Sviluppo nell’inchiesta sul furto delle quattro opere di Antonello da Messina, sottratte dal Museo Accascina la notte di Ferragosto. Uno dei custodi in servizio quella sera, convocato nei giorni scorsi come testimone davanti ai magistrati, è stato iscritto nel registro degli indagati per il reato di false dichiarazioni al pubblico ministero, previsto dall’articolo 371-bis del codice penale.
L’audizione del custode – insieme ad altri tre colleghi in servizio quella notte – è stata sospesa a un certo punto per le troppe contraddizioni tra la sua versione e quella dei colleghi, in particolare sulla cronologia degli eventi legati all’allarme del museo. Un altro custode ha già ammesso di aver sentito l’allarme scattare e di averlo disattivato, pensando a un falso contatto.
Gli inquirenti si stanno concentrando ora su un interrogativo preciso: se nella squadra di custodia ci fosse soltanto un problema di competenza, o se qualcuno all’interno abbia agevolato il furto. A insospettire gli investigatori è la disinvoltura con cui i due ladri si sono mossi all’interno del museo, secondo quanto emerso finora dalle indagini.
Vale la pena chiarire la differenza tra le due posizioni processuali che si stanno delineando. Essere iscritti nel registro degli indagati per false dichiarazioni al PM non equivale a essere accusati del furto: si tratta di un reato autonomo, che punisce chi, sentito come testimone o persona informata sui fatti in un procedimento penale, fornisce dichiarazioni false o reticenti ai magistrati. È un tassello che riguarda la credibilità della testimonianza raccolta, non ancora un’accusa di complicità nel colpo – anche se, in un’indagine di questo tipo, le due strade possono facilmente finire per intrecciarsi.
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