L’intelligenza artificiale promette di dare una spinta senza precedenti alla macchina fiscale italiana, potenziando gli strumenti già esistenti nella lotta all’evasione. Ma la stessa potenza che ne fa un alleato prezioso può trasformarla in una fonte di rischi significativi. È questo l’avvertimento lanciato dalla Banca d’Italia durante un’audizione davanti alla commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria.
Secondo Giacomo Ricotti, Capo del Servizio Assistenza e Consulenza fiscale di Via Nazionale, i modelli di machine learning e i sistemi di intelligenza artificiale generativa (Llm) offrono prospettive inedite: dall’analisi predittiva dei comportamenti sospetti fino a forme di accertamento in tempo reale basate sui dati dell’anagrafe tributaria e dei conti correnti. Un salto che, se governato, potrebbe ridurre ulteriormente il “tax gap” – stimato dal Mef in 82 miliardi di euro, scesi del 6% tra il 2017 e il 2021.
Gran parte dei progressi degli ultimi anni si deve al digitale: fatturazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi hanno già rafforzato la capacità del Fisco di intercettare anomalie. Ora l’intelligenza artificiale si propone come la leva in grado di ampliare enormemente le possibilità di utilizzo dei dati. La riforma fiscale del 2024, con il decreto sugli accertamenti, ha già aperto la strada, prevedendo l’impiego dell’Ai in chiave predittiva attraverso una task force congiunta Agenzia delle Entrate–Guardia di finanza.
Tuttavia, Bankitalia invita alla prudenza: l’uso dei sistemi generativi comporta almeno quattro criticità. La prima riguarda le cosiddette “allucinazioni”, cioè errori dovuti a modelli non affidabili o a dati distorti, che potrebbero minare il diritto del contribuente a fidarsi delle informazioni ricevute dall’amministrazione, con conseguente aumento dei contenziosi. La seconda si lega alle dinamiche cognitive dell’Ai, basate su schemi probabilistici più che su regole certe, con il rischio di risposte ancorate al passato e incapaci di favorire un’interpretazione evolutiva delle norme. Terzo punto: i costi elevati di hardware e software che spingono verso l’affidamento a provider esterni, sollevando interrogativi sulla sicurezza dei dati sensibili. Infine, la necessità di ribadire un principio fondamentale: la tecnologia può supportare, ma non sostituire, la decisione umana.
Un argine già è stato previsto: nell’ultimo Piano integrato di attività e organizzazione, l’Agenzia delle Entrate ha indicato la necessità di adottare nuovi modelli di gestione del rischio, in linea con le normative internazionali.
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