aziende implementino strategie di crescita digitale, e considerino anche come sfruttare al massimo i loro punti di forza.

Attenzione, perché un’ottima strategia di crescita digitale non consiste soltanto nell’impostare campagne social per attendere like, commenti e condivisioni. Se eseguita nel modo corretto, una strategia digitale migliora il traffico del sito, aumenta richieste di consulenza, fidelizza i vecchi clienti e raggiunge nuovi potenziali clienti.

Una buona strategia di crescita digitale si rivela necessaria per tracciare, prevedere e pianificare gli obiettivi di crescita. Bisogna, nello specifico:

  • tracciare le aree del digitale capaci di fornire massima crescita e valore;
  • individuare il target online e selezionare i canali per l’implementazione;
  • pianificare approcci e allineare la strategia ai requisiti di crescita quando avviata;
  • adeguarsi continuamente, garantendo risultati capaci di soddisfare le previsioni.

Oggi, grazie ai mezzi che le nuove tecnologie mettono a nostra disposizione, è possibile profilare e costruire un pubblico online in diversi modi e diverse piattaforme, seguendo le abitudini di navigazione e le ricerche degli utenti. Tutto questo consente la programmazione di contenuti specifici, al momento giusto e al posto giusto.

Nessuna azienda può separare nettamente business e tecnologia in quest’epoca fatta di streaming, con sempre meno contatti fisici e sempre più contatti virtuali. È giunto il momento di riconoscere la priorità all’innovazione digitale in quanto strategia di crescita.

Tuttavia, le occasioni di guadagno e sviluppo, come le sfide tecnologiche, devono essere affrontate con l’approccio più corretto. Trattare il digitale come investimento di secondo livello non può più essere un’opzione. Professionisti e aziende dovrebbero assolutamente abbracciare la tecnologia per renderla una priorità.

La chiave per un business di successo

La trasformazione digitale ha subito uno sprint a causa della pandemia. Per esempio, telemedicina e didattica a distanza sono stati adottati sempre più, andando anche al di là delle aspettative.

Tuttavia, l’imprevedibilità del futuro e i cambiamenti incalzanti ai quali andiamo incontro ci spingono a pensare che nei prossimi anni si possano creare ma anche distruggere grandi aziende, mentre queste lottano per mantenere alto l’interesse dei propri clienti.

Dunque, lo stanziamento di finanziamenti annuali per lo sviluppo tecnologico potrebbe veramente fare la differenza.

Adeguarsi, rinnovarsi, cogliere opportunità al volo: in questo modo non soltanto possiamo crescere, ma anche distinguerci dalla concorrenza. L’attuale evoluzione tecnologica è la seconda più grande trasformazione che ci guiderà nel futuro. Quindi puntare verso l’innovazione tecnologica si rivela la chiave per la creazione di un forte business in un nuovo mondo digitale.

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11mila segnalazioni al mese: il trend delle telefonate selvagge non cambia

Cosa sappiamo dell’attacco hacker in Italia

11mila segnalazioni al mese: il trend delle telefonate selvagge non cambia

Dallo scorso 27 luglio il Registro Pubblico delle opposizioni è entrato pienamente in vigore. Tuttavia, ad oggi, le segnalazioni riguardo le telefonate pubblicitarie non sembrano calare, anzi. Per il Codacons stanno aumentando le chiamate provenienti dall’estero, con voce automatica e numeri fittizi.

Le telefonate indesiderate non ci lasciano mai stare; ne siamo esposti in qualsiasi orario della giornata, che siano sul telefono cellulare o su quello fisso. Il sistema, originariamente destinato soltanto alle utenze presenti all’interno degli elenchi telefonici pubblici, esteso successivamente ai numeri nazionali riservati, inclusi i telefoni cellulari, avrebbe dovuto porre fine alle proposte di telemarketing che raggiungono i numeri che si sono iscritti al servizio.

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Sembrava che le telefonate selvagge avessero le ore contate. Tuttavia, le persone che si sono iscritte al Registro, dopo solo due settimane dalla loro iscrizione, hanno cominciato a segnalare la ricezione di chiamate indesiderate, arrivando oggi a quota 30mila.

Dallo scorso dicembre a gennaio, in media, sono arrivate 11mila segnalazioni ogni mese. Il Garante per la protezione dei dati personali, per aiutare a capire quanto il fenomeno sia diffuso, dalla metà di novembre ha messo a disposizione una piattaforma per la segnalazione delle telefonate indesiderate.

