La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sul delicato rapporto tra prestazioni professionali, obblighi fiscali ed emissione della fattura, riaffermando un principio destinato ad avere effetti significativi soprattutto per le professioni ordinistiche.
Con la sentenza n. 14338 del 2026, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate contro una decisione della giustizia tributaria pugliese che aveva dato ragione a un contribuente, un professionista, il quale sosteneva di avere svolto alcune attività senza percepire alcun compenso perché rese in favore di amici e parenti.
Secondo la Suprema Corte, l’attività professionale è normalmente caratterizzata da una presunzione di onerosità: ciò significa che, salvo prova contraria, si presume che la prestazione sia stata remunerata. Da qui deriva anche la conseguente rilevanza fiscale dell’operazione e l’obbligo di documentarla correttamente.
Nel caso esaminato, il professionista aveva sostenuto che la gratuità delle prestazioni escludesse anche l’obbligo di emissione della fattura ai sensi del DPR 633/1972. Tuttavia, per la Cassazione, non basta una semplice dichiarazione di rapporti personali o amicali per superare la presunzione di compenso. Occorrono invece elementi concreti e verificabili.
La Corte sottolinea inoltre che, soprattutto nel caso dell’attività notarile, caratterizzata da elevato contenuto tecnico e da importanti responsabilità professionali, appare difficilmente sostenibile l’assenza totale di corrispettivo senza adeguata dimostrazione documentale. In mancanza di tali prove, i compensi devono considerarsi percepiti e quindi assoggettati a imposizione fiscale.
La decisione individua anche alcuni possibili elementi utili a dimostrare la gratuità della prestazione: ad esempio la presenza di rapporti personali particolarmente stretti tra le parti oppure il fatto che l’attività gratuita sia collegata ad altre prestazioni più articolate già regolarmente compensate.
Resta però aperto il dibattito interpretativo. La stessa giurisprudenza della Cassazione, negli anni, non ha sempre mantenuto un orientamento uniforme sul tema delle prestazioni gratuite rese dai professionisti. Per questo motivo la pronuncia potrebbe inserirsi in un quadro giurisprudenziale ancora non del tutto consolidato.
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