16 Febbraio 2026 - Banche

Il credito riparte, ma non per tutti: le microimprese restano ai margini

Nel 2025 i finanziamenti bancari sono tornati a crescere dello 0,8%, ma le aziende con meno di 20 addetti registrano un calo del 5%. Tra regole più rigide, tassi elevati e trasformazione del sistema bancario, la ripresa favorisce soprattutto le realtà medio-grandi

Dopo anni di contrazione, il credito bancario alle imprese italiane torna finalmente a dare segnali di vitalità. Tra novembre 2024 e novembre 2025 gli impieghi vivi concessi dal sistema bancario sono aumentati di 5 miliardi di euro, pari a un +0,8%. Un’inversione di tendenza che arriva dopo la fase critica legata alla pandemia e alla stretta monetaria della Banca Centrale Europea.

Ma dietro il dato aggregato si nasconde una frattura profonda. La ripresa non riguarda l’intero tessuto produttivo. A restare escluse sono soprattutto le micro e piccolissime imprese — quelle con meno di 20 addetti — che nello stesso periodo hanno visto ridursi i prestiti di circa 5 miliardi di euro (-5%). Una dinamica che conferma un divario strutturale nel sistema del credito.

Il dato è particolarmente significativo in un Paese come l’Italia, dove le microimprese rappresentano il 98% del totale delle aziende attive e impiegano oltre la metà dei lavoratori del settore privato (al netto di pubblica amministrazione, agricoltura e comparto finanziario). Artigiani, commercianti, esercenti e partite IVA continuano dunque a muoversi in un contesto di accesso al credito più difficile rispetto alle realtà medio-grandi.

Secondo l’analisi dell’CGIA di Mestre, l’aumento complessivo dei finanziamenti si concentra prevalentemente sulle imprese più strutturate, dotate di maggiore patrimonializzazione e capacità negoziale nei confronti delle banche. Le aziende di dimensioni minori, invece, continuano a essere considerate più rischiose, soprattutto in un contesto di tassi ancora elevati e di attenzione crescente alla qualità degli attivi bancari.

Geografia del credito: luci e ombre

A livello territoriale il quadro appare disomogeneo. Tra le regioni che hanno registrato le crescite più significative figurano la Valle d’Aosta (+10%), il Lazio (+6,6%) e la Calabria (+5,4%). In termini assoluti, il Lazio guida la classifica con un incremento di oltre 4 miliardi di euro.

Sul fronte opposto, si segnalano contrazioni rilevanti in Sardegna (-4,7%), Umbria (-3,9%) e Basilicata (-3,6%). Il Veneto, pur con una flessione percentuale più contenuta, registra il calo più consistente in valore assoluto: -1,8 miliardi di euro.

A livello provinciale, 61 territori su 107 hanno comunque visto diminuire i finanziamenti. Le riduzioni più marcate si sono registrate a Prato (-11,6%), Cagliari (-10,6%) e Rieti (-9,8%). Tra le province più dinamiche spiccano invece Barletta-Andria-Trani (+9,7%), Aosta (+10%) e Vibo Valentia (+21,4%).

Perché i piccoli restano penalizzati

Le ragioni di questa asimmetria sono molteplici e affondano in cambiamenti strutturali.

Il primo nodo è la valutazione del rischio. Le microimprese presentano mediamente maggiore volatilità nei ricavi, minore capitalizzazione e più elevata esposizione al ciclo economico. In un contesto di incertezza, gli istituti di credito tendono quindi a irrigidire i criteri di concessione proprio verso i soggetti più fragili.

Un secondo fattore riguarda la regolamentazione prudenziale. Con l’applicazione delle regole di Basilea III, i prestiti ritenuti più rischiosi richiedono un maggiore assorbimento di capitale. I finanziamenti alle microimprese risultano, a parità di importo, meno convenienti sotto il profilo del rendimento corretto per il rischio, spingendo le banche a privilegiare clientela di dimensioni superiori.

Incidono anche i costi operativi: l’istruttoria e il monitoraggio di un prestito comportano costi in larga parte fissi, indipendenti dall’importo erogato. Per finanziamenti di piccolo taglio la redditività dell’operazione risulta quindi più bassa.

Non va poi trascurata la trasformazione del sistema bancario italiano. La progressiva concentrazione degli istituti e la chiusura di numerosi sportelli hanno ridimensionato il modello di banca territoriale, tradizionalmente più incline a valutazioni relazionali e qualitative. Le grandi banche operano oggi con modelli standardizzati e sistemi di scoring automatizzati che tendono a penalizzare le realtà meno strutturate.

A ciò si aggiunge un elemento di domanda: molte microimprese hanno ridotto gli investimenti dopo la fase di sostegni pubblici legata alla pandemia, preferendo utilizzare risorse proprie per far fronte alle esigenze correnti. L’incertezza economica e i tassi di interesse ancora elevati — con le nuove operazioni sotto il milione di euro salite oltre il 4% a fine 2025, nonostante il tasso di rifinanziamento BCE fermo al 2,15% — hanno ulteriormente frenato la propensione a chiedere nuovi finanziamenti.

Il risultato è un credito che torna a crescere, ma che viaggia su due velocità. Da una parte le imprese medio-grandi, che beneficiano della ripresa; dall’altra un universo di micro realtà produttive che continua a fare i conti con un accesso al denaro più complesso e oneroso. Una frattura che interroga il sistema finanziario e le politiche economiche, in un Paese dove il cuore produttivo resta fatto di piccole imprese.

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