Il servizio è completamente telematico, e ha consentito la sostituzione integrale della segnalazione cartacea.

I settori maggiormente interessati dal fenomeno, spiega il Garante, sono quelli della telefonia e quelli energetici.

Le sanzioni che riguardano il telemarketing che ha fatto scattare il Garante, nel 2020 ammontavano a 73.382.147 euro, ai quali si aggiungono i 37.408.340 del 2021 e i 520.000 del 2022.

Dall’entrata in vigore del GDPR, il totale è di 116.759.869 euro. Spiega Agostino Ghiglia, componente del Garante: «Chi viola il diritto di opposizione, ovvero la mancata osservanza del Registro incorre in una sanzione amministrativa pecuniaria fino a 20 milioni di euro o per le imprese, fino al 4% del fatturato mondiale totale annuo dell’esercizio precedente, se superiore».

«Le sanzioni per gli operatori di telemarketing», continua, «dunque ci sono, ma alcuni esperti sono convinti che alle imprese costi meno pagare le multe piuttosto che tenere aggiornati i database».

Ma per il Codacons, il quadro delineato è più preoccupante. Per l’associazione dei consumatori, su 3,8 milioni di iscritti attuali al registro, più della metà, ovvero due milioni di cittadini, continuano a ricevere telefonate commerciali moleste.

Sale, inoltre, la quota delle chiamate con voce robotica automatica, che propone investimenti e trading. Tutte provenienti da numeri fittizi e dall’estero.

Per Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori: «Comincia male il 2023 per gli iscritti al nuovo Registro pubblico delle opposizioni. Non che il 2022 sia andato bene, ma fioccano sempre di più le telefonate moleste».

Il nuovo sondaggio condotto a gennaio, seppur privo di valore statistico, non ha prodotto risultati positivi. Per il 23,5% degli iscritti, le chiamate indesiderate sono aumentate, mentre nello scorso novembre erano 7,6%.

Secondo il 36,6% degli iscritti al Registro, le chiamate sono rimaste sempre le stesse, mentre per il 39,9% le telefonate sono diminuite. «Insomma, solo per meno di 4 consumatori su 10 c’è stato un miglioramento. Una situazione intollerabile per la quale urge un nuovo intervento del legislatore».

I call center, «temendo sanzioni, sono stati cauti per qualche mese dopo l’attivazione del nuovo Registro avvenuta il 27 luglio dello scorso anno. Poi non c’è voluto molto per capire che l’impunità regna ancora sovrano e così ora sono tornati a fare i loro comodi esattamente come prima».

«Le sanzioni non fioccano e non fioccheranno. Per questo chiediamo che la pratica di chiamare a casa gli iscritti al Registro sia considerata per legge come pratica commerciale scorretta, sanzionabile anche dall’Antitrust».

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Cosa sappiamo dell’attacco hacker in Italia

Straining o mobbing?

Cosa sappiamo dell’attacco hacker in Italia

ACN, l’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale, ha detto di aver riscontrato un attacco informatico contro «decine di sistemi», in Italia e in altri paesi. Attualmente non sappiamo esattamente quali siano i sistemi che sono stati compromessi. Dunque, risulta complicato comprendere quanto sia grave l’attacco.

L’attacco in questione è stato fatto con un ransomware, ovvero una tipologia di programma che, se installato all’interno di un sistema, fa sì che questo diventi inaccessibile per il legittimo proprietario. Per riuscire a ri-accedere al sistema, chi ha subito l’attacco deve pagare un riscatto agli hacker.

Gli informatici criminali hanno dato tre giorni di tempo per pagare il riscatto, corrispondente a 2 bitcoin, ovvero a 42mila euro. Si tratta di un attacco informatico abbastanza comune: tutti gli anni se ne segnalano centinaia soltanto in Italia, ai danni di aziende o strutture pubbliche, come, per esempio, gli ospedali.

L’attacco ha colpito i server di VMWare ESXi, ovvero un diffusissimo servizio di virtualizzazione dei server. È un processo che permette la suddivisione del server fisico (il computer dove vengono custoditi tutti i dati) in server virtuali presenti su altri computer diversi.

La virtualizzazione simula le funzionalità di un server. Grazie a tale sistema, un’azienda riuscirà a sfruttare un solo server, risparmiando molto sui vari costi.

