29 Ottobre 2026 - Giustizia

“L’Ilva è finita”: la Cassazione dice no al ricorso, stop definitivo all’area a caldo di Taranto

Le Sezioni Unite civili respingono i ricorsi straordinari della società: la salute pubblica prevale sulla produzione, nel più grande complesso siderurgico d’Europa

La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite civili, ha respinto nel primo pomeriggio di oggi i ricorsi straordinari presentati da Ilva, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia holding contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato lo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande complesso d’acciaio d’Europa, esteso su circa 15 chilometri quadrati.

Il decreto originario, datato 27 luglio 2026 e confermato dalla Corte d’Appello alle udienze del 9 e del 30 settembre, aveva concesso all’azienda 90 giorni per adeguarsi. La decisione della Cassazione, pronunciata dopo l’udienza del 20 ottobre, si fonda su due motivazioni autonome: la presenza di amianto negli altiforni e le emissioni di polveri sottili PM10 e PM2,5. I giudici hanno dichiarato inammissibili, per difetto di legittimazione, le contestazioni sullo studio di impatto sanitario e sul parere dell’Istituto Superiore di Sanità del 30 luglio 2024 alla base dell’AIA 2025; ma poiché il motivo relativo all’amianto regge da solo, il decreto resta valido anche a prescindere dall’esito delle censure sulle emissioni.

Tra i riferimenti normativi richiamati dalla Corte, la direttiva UE 2024/2881, che fissa limiti più stringenti per il particolato PM10 e PM2,5 in linea con le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, e che gli Stati membri devono recepire entro l’11 dicembre 2026. A difendere il decreto, due controricorsi presentati da cittadini di Taranto.

Lo stop produttivo è di fatto già in corso: gli impianti sono nella fase di preraffreddamento e, secondo le prime ricostruzioni, il passaggio successivo sarà la rimozione della “salamandra”, lo strato di ghisa residua che si deposita sul fondo dell’altoforno, da liquefare portando la temperatura a livelli che ne consentano lo svuotamento. La produzione di acciaio a Taranto, che nel 2007 sfiorava i 10 milioni di tonnellate l’anno, nel 2025 si è fermata a circa 2 milioni; gli altri siti del gruppo, a Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi, trattano solo lavorazioni a freddo e restano fuori dal perimetro della decisione.

La sentenza consolida un principio destinato a fare giurisprudenza: il diritto alla salute, se sorretto da evidenze scientifiche solide anche su un solo profilo di rischio (qui l’amianto), può da solo giustificare la sospensione di un’attività produttiva, a prescindere dalla tenuta degli altri motivi di doglianza ambientale.

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