Domani il Senato inizierà l’esame della riforma della giustizia, e il clima si fa sempre più teso. Al centro del dibattito la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti e la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura, accompagnati da un’Alta Corte disciplinare. Una svolta che, secondo le opposizioni e gran parte della magistratura associata, rischia di minare l’equilibrio costituzionale e l’autonomia della funzione giudiziaria.
A cercare di rasserenare gli animi è intervenuto ieri il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, che ai microfoni di SkyTg24 ha escluso qualsiasi pericolo di assoggettamento delle toghe alla politica. «Il sorteggio potrebbe astrattamente svilire l’autorevolezza del Csm — ha ammesso — ma non c’è alcun rischio di subordinare la magistratura al potere esecutivo. Anzi, la separazione delle carriere è l’ultimo miglio del giusto processo previsto dalla Costituzione».
Pinelli ha poi invitato l’Associazione Nazionale Magistrati ad avanzare proposte concrete, capaci di rassicurare il Paese rispetto al rischio di degenerazioni correntizie, che hanno segnato la storia recente della magistratura italiana.
Intanto, a Palazzo Madama le opposizioni si preparano a dare battaglia. Il provvedimento sarà discusso in Assemblea senza mandato al relatore, e già domani potrebbero essere sollevate pregiudiziali di costituzionalità. La vicepresidente del Senato, Anna Rossomando, ha parlato di «riforma funzionale a un potere esecutivo predominante sugli altri», ribadendo che «autonomia e indipendenza della magistratura sono principi inderogabili, scolpiti nella Carta».
Il Guardasigilli Carlo Nordio, dal canto suo, ha ricordato che la riforma è nel programma elettorale della maggioranza e che il referendum confermativo sarà uno strumento di garanzia per i cittadini, chiamati a esprimersi sulla separazione delle carriere.
Non mancano i distinguo all’interno della magistratura stessa. Tutte le correnti, compresa Magistratura Indipendente, hanno espresso contrarietà. Claudio Galoppi, uno dei leader dell’associazione, ha definito la riforma «un’involuzione del sistema giudiziario».
Eppure, Pinelli insiste: «È legittimo che una maggioranza politica porti avanti la propria visione di politica giudiziaria, purché il potere di rappresentanza resti saldo nelle mani di chi è eletto». Un invito al dialogo che, finora, è rimasto inascoltato
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