Secondo le prime informazioni disponibili, pare che l’attacco abbia sfruttato un punto debole dei server VMWare ESXi, cosa già segnalata nel febbraio del 2021. Infatti, due anni fa l’azienda ha messo a disposizione una patch, ovvero una parte nuova del software per l’aggiornamento o il miglioramento del programma.

Se la patch viene pubblicata per poter eliminare un problema collegato alla sicurezza, prende il nome di fix o bugfix. Non si installa in maniera automatica: i tecnici delle aziende dovranno prima scaricarla e poi applicarla al software. In caso contrario, il problema resta.

L’ACN ha allertato anche soggetti non ancora colpiti dall’attacco ransomware se molto esposti a questa minaccia. Per il momento, tuttavia, risulta ancora complicato sapere con certezza quali sono i server italiani che sono già stati attaccati.

Secondo le prime analisi, pubblicate da alcuni siti specializzati, si parla di diverse stime, partendo da cinque e arrivando ad una ventina di server. Non sono stati ancora specificate le organizzazioni o le aziende che sono state attaccate dal ransomware.

Bisogna anche tener presente che ci sono alcuni esperti di sicurezza informatica che stanno ridimensionando la portata dell’attacco, che non sembra essere così grave rispetto ad altri che vengono ciclicamente organizzati contro le aziende italiane.

ACN ha inviato un’allerta di aggiornamento dei sistemi agli utilizzatori di VMWare ESXi. Intanto, a Palazzo Chigi è previsto un vertice per quantificare i danni che sono stati provocati  dal ransomware e per mettere in campo le contromisure adeguate.

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Straining o mobbing?

Il Sindaco è autorizzato a firmare avvisi di accertamento?

Straining o mobbing?

Qualsiasi rapporto di lavoro dovrebbe essere caratterizzato da lealtà e rispetto reciproco. Tuttavia, abbiamo già sentito parlare del fenomeno del mobbing e di tutti i potenziali effetti negativi che potrebbe avere sulla vittima.

Non tutti sanno che esiste un sotto-fenomeno del mobbing, che potrebbe essere visto e considerato in maniera del tutto autonoma. Parliamo dello straining, una dinamica relazionale capace di produrre anche più danni rispetto al mobbing.

Ma esattamente, che cos’è lo straining? In che modo si manifesta? Come possiamo tutelarci? E come distinguerlo dal mobbing?

Che cos’è lo straining

Il fenomeno dello straining consiste in un’azione che lede la dignità del lavoratore, arrivando a mettere a rischio la sua salute psicofisica.

Deriva dall’inglese to strain, ovvero affaticare o forzare. Lo straining consiste in una situazione di stress nell’ambiente lavorativo da parte della vittima. Il dipendente viene attaccato da un comportamento ostile, che potrebbe provocargli una situazione di disagio nel corso del tempo.

I gesti che compongono la straining si concretizzano in un atteggiamento vessatorio, che viene attuato dal datore di lavoro con una volontà precisa: umiliare il dipendente.

Esempi pratici

Ti chiederai, probabilmente, quando ricorre lo straining e quali sono le situazioni in cui se ne può parlare. Stilare una lista, di fatto, risulta impossibile, ma ci sono degli esempi che ci aiutano a capire quando ci troviamo in presenza di questo fenomeno.

Un esempio tipico è il demansionamento, caratterizzato da un contesto in cui il lavoratore-vittima subisce discriminazioni rispetto agli altri colleghi. Viene anche leso nella sua dignità, in quanto obbligato dal proprio datore a compiere mansioni inferiori e talvolta degradanti rispetto alla propria esperienza e preparazione.

Al contrario, un’altra situazione in cui avviene lo straining è quella in cui un dipendente viene sommerso dal lavoro. Si pensi ai casi in cui un lavoratore ha l’obbligo di occuparsi di un volume di pratiche a dir poco insostenibile, magari svolgendo mansioni che spettano agli altri colleghi.

In casi come questi, la gestione dei compiti e degli obiettivi si rivela impossibile, e una situazione del genere causa ovviamente stress psicofisico e un danno alla salute della persona.

Lo straining avviene anche nei casi in cui il lavoratore che è stato preso di mira viene privato degli strumenti indispensabili per lo svolgimento del suo lavoro, e viene così portato ad una situazione forzata di inattività. Pensiamo anche a chi non può utilizzare gli attrezzi da lavoro oppure la propria strumentazione informatica, non potendo dunque svolgere le mansioni previste dal contratto, a causa di una precisa scelta dal datore di lavoro, intenzionato a mortificare il dipendente per indurlo alle dimissioni.

