24 Febbraio 2026 - Intelligenza artificiale

Non è magia, è algoritmo: come l’AI sta trasformando cinema e informazione

Dai primi esperimenti accademici ai lungometraggi animati, dai videogiochi ai deepfake: l’intelligenza artificiale generativa sta trasformando l’industria audiovisiva e apre interrogativi cruciali su trasparenza, privacy e diritto d’autore

Nel giro di pochi anni l’intelligenza artificiale generativa ha cambiato radicalmente il modo in cui vengono prodotti immagini e video. Oggi basta una descrizione testuale – un semplice prompt – per ottenere clip animate, scenari realistici e perfino cortometraggi completi. Strumenti che fino a poco tempo fa erano prerogativa esclusiva di studi professionali sono diventati accessibili a un pubblico sempre più ampio.

Già nel 2016 i ricercatori del MIT Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory avevano dimostrato la possibilità di generare brevi sequenze video sintetiche a partire da immagini statiche. Risoluzione limitata e durata ridotta, certo, ma il principio era chiaro: creare movimento dal nulla, senza una base grafica tradizionale.

Oggi l’evoluzione è impressionante. Modelli sempre più sofisticati consentono di realizzare contenuti complessi e di qualità cinematografica. Un esempio emblematico è “Critterz”, cortometraggio animato sviluppato con il supporto dell’AI, destinato a evolversi in un lungometraggio.

Dalla GAN ai modelli di diffusione

Se i primi sistemi si basavano su architetture GAN (Generative Adversarial Networks), oggi i cosiddetti diffusion model rappresentano lo standard più avanzato. Il loro funzionamento richiama il processo fisico della diffusione: partono da un “rumore” casuale che viene progressivamente raffinato fino a generare un’immagine o un video coerente.

L’elemento casuale gioca un ruolo fondamentale: anche con lo stesso prompt, i risultati possono variare sensibilmente. Piccole differenze nelle condizioni iniziali o nei passaggi di “denoising” producono output diversi, rendendo il sistema meno deterministico e più creativo – almeno in apparenza.

Tutto nasce dal prompt. Più la descrizione è precisa, più l’output si avvicina all’idea dell’utente. Ma l’AI non possiede intuizione o esperienza: interpreta il testo secondo logiche di previsione statistica e correlazione tra dati.

Videogiochi, cinema e formazione: l’AI dietro le quinte

L’intrattenimento è uno dei settori più permeati da queste tecnologie. Nei videogiochi sportivi, ad esempio, il machine learning consente di rendere movimenti e comportamenti dei personaggi più realistici, migliorando animazioni e strategie. Nel cinema, l’AI viene impiegata per ringiovanire attori, ricreare ambientazioni digitali o adattare automaticamente il doppiaggio sincronizzando i movimenti labiali.

Anche la formazione e la divulgazione beneficiano di queste innovazioni: ricostruzioni storiche tridimensionali permettono di “camminare” in città antiche o osservare monumenti nel loro aspetto originario, rendendo l’esperienza didattica immersiva e coinvolgente.

Parallelamente cresce l’uso domestico e creativo: restauro digitale di fotografie, animazione di volti storici, reinterpretazione di opere d’arte in chiave contemporanea.

Il fenomeno deepfake

Il lato più controverso è rappresentato dai deepfake: contenuti manipolati in modo da far apparire reale qualcosa che non lo è. Video, immagini o audio vengono alterati per imitare volto e voce di una persona reale.

Tra i casi più noti figura il falso Volodymyr Zelensky in un video che lo mostrava mentre annunciava la resa dell’Ucraina: un esempio lampante di come la tecnologia possa essere usata per disinformazione e propaganda.

La diffusione di strumenti accessibili al grande pubblico ha moltiplicato il fenomeno, spesso con finalità di intrattenimento, ma talvolta con intenti malevoli, estorsivi o manipolatori. Secondo alcune rilevazioni, una parte significativa della popolazione non è ancora in grado di riconoscere un deepfake, aumentando il rischio di inganno.

Brain rot e saturazione digitale

I video generati automaticamente si inseriscono in un ecosistema già dominato dallo scrolling continuo. L’espressione “brain rot”, divenuta parola dell’anno per l’Oxford English Dictionary nel 2024, descrive il deterioramento cognitivo legato al consumo eccessivo di contenuti digitali di scarsa qualità.

Canali social interamente popolati da video generati dall’AI – spesso surreali o privi di senso – stanno ridefinendo il panorama dell’intrattenimento rapido, sollevando interrogativi sulla qualità e sull’impatto culturale.

Trasparenza, filigrane digitali e AI Act

Di fronte a questi scenari, la regolamentazione diventa centrale. L’Unione Europea, con l’AI Act, ha introdotto un quadro normativo basato sul rischio, imponendo obblighi di trasparenza per i contenuti generati da sistemi ad alto impatto.

Si lavora anche sul fronte tecnologico. L’iniziativa Coalition for Content Provenance and Authenticity mira a definire standard per tracciare l’origine e la storia dei contenuti digitali. Soluzioni come SynthID prevedono l’inserimento di filigrane invisibili che attestino l’origine artificiale di un’immagine o di un video.

L’obiettivo è duplice: tutelare i cittadini e preservare l’integrità dell’informazione.

Privacy e diritto d’autore

L’AI generativa solleva inoltre questioni complesse sul piano della privacy e del copyright. L’uso di immagini, voci e dati biometrici per addestrare modelli ha generato controversie legali in diversi Paesi.

Negli Stati Uniti, ad esempio, il The New York Times ha avviato un’azione legale contro OpenAI e Microsoft per l’utilizzo dei propri contenuti nell’addestramento dei sistemi di AI. In Europa, la normativa sul text and data mining prevede meccanismi di opt-out per i titolari dei diritti.

In Italia, la recente disciplina stabilisce che la tutela autorale spetta solo alle opere con un apporto creativo umano significativo, segnando un confine chiaro tra produzione algoritmica e creazione artistica.

Innovazione e responsabilità

L’intelligenza artificiale generativa rappresenta una straordinaria opportunità di democratizzazione della creatività. Ma la velocità con cui si evolve impone un equilibrio tra innovazione e responsabilità. Senza alfabetizzazione digitale, strumenti di verifica e norme chiare, il rischio è che la tecnologia diventi veicolo di manipolazione anziché di progresso. Per le istituzioni, le imprese e i professionisti del digitale – inclusi coloro che operano nel settore dei servizi tecnologici – la sfida è governare questa trasformazione con competenza e lungimiranza.


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