Dopo aver ammesso, in un post pubblicato su X, che i costi di gestione di Grok Bot erano diventati «insostenibilmente alti» rispetto ai ricavi, Elon Musk torna a guardare allo spazio e rilancia una delle prospettive più ambiziose di SpaceX: realizzare veri e propri data center in orbita terrestre. Anche all’indomani delle elezioni di midterm americane, Musk ha scherzato sulla piattaforma X parlando dei presunti «laser spaziali elettorali» e osservando che, almeno, i data center orbitali potrebbero rappresentare un investimento decisamente più interessante. Una battuta che si intreccia però con un progetto tecnologico concreto, descritto nella documentazione di SpaceX come «Orbital Data Center system». L’idea è portare nello spazio una parte consistente delle infrastrutture necessarie a sostenere la crescente domanda di intelligenza artificiale, superando alcuni dei limiti dei tradizionali impianti terrestri. Musk ha definito la capacità di calcolo degli attuali data center sulla Terra come «spiccioli» rispetto alle potenzialità che l’azienda punta a raggiungere in orbita.
Il sistema immaginato da SpaceX prevede una rete di satelliti alimentati dall’energia solare, disponibile in modo pressoché costante in determinate orbite, e progettati per sfruttare il vuoto cosmico nella gestione termica dei componenti elettronici. In questo modo si potrebbero ridurre alcune delle esigenze energetiche e infrastrutturali legate al raffreddamento dei chip nei data center tradizionali. La capacità di calcolo sarebbe destinata in parte alle attività interne delle società di Musk e in parte a clienti esterni, con particolare attenzione all’inferenza, ovvero la fase in cui i modelli di intelligenza artificiale elaborano le richieste degli utenti e generano risposte. A spingere verso questa soluzione è anche la crescita di Grok Bot: secondo i dati citati, gli utenti paganti settimanali erano circa 800mila all’inizio di ottobre, più del doppio rispetto al periodo precedente, mentre gli utenti attivi giornalieri sono passati da meno di 100mila a inizio settembre a oltre 600mila a fine ottobre. Una crescita che comporta un aumento significativo delle risorse di calcolo necessarie. Gli abbonamenti, con tariffe mensili da 30, 100 e 200 dollari, non sarebbero infatti sufficienti, secondo le stime riportate, a coprire gli elevati costi computazionali del servizio.
Il progetto, tuttavia, non è ancora operativo e richiederà tempi e investimenti considerevoli. I primi satelliti della rete orbitale non dovrebbero essere lanciati prima della fine del 2027, mentre una vera espansione del sistema non è attesa prima del 2028. Molto dipenderà dai test tecnici, dalle autorizzazioni regolatorie e soprattutto dalla capacità di SpaceX di aumentare il ritmo dei lanci e la produzione dei satelliti. Fino ad allora, la gestione di Grok e degli altri servizi di intelligenza artificiale continuerà a dipendere dalle infrastrutture terrestri, con possibili conseguenze anche sulle condizioni e sui limiti di utilizzo imposti agli abbonati. La visione di Musk apre comunque uno scenario nuovo: se i data center nello spazio dovessero diventare economicamente sostenibili, potrebbero cambiare il modo in cui vengono progettate e alimentate le infrastrutture digitali del futuro. Resta però da capire se il vantaggio energetico e tecnologico promesso riuscirà davvero a compensare i costi di costruzione, lancio, manutenzione e sostituzione dei satelliti. Per ora, tra ambizione e realtà, la sfida è appena cominciata.
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