Ulteriori casi di straining potrebbero essere abusi di trasferimenti del lavoratore, oppure delle trasferte, privazioni di compiti e incarichi di responsabilità nonostante il ruolo di responsabilità del lavoratore; o, ancora, l’isolamento da un qualsiasi percorso formativo nel luogo di lavoro.

Normativa in materia

Così come non esiste, nelle leggi attualmente vigenti, una disciplina che indichi il reato di mobbing, anche per quanto riguarda lo straining in Italia non ci sono norme dedicate.

Questo non significa, però, che il lavoratore non possa tutelarsi da questa tipologia di comportamento vessatorio. Lo straining è un fenomeno che si ricollega all’art. 2087 del Codice Civile. Inoltre, proteggersi contro lo straining è possibile anche grazie al DL 81/2008, che tratta di sicurezza sul lavoro, imponendo obblighi specifici al datore di lavoro.

Il lavoratore, dunque, può chiedere il risarcimento dei danni in sede civile, riuscendo a provare la violazione delle norme sopracitate.

Tali regole tutelano e stabiliscono l’integrità morale e fisica del lavoratore. Quanto basta, quindi, a far valere le ragioni delle vittime di straining. Anzi: proprio perché ha luogo con un’unica condotta vessatoria, dimostrare lo straining è più semplice della dimostrazione del mobbing, che è caratterizzato da più atti che vengono commessi in un tempo più esteso.

Per vedersi riconosciuto in tribunale il diritto al riconoscimento dei danni morali e alla salute, il lavoratore vittima dovrà individuare ed esibire chiare prove riguardo l’abuso patito.

Dunque, sicuramente faranno la differenza, e consentiranno di ottenere giustizia, la raccolta di testimonianze attendibili di colleghi, clienti o fornitori. Ma anche di documenti aziendali e file audio che dimostrino lo straining.

Oltre alle prove della singola condotta lesiva, è necessario anche rilevare quelle del danno patito proprio a causa dello straining. Le lesioni psicofisiche possono essere dimostrate con perizie mediche, o con consulenze psicologiche che attestino che il lavoratore si è effettivamente ritrovato ad esser vittima di una situazione stressante, con danni alla propria salute.

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Il sindaco può firmare avvisi di accertamento, atti e provvedimenti che riguardano l’organizzazione e la gestione del tributo?

Sulla questione si è espressa la Corte di Cassazione, Sezione V, ordinanza n. 37022/2022.

La Suprema Corte si è occupata del contenzioso che è stato promosso da una società che lamentava la falsa applicazione e la violazione di alcune norme di diritto.

L’avviso impugnato era stato infatti sottoscritto dal Sindaco e non dal funzionario del Comune responsabile del tributo, secondo quanto disposto dall’art. 74 del DL 507/1993, per il quale il Comune designa un funzionario cui sono attribuiti la funzione e i poteri per l’esercizio di ogni attività organizzativa e gestionale relativa alla tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani interni; il predetto funzionario sottoscrive le richieste, gli avvisi, i provvedimenti relativi e dispone i rimborsi.

La Suprema Corte, tuttavia, ha deciso di non aderire alla tesi della società ricorrente. Il Sindaco, infatti, è titolare di rappresentanza legale del proprio Comune, e di conseguenza anche del potere di manifestare volontà dell’ente verso terzi.

Inoltre, in questo caso, non sembrano essersi verificati conflitti di competenza con i responsabili della macrostruttura, vista l’assenza di un dirigente del servizio che il Sindaco ha delegittimato dalle sue funzioni.

La Corte afferma anche che «eventuali conflitti di attribuzioni con i dirigenti possono avere eventuale rilevanza interna, ma non incidono sulla validità dell’avviso di accertamento, in modo che l’avviso non presenta difetto di sottoscrizione essendo firmato dal Sindaco».

Tale pronuncia tende a preservare l’efficacia degli atti con carattere impositivo, forzando anche il dato legislativo, costituito non soltanto dal Dpr 507/1993 ma anche da un orizzonte normativo più ampio, entro il quale si trovano l’art.1 comma 162 della legge 296/2006 e l’art.1, comma 87 della legge 549/1995 che recita: «Il nominativo del funzionario responsabile per l’emanazione degli atti relativi a tributi regionali e locali, nonché la fonte dei dati, devono essere indicati in un apposito provvedimento di livello dirigenziale».

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