26 Marzo 2026 - Diritto comunitario

Direttiva Ue anticorruzione, stretta sulle imprese: sanzioni 231 legate al fatturato

Il nuovo impianto europeo supera il sistema a quote e introduce multe fino al 5% dei ricavi globali. Intanto restano aperti i nodi su abuso d’ufficio e traffico d’influenze, con possibili impatti sull’assetto della riforma italiana

Un cambio di paradigma che incide direttamente sul cuore della responsabilità d’impresa. La nuova direttiva anticorruzione dell’Unione europea, in via di approvazione, segna una svolta profonda nel sistema sanzionatorio previsto per gli enti, imponendo agli Stati membri un adeguamento entro due anni.

Il punto di maggiore discontinuità riguarda il superamento dell’impianto tradizionale del decreto legislativo 231/2001. Il meccanismo delle sanzioni “a quote”, finora calibrato su importi predeterminati, lascia spazio a un modello più incisivo, ancorato alla dimensione economica delle imprese. Le sanzioni pecuniarie saranno infatti parametrate al fatturato globale, con soglie che, per i reati più gravi, potranno arrivare fino al 5% dei ricavi annuali oppure a importi fissi fino a 40 milioni di euro.

Una scelta che rafforza l’effetto deterrente e avvicina il sistema penale economico ad altri ambiti già regolati a livello europeo, come quello della concorrenza o della protezione dei dati. Per le fattispecie meno gravi, la soglia si attesterà al 3% del fatturato o a un massimo di 24 milioni di euro.

Non si tratta solo di una revisione quantitativa. Il nuovo assetto amplia anche il perimetro delle misure applicabili, includendo strumenti come la liquidazione giudiziale dell’ente, la chiusura degli stabilimenti utilizzati per commettere il reato e la pubblicazione delle decisioni giudiziarie, nel rispetto delle norme sulla riservatezza.

Sul piano sistemico, la direttiva interviene in un momento delicato per l’ordinamento italiano, segnato dalla recente riforma della giustizia. In particolare, restano aperte le questioni relative all’abuso d’ufficio e al traffico di influenze, due capisaldi oggetto di revisione nel quadro della cosiddetta riforma Nordio.

Per l’abuso d’ufficio, la direttiva non impone un obbligo generalizzato di incriminazione, ma richiede comunque agli Stati membri di prevedere sanzioni penali per violazioni gravi commesse da pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni. Una formulazione che lascia margini di discrezionalità, ma che al tempo stesso impone una riflessione sui possibili vuoti di tutela derivanti dall’abrogazione della fattispecie nel sistema italiano.

Altro elemento rilevante riguarda i termini di prescrizione, che dovranno essere adeguati a standard minimi comuni: almeno otto anni per i reati più gravi e cinque anni per quelli di minore entità. Un ulteriore tassello nel processo di armonizzazione europea del diritto penale economico.

Per il mondo delle imprese e per gli operatori del settore legale e tecnologico, si apre una fase di transizione che richiederà un aggiornamento significativo dei modelli organizzativi e dei sistemi di compliance. In questo contesto, l’integrazione tra competenze giuridiche e soluzioni digitali diventa sempre più centrale per garantire prevenzione, tracciabilità e gestione del rischio.

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