4 Agosto 2026 - Il disegno di legge

Bit e mimetiche: la Difesa entra nella guerra cyber

Nasce lo spazio cibernetico nazionale e il Capo di Stato maggiore diventa autorità cyber, ma le competenze di ACN, Polizia postale e intelligence restano intatte

La sicurezza cibernetica cambia di peso all’interno delle Forze armate, ma senza sconfinare nelle competenze altrui. È questo l’equilibrio su cui si regge lo schema di disegno di legge “Disposizioni per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale”, articolato in 15 articoli, che dopo il via libera del preconsiglio arriva oggi, 4 agosto, sul tavolo del Consiglio dei ministri.

Il testo interviene sul codice dell’ordinamento militare e porta stabilmente il dominio cyber dentro l’organizzazione delle Forze armate. La sua approvazione è stata resa possibile dall’intesa politica raggiunta tra il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza della Repubblica, Alfredo Mantovano, e il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha sciolto il nodo più delicato: la ripartizione delle competenze in materia cibernetica.

Confini netti tra Difesa, ACN e intelligence

Il criterio scelto dai redattori è quello della delimitazione delle funzioni, non della loro moltiplicazione. Il provvedimento riconosce alla Difesa un proprio perimetro operativo, ma lascia espressamente intatte le attribuzioni degli altri apparati dello Stato.

Restano infatti immutate le prerogative dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN), quelle dell’organo del Ministero dell’Interno preposto alla sicurezza e alla regolarità dei servizi di telecomunicazione — la Polizia postale — e quelle dell’Ufficio centrale per la segretezza (UCSe), incardinato nel Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), cui fa capo il coordinamento dei servizi di intelligence. Il Ddl, in altre parole, non duplica competenze già esistenti: si limita a mettere nero su bianco i confini del cyber militare.

Nasce lo “spazio cibernetico di interesse nazionale”

Il cuore della riforma è la definizione di uno spazio cibernetico di interesse nazionale per la difesa e la sicurezza militare dello Stato. Il concetto va oltre la semplice protezione delle reti: comprende l’insieme delle infrastrutture informatiche installate su mezzi e piattaforme militari, ma anche dati, software, hardware, sistemi cyber-fisici e OT (operational technology), sensori, sistemi di controllo industriale, dispositivi mobili connessi e i punti di interconnessione tra questi elementi.

Il messaggio implicito è che la sicurezza militare non dipende più soltanto da basi, armamenti e apparati tradizionali, ma anche dalla tenuta delle reti, dei dati e delle architetture digitali che consentono alla macchina della Difesa di funzionare.

Il Capo di Stato maggiore diventa “autorità cyber”

Il passaggio istituzionalmente più significativo riguarda la catena di comando. Al Capo di Stato maggiore della Difesa viene attribuita la funzione di autorità cyber del dicastero: a lui spettano l’organizzazione, la preparazione professionale, l’approntamento e l’impiego del personale cibernetico interforze, oltre al potere di pianificare e condurre operazioni cibernetiche difensive — in Patria e all’estero, anche in tempo di pace.

Accanto a questa novità nasce la figura professionale dello “Specialista Cyber Militare”, segnale della volontà di costruire competenze dedicate e stabili all’interno delle Forze armate.

L’intelligence militare cambia nome (e finisce nella legge 124)

La riforma tocca anche l’identità dell’intelligence militare. L’attuale Reparto informazioni e sicurezza assume la denominazione di Comando interforze Cyber Intel. Non si tratta di un ritocco puramente lessicale: la nuova denominazione viene inserita anche nella legge n. 124 del 2007, architrave del sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica. Un’operazione che certifica, sul piano normativo, il peso crescente dell’attività di intelligence nel dominio digitale.

Coerente con questa impostazione è la previsione di un Centro interforze di addestramento per il combattimento e per il contrasto alla minaccia ibrida, affidato a un generale di divisione (o grado corrispondente delle Forze armate in servizio permanente) e posto alle dirette dipendenze del Capo di Stato maggiore della Difesa. L’obiettivo è sviluppare capacità comuni per fronteggiare scenari in cui attacchi informatici, guerra elettronica, campagne di disinformazione e operazioni militari convenzionali agiscono in modo integrato.

Droni militari e nuovo Fondo per la ricerca

Il provvedimento aggiorna inoltre la disciplina dei sistemi aeromobili militari senza equipaggio a bordo, i droni, il cui ruolo — sia aereo sia navale — appare sempre più centrale. Le Forze armate e l’Arma dei carabinieri restano responsabili del loro impiego; nelle attività operative connesse a situazioni emergenziali, di crisi o di conflitto armato, in territorio nazionale o all’estero, si applicano le regole stabilite dall’autorità di volta in volta designata.

Sul versante finanziario, il Ddl istituisce presso il Ministero della Difesa un Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica militare, con una dotazione iniziale di 10 milioni di euro annui a decorrere dal 2026.

Quello che (ancora) non c’è

Il provvedimento rappresenta soltanto il “primo tempo” di una riorganizzazione più ampia della Difesa. Resta fuori, almeno per ora, la riforma più volte annunciata dal ministro Crosetto, quella incentrata sull’introduzione di una nuova riserva volontaria: un’ipotesi che l’esecutivo intende affrontare solo dopo aver individuato le risorse necessarie a coprirla.

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