9 Marzo 2026 - Civile

Riforma Cartabia e ricorsi della parte civile: la Cassazione rimette la questione alla Consulta

Con un’ordinanza depositata il 5 marzo 2026 la Suprema Corte solleva dubbi di costituzionalità sulla norma che trasferisce alle sezioni civili della Cassazione i ricorsi relativi ai soli interessi civili. In gioco i principi del giudice naturale, della ragionevole durata del processo e dell’equilibrio del sistema processuale

La Corte di cassazione ha rimesso alla Corte costituzionale una delle novità introdotte dalla riforma Cartabia del processo penale: la disciplina che prevede il passaggio alle sezioni civili della Suprema Corte dei ricorsi riguardanti esclusivamente interessi civili.

Con l’ordinanza n. 4944 del 2026, i giudici di legittimità hanno infatti sollevato questione di costituzionalità dell’articolo 573, comma 1-bis, del codice di procedura penale, ritenendo che la norma possa entrare in tensione con diversi principi costituzionali, tra cui quelli del giudice naturale, della ragionevolezza e della durata ragionevole del processo. Il dubbio riguarda anche la compatibilità con l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il caso da cui nasce la questione

La vicenda processuale prende avvio da un procedimento per lesioni personali aggravate conclusosi con l’assoluzione dell’imputato in primo grado. La parte civile ha impugnato la decisione limitatamente agli aspetti risarcitori, ma la Corte d’appello ha dichiarato l’impugnazione tardiva.

Contro tale decisione è stato proposto ricorso in Cassazione. La sezione penale della Suprema Corte, ritenendo il ricorso non manifestamente inammissibile, ha applicato la nuova disciplina introdotta dalla riforma Cartabia, trasferendo il fascicolo alla sezione civile della Corte.

Una volta ricevuto il procedimento, tuttavia, i giudici civili hanno evidenziato una criticità: la questione da decidere riguardava in realtà norme processuali penali, come il termine per proporre impugnazione. Allo stesso tempo, il ritorno del ricorso alla sezione penale avrebbe comportato un inutile rimbalzo tra collegi, con possibili effetti negativi sulla durata del processo.

Il nodo della nuova disciplina

La disposizione contestata stabilisce che, quando l’impugnazione riguarda esclusivamente le conseguenze civili di una sentenza penale, il procedimento debba proseguire davanti al giudice civile competente, anche nel giudizio di Cassazione. In sostanza, dopo una prima verifica di ammissibilità da parte della sezione penale, il ricorso viene trasferito alla sezione civile della Suprema Corte.

Secondo la Cassazione, questo meccanismo modifica profondamente l’assetto precedente. In passato, infatti, la Corte penale decideva il ricorso applicando le regole del processo penale e, in caso di annullamento della decisione sui profili risarcitori, rinviava la causa al giudice civile d’appello per la decisione nel merito.

La nuova disciplina, invece, introduce una sorta di procedimento in due passaggi all’interno della stessa Corte di legittimità: prima la valutazione della sezione penale, poi la decisione della sezione civile.

I dubbi di costituzionalità

Secondo la Suprema Corte, questo modello potrebbe generare criticità sotto diversi profili. Tra le questioni segnalate vi sono la possibile alterazione del principio del giudice naturale, il rischio di disparità di trattamento tra situazioni analoghe e l’impatto sulla durata complessiva del processo.

La Cassazione osserva inoltre che il nuovo sistema sembra superare, di fatto, il precedente meccanismo previsto dall’articolo 622 del codice di procedura penale, ritenuto più lineare e funzionale.

Sarà ora la Corte costituzionale a stabilire se la disciplina introdotta dalla riforma Cartabia sia compatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento processuale e con le garanzie previste dalla Costituzione. La decisione potrebbe incidere in modo significativo sull’equilibrio tra giurisdizione penale e civile nei procedimenti che riguardano il risarcimento dei danni derivanti da reato.


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