Gli Stati Generali dei Garantisti, iniziativa promossa da Enrico Costa e Gian Domenico Caiazza, si riuniranno il 6 novembre alla Camera dei Deputati, Sala del Refettorio, per rilanciare il tema della separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. L’incontro si svolge a pochi mesi dalla bocciatura della riforma costituzionale al referendum confermativo del 23 marzo 2026. La consultazione si è chiusa con una netta affermazione del No, attestato intorno al 53,7% dei consensi, e un’affluenza definita record dagli osservatori.All’incontro parteciperà, tra gli altri, il segretario di Forza Italia Antonio Tajani, insieme a giornalisti, magistrati ed esponenti garantisti anche dell’opposizione.
Costa ha sostenuto che l’esito referendario “non chiude il confronto”, rivendicando i circa 13 milioni di cittadini che, secondo la sua lettura dei dati, avrebbero votato a favore della riforma, e ha annunciato che la proposta di legge dell’Unione delle Camere Penali Italiane sulla separazione delle carriere sarà ripresentata in Parlamento. Caiazza ha indicato una via alternativa alla modifica costituzionale, evidentemente preclusa nel breve periodo dopo la sconfitta referendaria: l’istituzione di due sezioni distinte all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, una per i giudici e una per i pubblici ministeri, e la revisione delle norme sui concorsi di accesso alla magistratura, richiamando anche la storica “proposta Pecorella” sul tema.
Tra gli argomenti che l’iniziativa intende rimettere al centro del dibattito figurano il ruolo del pubblico ministero nel processo accusatorio, la terzietà del giudice, il peso del cosiddetto processo mediatico sulle vicende giudiziarie e la disciplina delle intercettazioni. Nel frattempo la Fondazione Einaudi ha costituito un “Osservatorio Giustizia Liberale”, con l’obiettivo dichiarato di rilanciare, dopo la sconfitta referendaria, i valori della cultura garantista nel dibattito pubblico.
Per l’avvocatura, soprattutto quella penale, il tentativo di percorrere la strada della legge ordinaria anziché di una nuova riforma costituzionale apre interrogativi tecnici non secondari su quali profili dell’assetto ordinamentale della magistratura possano essere effettivamente modificati senza una nuova revisione della Carta. La vicenda segna comunque la ripresa, a tempi di record dalla sconfitta referendaria, di un confronto politico che coinvolge direttamente l’organizzazione della professione forense e i rapporti, spesso tesi, tra avvocatura e magistratura requirente.
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