C’era una volta un vigile urbano che, per un gesto incauto, era diventato il simbolo nazionale dei “furbetti del cartellino”. Ora, a distanza di anni, la storia ha preso una svolta inaspettata. La Cassazione ha infatti stabilito che il licenziamento del vigile, che era stato ripreso dalle telecamere mentre timbrava il badge in mutande, era illegittimo.
La Suprema Corte, con sentenza n.. 20109/2024, ha motivato la sua decisione sottolineando come l’assoluzione penale del vigile di Sanremo, con la formula “perché il fatto non sussiste”, intaccava la fondatezza stessa delle accuse mossegli nel procedimento disciplinare. In altre parole, se il fatto non si è verificato, non può esserci stata alcuna infrazione disciplinare.
Nonostante la reintegra, il vigile non tornerà in servizio, avendo nel frattempo rassegnato le dimissioni. Tuttavia, avrà diritto a ricevere tutti gli stipendi non percepiti dal momento del licenziamento fino a quello della reintegra.
Questa sentenza della Cassazione solleva importanti questioni sul rapporto tra giustizia penale e giustizia disciplinare. La Suprema Corte ha ribadito il principio secondo cui un’assoluzione penale, soprattutto con la formula “perché il fatto non sussiste”, ha un impatto significativo anche sui procedimenti disciplinari.
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