C’erano una volta le stateless company, multinazionali così potenti da sfuggire a qualsiasi appartenenza nazionale. Oggi quello scenario appare superato: il capitalismo sta vivendo una trasformazione profonda, segnata dal ritorno prepotente dello Stato nell’economia. Non più solo regolatore, ma attore diretto, soprattutto nei settori strategici.
L’ultimo segnale arriva dagli Stati Uniti, dove la Casa Bianca valuta l’acquisto del 10% di Intel, non per salvarla, ma per orientarne le strategie industriali. Una mossa che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata inconcepibile nella patria del libero mercato. Ma la logica è chiara: in un mondo spaccato dalla competizione geopolitica, lasciare le redini ai soli privati è diventato un rischio.
Dal mito del mercato alla necessità del controllo
Per decenni, il dogma liberista ha spinto verso privatizzazioni e deregolamentazione, nella convinzione che l’apertura dei mercati fosse sinonimo di democrazia. Il crollo del Muro di Berlino sembrò confermare quella teoria. Oggi sappiamo che non era così: la globalizzazione ha creato vincitori e perdenti, erodendo il potere della politica a vantaggio delle grandi corporation, molte delle quali hanno goduto di vantaggi fiscali e normativi senza precedenti.
Ora il pendolo oscilla nella direzione opposta. Settori come spazio, intelligenza artificiale, difesa, semiconduttori e gestione delle terre rare sono considerati strategici: affidarne il controllo esclusivo al mercato significa esporre interi Paesi a vulnerabilità sistemiche.
Il compromesso americano: Big Tech e Stato alleati
Il caso Intel non è isolato. Il colosso dei chip Nvidia, che da solo capitalizza quanto il Pil combinato di Italia e Spagna, ha accettato di versare allo Stato una quota dei profitti generati dai semiconduttori destinati all’intelligenza artificiale. Nel Novecento, una misura simile sarebbe sembrata un’eresia; oggi è una scelta obbligata per garantire sicurezza e competitività.
“Assistiamo a una metamorfosi del capitalismo americano – spiega Andrea Colli, docente di Storia economica alla Bocconi –. Il potere pubblico non interviene più solo per salvare aziende in crisi, ma per indirizzare interi settori, trasformando le multinazionali in strumenti di politica industriale”.
Il modello cinese e l’illusione della concorrenza
Un’analisi pubblicata su Foreign Affairs è esplicita: la Cina ha vinto la sfida industriale e tecnologica grazie alla presenza massiccia dello Stato nell’economia. Per l’Occidente, la strada non è ostacolare Pechino con dazi o sanzioni, ma rafforzare le proprie filiere produttive attraverso investimenti pubblici e partecipazioni dirette.
Non è più il tempo del mercato puro: la concorrenza, avverte Colli, diventa un limite; in alcuni comparti, i monopoli assumono un valore strategico.
Multinazionali e politica: un’alleanza inevitabile
Questo nuovo scenario cambia le regole del gioco. Le grandi imprese, per sopravvivere e crescere, devono accettare la mano pubblica e, al contempo, esercitare pressione per modificare norme considerate penalizzanti. Una simbiosi che rischia di mettere in secondo piano principi fino a ieri intoccabili: separazione dei poteri, indipendenza delle autorità di controllo, governance ispirata alla trasparenza.
Le promesse di sostenibilità di pochi anni fa – dalle campagne contro il climate change alle iniziative Net Zero – appaiono oggi sbiadite, vittime della realpolitik economica. Erano impegni reali o solo retorica di facciata? La risposta a questa domanda dirà molto sul futuro di un capitalismo che, sotto la spinta della geopolitica, sta cambiando pelle.
Il ritorno dello Stato non è una parentesi, ma un nuovo paradigma: il capitalismo del XXI secolo non si gioca più solo nelle Borse, ma nelle stanze dei governi. Con un interrogativo aperto: quanto di questo potere serve davvero all’interesse generale e quanto, invece, agli azionisti delle grandi corporation?
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