Il mondo delle professioni liberali sta vivendo una trasformazione interessante, con un numero crescente di professionisti che, pur avendo diritto alla pensione, decidono di continuare a lavorare. Un fenomeno che è ormai noto come “silver economy”, e che ha trovato riscontro anche nel XIV Rapporto Adepp sulla previdenza privata, presentato a Roma la scorsa settimana. Secondo i dati, dal 2005, il numero di pensionati attivi è aumentato in modo esponenziale, passando dal 25,2% al 42,7% nel 2023.
La crescita dei pensionati che continuano a lavorare è stata particolarmente marcata tra avvocati, commercialisti, architetti e ingegneri, con percentuali che variano in base alla categoria professionale. Gli avvocati, ad esempio, sono tra i più inclini a non abbandonare la professione, con il 77% dei pensionati che continua a essere attivo. Tra i commercialisti, invece, la cifra sale all’81%. Un dato che sottolinea come la professione sia ormai vista come una vocazione e non solo un mestiere.
Ma perché i professionisti over 50, e in particolare quelli tra i 60 e i 70 anni, decidono di non smettere di lavorare? Le motivazioni sono molteplici. Da un lato, c’è il desiderio di non abbandonare un’attività che ha rappresentato per anni la propria identità professionale; dall’altro, la necessità di integrare il reddito della pensione, spesso insufficiente a mantenere lo stesso tenore di vita. A tutto questo si aggiungono dinamiche legate al passaggio generazionale nelle professioni, dove spesso non c’è una figura giovane pronta a prendere il posto del professionista anziano, costringendolo a restare attivo.
I numeri parlano chiaro: nel 2023, i professionisti under 30 hanno guadagnato in media 16.954 euro, mentre quelli tra i 60 e i 70 anni hanno raggiunto un reddito di circa 53.495 euro. La disparità di reddito tra le diverse fasce di età è quindi evidente, e pone un tema rilevante per le politiche previdenziali.
Tuttavia, il fenomeno dei pensionati attivi non riguarda solo gli aspetti economici. Esso si inserisce all’interno di un contesto più ampio legato all’evoluzione delle dinamiche sociali e culturali. La previdenza privata, infatti, sta evolvendo per far fronte a questa nuova realtà. Tra le novità più significative, c’è l’aumento dell’aliquota contributiva per gli avvocati pensionati, che dal 7,5% è stata portata al 12%, ma solo la metà di quanto versato verrà effettivamente accreditato nel montante pensionistico.
Ma non solo: dal 2025, l’ente bilaterale Ebipro ha annunciato nuove misure di sostegno, pensate per favorire la conciliazione tra vita privata e lavoro. Tra queste, ci sono indennità per la frequenza dei centri estivi, per i congedi parentali dei padri o dei genitori single, e per l’assistenza a familiari con grave disabilità.
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