Era il 30 marzo 2012 quando Sergio Marchionne, allora amministratore delegato di Fiat-Chrysler, si rivolse agli studenti dell’Università Bocconi di Milano con un discorso che da allora continua a circolare, a essere citato e discusso. Lo apriva così:
“Oggi viviamo nell’epoca dei diritti: il diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa, il diritto di urlare e a sfilare, il diritto a pretendere. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Ma se continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo, perché questa evoluzione della specie crea una generazione molto più debole di quella precedente, senza il coraggio di lottare ma con la speranza che qualcun altro faccia qualcosa, una specie di attendismo che è perverso e involutivo. Ed è per questo che credo dobbiamo tornare a un sano senso del dovere, alla consapevolezza che per avere bisogna anche dare, bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione dell’oggi e soprattutto del domani.”
Attorno a queste parole si sono formate due letture che convivono, senza essersi mai davvero incontrate. C’è chi la legge come un invito alla responsabilità personale, contro un atteggiamento attendista che aspetta che “qualcun altro” risolva i problemi: un richiamo al coraggio di mettersi in gioco, non un attacco alle tutele. E c’è chi la legge in modo opposto, ricordando che a pronunciarla era l’amministratore delegato di un gruppo industriale in anni di ristrutturazioni, delocalizzazioni e tensioni sindacali, e che il richiamo al “dovere” rivolto a chi un diritto lo sta semplicemente rivendicando può suonare come una richiesta di accettare condizioni sempre più compresse.
Non è un caso che la frase riemerga ogni volta che il tema del lavoro torna al centro del dibattito pubblico: tra scioperi per il potere d’acquisto, nuove forme di occupazione ancora da inquadrare e un confronto aperto su quanto spetti ai singoli e quanto alla collettività, la domanda che Marchionne pose alla Bocconi — dove passa il confine tra diritto e dovere — resta, probabilmente, ancora senza una risposta condivisa.
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