7 Settembre 2026 - Dai dati INPS

Al Sud un mese di lavoro in meno: il divario che non si vede in busta paga

Secondo la CGIA il nodo non è la paga oraria ma la continuità dell'occupazione. E il dibattito sul salario minimo cambia forma

Nel 2024 un lavoratore dipendente del settore privato ha totalizzato in Italia una media di 246,5 giornate retribuite. Il dato nazionale, però, tiene insieme realtà molto distanti: 255 giornate al Nord contro 228 nel Mezzogiorno. Ventisette giornate di scarto, l’equivalente di un mese di lavoro. È la fotografia elaborata dall’Ufficio studi della CGIA su dati INPS, diffusa il 5 settembre.

Il divario si riproduce sulle retribuzioni e sulla produttività, con una simmetria quasi perfetta: 108 euro di paga media giornaliera al Nord contro 80 euro al Sud, con un differenziale del 36 per cento, e un vantaggio di pari misura in termini di valore aggiunto per ora lavorata. Tre indicatori che, osserva l’associazione, si alimentano a vicenda.

Perché al Sud si lavora meno

La lettura più immediata — e più sbagliata — sarebbe quella di una minore propensione al lavoro. La CGIA la esclude espressamente, indicando tre fattori: la maggiore diffusione della precarietà, il ricorso più frequente al part time involontario e il peso del lavoro stagionale, concentrato nel turismo e nell’intrattenimento.

A questi se ne aggiunge un quarto, di natura statistica prima ancora che economica: il lavoro irregolare, che nel Mezzogiorno raggiunge dimensioni rilevanti e per definizione non entra nel monte ore ufficiale. Il dato disponibile, dunque, sottostima le ore effettivamente prestate. Non meno lavoro, quindi, ma lavoro più fragile e meno regolare.

La graduatoria provinciale conferma la diagnosi. In testa per giornate retribuite si collocano Lecco (265,4), Biella (263,9), Vicenza (263,4), Monza-Brianza (263,3) e Lodi (262,8): territori a forte vocazione manifatturiera, dove le imprese medio-grandi operano a ciclo continuo. In coda Rimini (212) — dove pesa la stagionalità turistica concentrata in pochi mesi — Nuoro (205) e Vibo Valentia (195).

Sul fronte retributivo Milano guida con 35.670 euro lordi annui, seguita da Monza-Brianza (29.576), Parma (28.747), Modena (28.731) e Bologna (28.672). All’estremo opposto Crotone (15.326), Cosenza (15.263), Nuoro (15.231) e, ultima, Vibo Valentia con 13.885 euro, a fronte di una media nazionale di 24.486 euro. Il dato più eloquente riguarda Reggio Calabria: poco più di 17.000 euro l’anno, meno della metà di Milano. La spiegazione strutturale è nota — multinazionali, utility, banche, assicurazioni e imprese medio-grandi si concentrano nelle aree metropolitane del Centro-Nord, dove è più alta anche la quota di dirigenti, quadri e figure tecniche.

La tesi sul lavoro povero (e le obiezioni)

Da questi numeri la CGIA trae una conclusione di policy: per la maggior parte dei cosiddetti lavoratori poveri il problema non sarebbe una paga oraria insufficiente, ma il fatto di lavorare poche settimane l’anno o poche ore a settimana. Ne discende, secondo l’associazione, che un intervento limitato al salario minimo orario non basterebbe: servirebbero piuttosto stabilizzazione dei rapporti, conversione dei part time involontari in tempo pieno, interventi sulla produttività dei settori più fragili e una più ampia diffusione della contrattazione di secondo livello, oggi ferma a 4,2 milioni di lavoratori privati, il 26 per cento del totale, secondo il report ministeriale sul deposito dei contratti ex art. 14 del d.lgs. 151/2015.

La stessa CGIA registra l’obiezione — un decentramento spinto rischia di indebolire le tutele minime del contratto nazionale e di allargare la forbice fra grandi e piccole imprese e fra territori — ma la liquida come difesa del centralismo sindacale. È una valutazione di parte, e come tale va letta: il rilievo sulla copertura disomogenea della contrattazione decentrata, che è più diffusa proprio dove le imprese sono strutturate e i salari già più alti, resta un argomento tecnico che i dati del report non smentiscono.

Il quadro giuridico di riferimento

Vale la pena ricordare il contesto in cui il dibattito si colloca. L’Italia è fra i pochi Stati membri privi di un salario minimo legale, avendo affidato la funzione alla contrattazione collettiva letta attraverso l’art. 36 della Costituzione. La direttiva (UE) 2022/2041 sui salari minimi adeguati non impone l’introduzione di un minimo per legge agli ordinamenti che ne sono privi, ma valorizza la promozione della contrattazione collettiva; la Corte di giustizia, con la sentenza dell’11 novembre 2025 nella causa C-19/23, ne ha confermato l’impianto respingendo in larga parte il ricorso danese, annullando soltanto due disposizioni dell’art. 5.

Il che sposta il baricentro esattamente dove il rapporto CGIA lo colloca: sulla qualità e sulla continuità dei rapporti di lavoro, più che sul solo livello della paga oraria. Con una precisazione che i numeri impongono — nei territori dove si lavora meno giorni, il problema non è scegliere fra le due leve, ma azionarle entrambe.

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