Il recente stop del Garante per la protezione dei dati personali al progetto del Comune di Pescara sulle body cam per la Polizia locale riporta al centro una questione che va oltre il singolo caso amministrativo: chi controlla davvero i dati raccolti dai dispositivi di ripresa e dove vengono conservati?
L’Autorità ha espresso parere negativo sulla valutazione d’impatto presentata dall’ente, rilevando criticità significative sotto il profilo della sicurezza e del possibile trasferimento dei dati verso Paesi extra Ue. In particolare, il sistema di gestione delle registrazioni sarebbe fornito da una società statunitense e non sarebbero state chiarite adeguatamente le garanzie contro l’accesso ai dati “in chiaro” da parte del fornitore.
Il punto centrale non è l’uso delle body cam in sé, ma il rischio che le informazioni raccolte – potenzialmente sensibili e legate ad attività di polizia giudiziaria – possano essere trasferite fuori dall’Unione europea senza le tutele previste dalla normativa.
Il tema dei trasferimenti e le regole europee
Nel contesto “law enforcement” si applicano regole ancora più stringenti rispetto al GDPR ordinario. Il trasferimento verso Paesi terzi richiede garanzie specifiche, accordi vincolanti e un livello di protezione adeguato. Nel caso esaminato delle body cam per la Polizia locale di Pescara, secondo quanto emerso, non sarebbero state fornite rassicurazioni sufficienti né sulla sicurezza tecnica del sistema né sull’eventuale ruolo del fornitore estero nel trattamento dei dati. Anche la presenza di una SIM all’interno dei dispositivi avrebbe sollevato interrogativi non chiariti.
Una riflessione più ampia
La vicenda solleva però un interrogativo più generale. Se per una pubblica amministrazione l’utilizzo di dispositivi con infrastrutture extra Ue viene sottoposto a controlli rigorosi, quali riflessioni si impongono rispetto ad altre tecnologie diffuse sul territorio?
Molti Comuni utilizzano sistemi di videosorveglianza in piazze e parchi; allo stesso tempo, piattaforme globali effettuano riprese su strada per servizi di mappatura digitale. Nel settore privato e domestico, inoltre, sono milioni le telecamere installate per finalità di sicurezza, spesso prodotte e gestite tramite cloud extraeuropei.
Il tema non è certo quello di formulare giudizi, ma evidenziare una possibile asimmetria nella percezione del rischio. Se la preoccupazione riguarda il trasferimento dei dati e il controllo effettivo sugli archivi digitali, la questione non può essere limitata al solo ambito della pubblica amministrazione.
Sicurezza e consapevolezza
Il furto e l’utilizzo improprio di immagini e flussi video rappresentano un fenomeno crescente. Tuttavia, la percezione pubblica del rischio appare spesso attenuata da un’abitudine diffusa alla presenza costante di dispositivi connessi.
Per le pubbliche amministrazioni il tema è ancora più delicato: occorre garantire sicurezza, proporzionalità e piena conformità normativa. Per i cittadini e le imprese, la sfida è comprendere che la protezione dei dati non è un ostacolo tecnologico, ma una componente strutturale della sicurezza digitale.
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