Al centro della vicenda, la gelosia patologica di un uomo, innescata dalla scoperta di una relazione extraconiugale della moglie. La donna, stanca di una relazione ormai logora, aveva deciso di porre fine al matrimonio. Questa decisione ha innescato in B.S. una reazione violenta, sfociata nel tragico epilogo del femminicidio.
La sentenza e le motivazioni
La Corte ha ritenuto provata la piena responsabilità dell’uomo, condannandolo per omicidio aggravato dai rapporti familiari, dalla crudeltà e dallo stato di vulnerabilità della vittima. Tuttavia, un punto cruciale della sentenza riguarda l’esclusione dell’aggravante dei “futili motivi”, spesso invocata nei casi di femminicidio legati alla gelosia.
Secondo i giudici, la gelosia, pur essendo un movente deprecabile, non può essere considerata un motivo futile in questo caso specifico. La decisione di uccidere, scaturita dalla consapevolezza di perdere la propria compagna e di vedere infranto il proprio modello di famiglia, è stata giudicata come il risultato di un profondo sconvolgimento emotivo, piuttosto che di un impulso impulsivo e irrazionale.
La rilevanza della sentenza
Questa sentenza rappresenta un importante precedente giurisprudenziale, in quanto sottolinea la complessità dei casi di femminicidio e la necessità di una valutazione attenta e circostanziata di ogni singolo caso. La Corte ha infatti riconosciuto che la gelosia, seppur un fattore scatenante, non può essere sempre e automaticamente equiparata a un motivo futile.
Riferimento della sentenza: Cassazione penale, sezione I sentenza n.30375 del 24 luglio 2024
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