Solo pochi giorni fa, un Tribunale della Libertà ha dichiarato inammissibile un’istanza di riesame relativa a un sequestro preventivo, semplicemente perché il sistema della cancelleria non riusciva a “leggere” la firma digitale del difensore. Firma che era perfettamente regolare, come dimostrato da una consulenza tecnica. Fortunatamente, in quel caso, si è ottenuta una remissione in termini. Ma il dato resta: oggi basta un intoppo informatico a compromettere un diritto di difesa.
È solo uno dei molti esempi di quello che Giandomenico Caiazza, avvocato e già presidente dell’Unione delle Camere Penali, definisce una vera e propria “lotteria del deposito atti”. Una quotidiana trappola per i difensori, in balia di interpretazioni soggettive di alcuni cancellieri o dei malfunzionamenti di un Portale telematico che avrebbe dovuto semplificare e che invece complica, quando non tradisce.
E intanto, nei Palazzi di Giustizia, si è consolidato un doppio binario: PM e giudici hanno accesso pieno al fascicolo telematico; gli avvocati no. Possono solo depositare, sperando che la procedura venga accettata. “Siamo soggetti esterni al Portale – scrive Caiazza – dei paria che partecipano alla lotteria, incrociando le dita”.
Ma il problema, più che tecnico, è culturale. La cultura inquisitoria – continua Caiazza – considera ancora PM e giudici i veri padroni di casa, e gli avvocati come ospiti tollerati, meglio se silenziosi. Una cultura che oggi si è persino aggravata: si è perso quel principio del favor impugnationis che un tempo tutelava la volontà di impugnare anche in caso di errori formali.
Oggi è il contrario: si attende il minimo inciampo – una PEC all’indirizzo sbagliato, una firma “non leggibile” – per dichiarare l’inammissibilità, falcidiando i ricorsi e gonfiando le statistiche. “Il problema – conclude Caiazza – si fa ogni giorno più serio”. E mina, alla radice, i princìpi del giusto processo.
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