Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, ha rilanciato in un’intervista a CNBC una proposta destinata a far discutere: le principali aziende di intelligenza artificiale “devono essere nazionalizzate, perché se non lo fossero, ognuno dei miei clienti farà causa”. Secondo Karp, i modelli più potenti comportano rischi legali crescenti, legati a violazioni della proprietà intellettuale e a questioni di sicurezza nazionale, tali da rendere insostenibile per le aziende private sopportarne da sole le conseguenze economiche. La sua proposta concreta è che i grandi laboratori cedano volontariamente allo Stato una quota fino al 50% del capitale, in cambio di una copertura pubblica del rischio legale e finanziario.
Le cifre richiamate a sostegno della tesi sono ingenti: Goldman Sachs stima per il 2027 emissioni di debito legate all’intelligenza artificiale per 420 miliardi di dollari, in crescita del 60% sul 2026, mentre Moody’s Ratings segnala quasi tremila miliardi di dollari di impegni fuori bilancio riconducibili ai grandi operatori cloud (i cosiddetti hyperscaler). Il precedente più immediato citato dagli osservatori è l’ingresso del governo statunitense nel capitale di Intel, con l’acquisto del 9,9% per 8,9 miliardi di dollari: un segnale, secondo alcuni analisti, di un percorso già avviato verso un maggiore controllo pubblico dell’ecosistema tecnologico strategico.
La proposta di Karp arriva mentre si consolida un filone critico opposto, che legge gli allarmi sui rischi esistenziali dell’intelligenza artificiale come una forma di marketing rivolta a investitori e regolatori più che come una preoccupazione genuina. Un’analisi pubblicata da Tom’s Hardware ha passato in rassegna dichiarazioni di esponenti di Anthropic e OpenAI su scenari di perdita di controllo dell’umanità entro pochi anni, evidenziando come si tratti in larga parte di previsioni non falsificabili secondo il criterio epistemologico di Popper: uno studio richiamato nell’articolo, condotto dal filosofo Luciano Floridi, calcola che il 79% delle previsioni sull’intelligenza artificiale generale non superi tale soglia. L’analisi nota inoltre come gli stessi dirigenti che firmano appelli sui rischi di estinzione continuino parallelamente lo sviluppo dei propri modelli a ritmo serrato.
Proprio in questa chiave la proposta di Karp si presta a una lettura duplice: se davvero il rischio fosse percepito come catastrofico dall’interno del settore, la richiesta di un salvagente pubblico che trasferisca l’esposizione economica dagli azionisti privati alla collettività rappresenta essa stessa un caso di scuola della dinamica denunciata dai critici, in cui l’allarme sul pericolo dell’intelligenza artificiale finisce per tradursi, nei fatti, in una richiesta di garanzie e capitali. Il dibattito anticipa questioni di responsabilità e di governance societaria destinate a porsi anche in Europa, dove il perimetro del rischio “sistemico” legato all’intelligenza artificiale è già oggetto di discussione nell’ambito del Regolamento UE sull’IA.
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