Negli ultimi anni il dibattito fiscale si è spesso concentrato sulla pressione complessiva, trascurando però la redistribuzione interna del prelievo. I numeri raccontano una storia diversa da quella di un aumento generalizzato delle tasse: le famiglie, nel complesso, pagano meno, mentre lo Stato incassa di più grazie ad altri fattori.
Famiglie alleggerite: oltre 33 miliardi in meno di imposte
Le ultime quattro Leggi di Bilancio varate dal governo Meloni hanno introdotto una serie di misure mirate a ridurre il peso fiscale sui nuclei familiari. Dall’innalzamento della soglia della flat tax per gli autonomi al taglio del cuneo fiscale, ottenuto attraverso l’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef e la riduzione dell’aliquota al 23 per cento, fino all’abbassamento al 33 per cento dell’aliquota del secondo scaglione.
Nel loro complesso, questi interventi valgono 45,7 miliardi di euro di minori imposte. Tuttavia, depurando il dato dalle misure temporanee e dalle risorse già stanziate in precedenza, il beneficio effettivo per le famiglie si attesta a 33,3 miliardi. A questo si aggiunge una costellazione di strumenti “minori” – bonus, sgravi, deduzioni ed esenzioni – che hanno contribuito a rendere più leggero il prelievo sui redditi familiari.
Perché allora la pressione fiscale cresce
Se le famiglie pagano meno, perché la pressione fiscale è tornata a salire? La risposta sta soprattutto nella dinamica del lavoro e nelle scelte che hanno interessato il mondo delle imprese. Tra la fine del 2022 e il novembre 2025 gli occupati in Italia sono aumentati di circa 850 mila unità. Più lavoratori e più contratti rinnovati – dal commercio al credito, dall’energia agli studi professionali – significano più salari e, di conseguenza, più entrate tributarie e contributive.
Sul fronte delle imprese, il gettito è cresciuto anche per effetto di precise decisioni normative: la sospensione della deducibilità di alcune voci di costo, come le svalutazioni dei crediti e le quote di avviamento, e l’abrogazione dell’ACE (Aiuto alla Crescita Economica), che garantiva uno sconto fiscale di circa 4 miliardi l’anno. Interventi che hanno colpito esclusivamente le società di capitali – circa 1,5 milioni di Srl e Spa, pari al 35 per cento del totale delle imprese italiane.
A partire dal 2025, inoltre, banche e assicurazioni contribuiranno in modo ancora più consistente: tra revisione della disciplina sugli extraprofitti e inasprimento dell’Irap, il maggior prelievo stimato è pari a 5,6 miliardi di euro.
Il ruolo “contabile” del taglio al cuneo fiscale
Un ulteriore elemento che spiega l’aumento delle entrate riguarda la modalità con cui è stato attuato il taglio del cuneo fiscale. Non solo riduzioni Irpef, ma anche l’erogazione di un bonus per i lavoratori dipendenti con redditi fino a 20 mila euro. Su quasi 18 miliardi di interventi complessivi, circa 4,5 miliardi vengono oggi contabilizzati come maggiore spesa pubblica e non come minori entrate. Il risultato è duplice: buste paga più pesanti per i redditi bassi, ma un impatto diverso sui conti dello Stato, che registra una parte del beneficio come uscita anziché come riduzione d’imposta.
Fiscal drag quasi neutralizzato
Secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, la combinazione tra rinnovi contrattuali e interventi fiscali ha avuto un effetto rilevante sul reddito dei lavoratori dipendenti. Tra il 2019 e il 2023 il reddito lordo e imponibile è cresciuto del 16,8 per cento, a fronte di un’inflazione del 17,2 per cento. In pratica, il taglio del cuneo fiscale – avviato con il governo Draghi e reso strutturale dall’esecutivo Meloni – ha quasi compensato le perdite dovute al fiscal drag, quel meccanismo per cui l’inflazione spinge i redditi nominali in scaglioni fiscali più alti senza un reale aumento del potere d’acquisto.
Un fisco più selettivo
Il quadro che emerge è quello di un sistema fiscale che, almeno in questa fase, ha scelto di alleggerire il carico sulle famiglie e sui redditi da lavoro, spostando parte del peso su grandi imprese, banche e assicurazioni e beneficiando al tempo stesso della crescita dell’occupazione. Una strategia che spiega perché, pur con meno tasse per molti contribuenti, la pressione fiscale complessiva continui a salire.