26 Agosto 2026 - Diritto civile

Addio a Pietro Rescigno, il civilista della persona

Se n'è andato a 98 anni l'ultimo grande maestro del diritto privato italiano, a poche settimane da Natalino Irti. Lascia un magistero che ha insegnato a leggere il codice alla luce della Costituzione e la persona prima del patrimonio: una lezione che torna attuale proprio ora, nella stagione delle nuove tecnologie

Un secolo di diritto in una biografia

Pietro Rescigno è morto a Roma il 25 agosto 2026, all’età di 98 anni. Era nato a Salerno il 15 gennaio 1928 e si era laureato in giurisprudenza a Napoli nel 1948, allievo di Francesco Santoro-Passarelli e di Alessandro Graziani; poi il perfezionamento a Cambridge e a Tubinga, e i soggiorni di studio a Heidelberg che gli lasciarono una impostazione comparatistica mai ostentata ma sempre presente.

Vinse la cattedra di diritto civile a venticinque anni e prese servizio a Macerata nel 1954. Seguirono Pavia e Bologna e, dal 1970, la Sapienza di Roma, dove insegnò fino al 2005 e di cui era professore emerito. Socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, componente del Comitato Nazionale per la Bioetica dal 1990 al 2006, presidente del Comitato scientifico dell’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli, alla guida del Consiglio scientifico dell’Associazione Italiana per l’Arbitrato, insignito nel 2014 del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica. Dal 1951 era anche avvocato.

Le opere che hanno formato l’avvocatura italiana

Per chi esercita la professione, il nome Rescigno è anzitutto un manuale: le Istituzioni di diritto privato, su cui si sono formate generazioni di studenti e che per moltissimi colleghi ha rappresentato il primo incontro serio con la struttura del ragionamento civilistico.

Ma la sua impronta scientifica sta soprattutto in due imprese. La prima è il Trattato di diritto privato, ventitré volumi pubblicati da UTET tra il 1982 e il 1988 sotto la sua direzione: un’opera collettiva che ha organizzato il sapere civilistico italiano in una forma tuttora consultata negli studi e nelle aule. La seconda è l’Introduzione al Codice civile (Laterza, 1991), in cui, a cinquant’anni dalla codificazione, Rescigno prese atto della perduta centralità del codice — il tema che Irti aveva consegnato alla formula dell’«età della decodificazione» — senza però trasformarlo in un necrologio: molte soluzioni del 1942 restavano attuali, altre erano state travolte, e il compito del giurista era distinguere le une dalle altre leggendo il codice attraverso la Costituzione e le leggi speciali.

Fin dai primi lavori — Incapacità naturale e adempimento è del 1950 — il baricentro della sua riflessione era già chiaro: la condizione concreta del soggetto, la sua capacità reale, la tutela della persona prima e oltre la titolarità dei beni.

L’interprete delle trasformazioni

Rescigno è stato l’osservatore più sensibile della rifondazione del diritto civile maturata negli anni Settanta. Furono gli anni della riforma del diritto di famiglia, dell’espansione del diritto del lavoro, dell’istituzione del Servizio sanitario nazionale: stagione in cui i principi costituzionali di eguaglianza e solidarietà cessarono di essere enunciazioni programmatiche e divennero criteri operativi per l’interprete.

In quel passaggio egli portò due convinzioni che restano attualissime. La prima è che il diritto privato non si esaurisce nella tecnica dell’atto e nell’esegesi della norma, ma è un fenomeno culturale che va letto insieme alla società che lo produce. La seconda è l’attenzione alle formazioni sociali intermedie tra l’individuo e lo Stato — associazioni, comunità, corpi collettivi — di cui fu studioso costante: un tema, allora minoritario, che oggi torna nel dibattito su comunità digitali, dati collettivi e nuove forme di aggregazione.

Non è casuale, in questa prospettiva, la sua lunga presenza nel Comitato Nazionale per la Bioetica: la frontiera dove il diritto civile incontra la tecnica, la disponibilità del corpo, l’identità della persona. È esattamente il terreno su cui oggi si misura il civilista alle prese con l’intelligenza artificiale, l’identità digitale e la tutela dell’immagine e della voce.

La lezione professionale

Anche l’esercizio della professione forense fu, per Rescigno, coerente con il magistero: prevalentemente attività di consulenza richiesta da altri avvocati e funzione di arbitro nelle controversie private, esercitata con un distacco che oggi si direbbe raro. Un modo di stare nel diritto in cui l’autorevolezza non deriva dalla militanza nella causa, ma dalla capacità di dire, con onestà intellettuale, ciò che il diritto consente e ciò che non consente.

Ai suoi allievi non impose mai tesi precostituite né letture obbligate: chi lo ha frequentato ricorda uno studioso esigente e insieme liberale, sempre disponibile alla discussione, alieno dalle semplificazioni e dalle certezze consolatorie che talvolta la disciplina offre.

A due mesi dalla scomparsa di Natalino Irti — con cui condivideva l’amicizia, l’Accademia dei Lincei e la cattedra romana, pur nella diversità del temperamento e degli esiti teorici — il diritto civile italiano perde in pochi mesi le due figure che ne avevano segnato il secondo Novecento.

I funerali si terranno venerdì 28 agosto alle ore 11, nella Chiesa della Divina Sapienza presso l’Università Sapienza di Roma.

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