Scovare i “furbetti” della malattia o della legge 104 è diventata una sfida sempre più ardua per le aziende, che ricorrono sempre più spesso ai detective privati. L’obiettivo è documentare le condotte scorrette dei dipendenti assenti dal lavoro ma attivi in palestra, al mare o, in casi estremi, impegnati in un secondo impiego “in nero”.
Il controllo sulla vita privata del dipendente è consentito se finalizzato a verificare un illecito. Le prove raccolte – foto, video e pedinamenti – possono essere utilizzate dall’azienda in giudizio per giustificare il licenziamento per giusta causa, specialmente se il lavoratore impugna la decisione.
«Negli ultimi tempi – spiega Francesco Mimmo, titolare di Vox Investigazioni, al Messaggero – c’è stato un picco di richieste per verificare l’uso dei permessi concessi dalla legge 104. Tuttavia, dimostrare un utilizzo scorretto è complicato, specie se il dipendente si muove con discrezione».
Le indagini seguono una strategia precisa: «Si cerca di dimostrare la continuità di attività non compatibili con lo stato di malattia, attraverso pedinamenti e appostamenti concordati con il cliente – spiega Mimmo –. Si possono fare foto e video, ma con limiti precisi: niente immagini all’interno di abitazioni o luoghi privati».
Spesso, la “soffiata” decisiva arriva proprio dai colleghi, che segnalano situazioni sospette. Tuttavia, non tutto è contestabile. Ad esempio, un lavoratore assente per “ansia depressiva” ha ampio margine per svolgere attività personali, a meno che non sia colto in flagrante a svolgere un secondo lavoro.
Le aziende, quindi, si attrezzano con investigatori esperti e autorizzati, consapevoli che la prova regina di un illecito può valere la conferma di un licenziamento in tribunale.
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