La politica, in America come in Europa, si scopre spesso incapace di resistere all’avanzata dei mega miliardari della tecnologia. Quelli che un tempo erano imprenditori di frontiera, oggi sono diventati i protagonisti di un nuovo potere globale, capace di mettere d’accordo persino ideologie lontanissime: dalla sinistra radicale di Yanis Varoufakis, che li definisce “tecnofeudatari”, alla destra estrema di Steve Bannon, che usa lo stesso termine.
Oligarchi digitali senza confini
Elon Musk, Tim Cook, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg: agli occhi dei critici non esistono differenze, ma un unico blocco di oligarchi digitali che vivono di rendite monopolistiche, costruite su piattaforme ormai essenziali per la vita sociale. Accusati di sottrarre lavoro tramite l’automazione, di imporre ecosistemi chiusi e di progettare un futuro modellato sulle proprie ambizioni, vengono percepiti come un’élite in grado di sostituirsi agli Stati.
I governi provano a reagire. L’Europa discute di regole antitrust, Washington minaccia restrizioni e maxi multe. Ma la realtà è che le lobby delle Big Tech restano più veloci, più influenti e quasi sempre vincenti. Così, in fin dei conti, gli Stati Uniti finiscono per difendere i loro giganti e l’Europa per subirne la forza.
Il salto dalla ricchezza al potere
Ciò che rende unica questa generazione di imprenditori è la capacità di trasformare la ricchezza in potere politico e culturale. Le Big Tech non sono più semplici aziende: sono infrastrutture indispensabili per comunicare, lavorare, commerciare. Non sorprende allora che i loro leader aspirino a gestire funzioni che un tempo appartenevano esclusivamente allo Stato: dal controllo delle valute digitali alle politiche spaziali, fino alla regolamentazione del commercio online.
Figura emblematica è Peter Thiel, meno appariscente di Musk ma ideologicamente più consapevole. Autore di un pensiero che mescola filosofia, religione e suggestioni letterarie, Thiel teorizza senza imbarazzi la legittimità di perseguire il monopolio e il ruolo dell’imprenditore come capro espiatorio e insieme salvatore della società, seguendo suggestioni di Ayn Rand e René Girard.
Strumenti e strategie
I tecnocapitalisti non si collocano lungo l’asse tradizionale dei partiti: li utilizzano. Musk oscilla tra provocazioni e sostegno diretto a leader politici; Zuckerberg cerca di adattarsi agli equilibri; Reid Hoffman si schiera all’opposizione; Thiel alimenta consapevolmente una visione radicale. Ciò che li unisce è la volontà di accumulare sempre più risorse, usarle per consolidare il potere e modellare il futuro secondo la propria immagine.
Un potere senza veri contrappesi
Il risultato è un panorama in cui la politica appare spiazzata. Le istituzioni cercano di imporre limiti, ma l’asimmetria di risorse e di influenza resta enorme. Nel frattempo, i tecnocapitalisti consolidano il loro ruolo di architetti del domani, imponendo agende e priorità che spesso prescindono dal bene comune.
La domanda che resta aperta è: il potere delle Big Tech sarà mai riportato entro confini democratici, o stiamo assistendo alla nascita di un nuovo feudalesimo digitale?
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