Chi non paga la propria segretaria non ha solo un debito: ha un problema deontologico. Lo ribadiscono le Sezioni Unite della Cassazione con l’ordinanza n. 24805 del 27 agosto 2026, che confermano la sospensione di otto mesi inflitta a un avvocato rimasto indietro con lo stipendio della dipendente per ventuno mensilità.
La condotta era proseguita per anni. Il professionista aveva firmato tre accordi di rientro — una scrittura privata, una conciliazione all’ispettorato del lavoro e un’intesa presso l’Ordine — senza onorarne nessuno. Aveva poi ignorato l’ordine di trattenuta del quinto disposto dal giudice dell’esecuzione e inviato alla lavoratrice contabili di bonifici mai accreditati.
La norma applicata è l’articolo 64 del codice deontologico forense: l’avvocato deve adempiere le obbligazioni assunte verso i terzi, e l’inadempimento diventa illecito quando, per gravità o modalità, compromette la dignità della professione e l’affidamento dei terzi. La sanzione base è la sospensione da due a sei mesi.
Respinta la tesi difensiva secondo cui il rapporto di lavoro faceva capo allo studio ereditato dal padre: contano gli accordi firmati in proprio e rimasti disattesi. Superflua anche l’audizione della segretaria, perché i fatti risultavano già dai documenti.
Sulla misura della sanzione la Corte ricorda che spetta ai giudici disciplinari, e che la Cassazione può intervenire solo se la quantificazione è manifestamente illogica. Qui l’aumento oltre il minimo è stato giustificato dalla reiterazione, dal dolo, dalla notorietà dell’incolpato nel foro e dai precedenti disciplinari. Nessun rilievo, infine, al pagamento parziale intervenuto dopo la contestazione: l’illecito era già consumato.
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