Il Cile è il primo Paese al mondo ad aver celebrato un processo per furto di dati cerebrali, un caso che segna un punto di svolta nella regolamentazione delle neurotecnologie e nella tutela della privacy mentale. Ma mentre Santiago si muove con decisione, il resto del mondo è ancora in ritardo nella protezione dei cosiddetti neurodiritti.
Il Cile all’avanguardia nella tutela dei neurodiritti
Dal 2021, la Costituzione cilena stabilisce che lo sviluppo scientifico e tecnologico deve rispettare l’integrità fisica e mentale dei cittadini. Un principio che è stato messo alla prova con il primo caso giudiziario al mondo sulla violazione della privacy cerebrale.
L’azienda tecnologica statunitense Alfa, specializzata in dispositivi EEG, è stata portata in tribunale dopo che l’ex senatore cileno Guido Girardi Lavín ha denunciato l’uso improprio dei suoi dati cerebrali. Secondo l’accusa, la fascia EEG acquistata da Girardi trasmetteva informazioni sulla sua attività cerebrale senza adeguate garanzie di sicurezza, esponendolo a rischi di hackeraggio e sorveglianza cognitiva. La Corte Suprema cilena ha dato ragione al politico, riconoscendo che la condotta dell’azienda violava i principi costituzionali di integrità psichica e privacy.
Un modello per il futuro?
La sentenza cilena ha acceso i riflettori sulla necessità di una legislazione chiara e vincolante sui neurodiritti. Attualmente, solo pochi Paesi stanno seguendo l’esempio del Cile. Messico, Brasile e Costa Rica hanno presentato proposte di legge per regolamentare l’uso dei neurodati, mentre in Europa il tema è ancora poco affrontato. La Commissione Europea ha finora regolato solo una parte delle neurotecnologie, lasciando fuori molte delle innovazioni emergenti, come la stimolazione del nervo vago e la fotobiomodulazione.
Il caso cileno dimostra che la protezione della mente umana è una frontiera giuridica che non può essere ignorata. La domanda ora è: il resto del mondo saprà adeguarsi prima che la tecnologia renda il controllo della privacy mentale un’utopia?
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